DOPPIA RISPOSTA AL REVISIONISMO STORICO DE “LA REPUBBLICA” SU TRIVELLE E REFERENDUM

Copiamo di seguito link all’articolo del 5 gennaio pubblicato su La Repubblica:

Seguono le repliche di Enzo Di Salvatore ed Enrico Gagliano, presto anche sul sito web del Coordinamento Nazionale No Triv.
ENZO DI SALVATORE
Il 4 marzo si avvicina e la macchina del revisionismo (quasi) storico s’è messa in moto. Ad aprire le danze è «La Repubblica» con un articolo a dir poco penoso, nel quale si sostiene più o meno quanto segue: sono trascorsi quasi due anni dal referendum no triv (e se lo ricordano ovviamente ora, in prossimità delle elezioni) e, tuttavia, non si vedono nuove trivelle in mare. Vedete? Quello che sostenevano i promotori del referendum, e cioè che se non si fosse abrogata la norma sulle 12 miglia avremmo avuto trivelle ovunque, non si è affatto realizzato. E se questa conseguenza non v’è stata – questo min pare il pensiero sotteso alla tesi – vuol dire che coloro che sostenevano la bontà di quel referendum sono poco credibili.
Poco credibile è, in realtà, la ricostruzione della vicenda offerta dal giornalista. Gli effetti del referendum, infatti, non si possono (e non si sarebbero in ogni caso potuti) apprezzare ora, in quanto le concessioni in essere non sono ancora scadute. Tanto il “sì” quanto il “no” di quel referendum erano relativi alla seguente alternativa: scadenza naturale delle concessioni senza possibilità di rinnovo (il “sì”) oppure possibilità di rinnovare sine die le concessioni alla loro scadenza naturale: per tutta la vita utile del giacimento (il “no”).
Altro discorso è, poi, quello relativo alla possibilità che a partire da concessioni già vigenti possano essere autorizzate nuove piattaforme e nuovi pozzi, se previsto dal programma dei lavori originariamente presentato; e questo – ma forse il giornalista s’è distratto – è quello che è accaduto ad es. in Sicilia con VEGA B: come si era appunto detto per tutta la campagna referendaria e come invece era stato negato dai detrattori di quel referendum, a partire da Matteo Renzi. Da questo punto di vista, che siano finora poche o molte le autorizzazioni rilasciate non cambia il senso del discorso, giacché non può escludersi che questo possa accadere ancora. Ma vi è di più. Non aver vinto quel referendum ha finito per instillare la convinzione in chi governa di essere legittimato a proseguire nella politica di rilancio delle attività petrolifere, sebbene la nuova strategia energetica nazionale non menzioni il petrolio. Il ministero dello sviluppo economico, infatti, ha licenziato un nuovo “disciplinare tipo” che consente, oggi, di modificare il programma dei lavori originariamente presentato persino per le concessioni già in essere e relative alle 12 miglia marine, senza cioè che la costruzione di nuove piattaforme o nuovi pozzi sia stata a suo tempo autorizzata con la presentazione del programma originario dei lavori. Il che, in soldoni, vuol dire quanto segue: se io ho ottenuto una concessione per estrarre nel 1998 e la mia concessione copre un’area di 100 kmq ed ho progettato all’epoca la costruzione di una piattaforma e la realizzazione di due pozzi è possibile per me richiedere OGGI al ministero la modifica di quel programma e quindi l’autorizzazione a costruire, magari, altre due piattaforme e altri quattro pozzi: l’importante è che la costruzione della piattaforma e dei pozzi avvenga entro i 100 kmq già dati in concessione nel 1998. Anche se ciò è relativa alle 12 miglia marine. Che esattamente è un modo per aggirare il divieto sulle 12 miglia: divieto ottenuto con una delle norme che facevano parte del pacchetto referendario e che il Parlamento ha deciso di accogliere per evitare che il corpo elettorale si pronunciasse anche su questo punto. Il provvedimento del Ministero è stato impugnato davanti al TAR e dinanzi alla Corte costituzionale.
Forse «La Repubblica» dovrebbe ricordare anche questo.
 
 
ENRICO GAGLIANO

TRIVELLE, QUELL’ENDORSEMENT A GENTILONI E QUEL CHE “LA REPUBBLICA” NON DICE

Da Antonio Ciancullo, penna Docg del quotidiano diretto da Mario Calabresi, giunge un endorsement al Presidente del Consiglio ed alla sua Strategia Energetica Nazionale.

In un articolo datato 5 gennaio, confezionato alla meglio e guarnito con una sequela sterminata di luoghi comuni, spara Cianciullo: “A due anni dal referendum fallito, l’accelerazione verso lo sfruttamento delle risorse fossili non c’è stata. Le autorizzazioni senza scadenza, contestate dagli ambientalisti, non sono state concesse. Lo smantellamento delle piattaforme estrattive, punto di forza della campagna ecologista durante il referendum, è all’ordine del giorno. Ma le polemiche non sono finite”.
Togli Cianciullo e metti Tabarelli, e il risultato finale non cambia.

L’amico Enzo Di Salvatore, padre dei sei quesiti referendari No Triv, ha avuto gioco facile nel liquidare la pratica: per i dettagli si rimanda alla lettura di una sua nota: https://www.facebook.com/disalvatoreenzo/posts/10215489135449891.
Non è casuale che “La Repubblica” non abbia chiesto proprio a Di Salvatore lumi sul dopo-Referendum: a giudicare dallo scarso spessore dell’articolo, ne avrebbe avuto un gran bisogno.

Nel merito delle questioni poste e, in particolare, sul fatto che non vi sarebbe stata corsa alle fossili negli ultimi due anni malgrado l’esito del referendum del 17 aprile 2016, a “La Repubblica” è sfuggito quanto segue:

1) fatta eccezione per l’inizio dell’anno in corso, negli ultimi due anni il prezzo del petrolio si è mantenuto stabilmente al disotto della soglia dei 60 dollari per barile; inadeguato, quindi, per spingere chiunque ad investire nel settore;
2) il gas ha seguito il petrolio nelle sue dinamiche di prezzo; vale per il gas quanto già scritto per il petrolio;
3) i piani di sviluppo delle fonti fossili classiche non sono rimasti indifferenti al probabile sviluppo di altra fonte fossile concorrente (gas liquefatto+rigassificatori) ed al profilarsi di una sanguinosa guerra intestina tra modelli di business differenti;
4) gli investitori vedono come fumo negli occhi quella che oggi è molto più di un’eventualità: l’opposizione organizzata e consapevole dei territori contro progetti non partecipati, non condivisi, impattanti ed inutili si è spostata dalle piazze fin dentro il “Palazzo” e si è dimostrata in grado di impegnare il Paese ed il Governo in un dibattito durato sei mesi e poi protrattosi sino Referendum Costituzionale dicembre, con i risultati che ben conosciamo; in particolare, recepimento in Legge di Stabilità del contenuto di ben 4 quesiti su sei e riaffermazione del ruolo delle Regioni e delle comunità locali nel governo del territorio.

Così come sostenevano i No Triv per affermare l’estrema utilità del voto del 17 aprile 2016, progetti riguardanti il mare territoriale hanno invece conosciuto negli ultimi due anni penetranti modifiche al programma dei lavori, con nuovi pozzi e nuove trivelle: su tutti Vega e Rospo Mare.

Grazie all’artificio della “vita utile del giacimento” voluto dal Governo Renzi e dall’intera maggioranza che lo sosteneva, le concessioni Eni in scadenza ed insistenti in aree entro le 12 miglia hanno potuto beneficiare e beneficeranno in futuro di una proroga automatica e sine die, con l’effetto che Eni e le sue controllate/Partecipate non dovranno provvedere, come legge avrebbe voluto per concessioni giunte a scadenza, allo smantellamento ed al ripristino ambientale.

Sarà pure vero che l’Eni non è più azienda di Stato ma è evidente che chi ne detiene la golden share fa di tutto per salvaguardarne i conti: gli emendamenti apportati in materia di trivelle alla Legge di Stabilità 2016 nel corso della discussione in commissione andarono esattamente in quella direzione.

Sempre secondo “La Repubblica”, ora -due anni dopo il Referendum- il tema dello smantellamento sarebbe all’ordine del giorno: si attende la pubblicazione di “Linee Guida” di cui, francamente, nessuno avvertiva il bisogno tranne, forse, le aziende dell’Oil&Gas, interessate ad evitare in qualche modo lo smantellamento ed optando, dunque, per la riconversione.

Lo stesso inossidabile Terlizzese si è già pronunciato pubblicamente a favore di soluzioni alternative allo smantellamento per 15 piattaforme poste nell’off shore ravennate.

Cianciullo ovviamente si guarda bene dal darne notizia e dal far presente che l’anomalia sta nel fatto che, malgrado esista da tempo un quadro normativo molto chiaro che regola dismissione e ripristino ambientale, il tema sia rientrato tra le priorità del Governo soltanto ora, a Camere sciolte, ed a campagna elettorale avviata. Perché tanta distrazione?

La vera “notizia” che La Repubblica non dà semmai è la seguente: i petrolieri non vogliono smantellare, così come la legge prevede, e chiedono alla politica di mettere a sistema soluzioni alternative (stoccaggio di CO2, infrastruttura per parchi eolici off shore, per eventuali rigassificatori, ecc.). Scelta del tutto casuale?

Al di là dei tecnicismi, al lettore più smaliziato non sarà di certo sfuggito l’endorsement de “La Repubblica” al Presidente del Consiglio Gentiloni.
Il quotidiano ne sottolinea e ne loda la pacatezza “che ha fatto scendere la tensione in questo campo”.

La domanda sorge spontanea: “Ma dove vive Cianciullo?”.

Fermi, arresti, scontri e tafferugli nel Salento, Carovane No Tap, intere comunità ed Amministrazioni mobilitate contro un progetto ritenuto inutile ed impattante, e contro l’applicazione di leggi sull’ordine pubblico di chiara marca fascista che violano le libertà costituzionali, restano del tutto estranei allo sguardo dell’articolista, che si posa invece sulla bucolica “pacatezza” di Gentiloni (e del suo Ministro degli Interni).

La medesima pacatezza di cui il Governo si è mostrato capace, nella seduta del Consiglio dei Ministri del 22 dicembre 2017, nel dare la stura all’adeguamento delle strutture della logistica della Raffineria di Taranto per lo stoccaggio e la spedizione via mare del petrolio “made in Italy” di Tempa Rossa.