Emergenza Trivelle, stoccaggi, gasdotti e grandi opere in tutta Italia

EMERGENZA TRIVELLE, STOCCAGGI, GASDOTTI E GRANDI OPERE IN TUTTA ITALIA DOPO LA “SCOPERTA” DEL DECRETO LEGISLATIVO 127/2016

PROPAGANDA FUMOSA DA PARTE DI ALCUNIPRESIDENTI DI REGIONE

DOVEROSA UN’EFFICACE INIZIATIVA DELLE REGIONI O LA RISPOSTA DEI MOVIMENTI NON SI FARA’ ATTENDERE

Le norme contenute nel decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127, che hanno cancellato quanto fatto inserire dal Governo Renzi nella Legge di Stabilità 2016 per evitare il Referendum No Triv, pongono le Regioni di fronte ad un bivio: accettare di essere estromesse dalle decisioni che interessano la ricerca, l’estrazione, lo stoccaggio ed il trasporto di gas e petrolio oppure attivarsi per far sì che, alla prima occasione utile, la Corte Costituzionale si occupi della norma incriminata, dichiarandone -si spera- l’illegittimità.

E’ alquanto improbabile, infatti, che in assenza di un’energica iniziativa politica da parte delle Regioni, il prossimo Governo decida in autonomia di far marcia indietro ripristinando il vecchio testo dell’art 14 della legge 241 del 1990.

Tornando all’oggi, resta il cambio di passo segnato dalla delibera del Consiglio dei Ministri del 22 dicembre 2017 con cui la Regione Puglia ha dovuto incassare un durissimo colpo inferto dal Governo in merito al superamento della mancata intesa ed il consenso alla prosecuzione del procedimento dell’istanza di autorizzazione per l’adeguamento logistico della Raffineria Eni di Taranto.

In sintesi, giovandosi delle previsioni del D. Lgs. 127/2016, il Governo ha stabilito che l’adeguamento della Raffineria di Taranto s’ha da fare. Punto.

Oltre alle citate questioni per cui si attendono ricorsi al Tar Lazio, i Presidenti di Regione dovranno comunque gestire una lunga serie di vertenze che andranno ad aprirsi per effetto delle nuove norme volute dal Governo Renzi e per le semplificazioni introdotte dal Governo Gentiloni in materia di Valutazione di Impatto Ambientale.

Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, si trovano oggi nella fase conclusiva del procedimento (fase decisoria dal decreto VIA alla conferenza dei servizi e all’emanazione del decreto di conferimento MISE):

26 istanze di ricerca di idrocarburi su terraferma (più le 10 della Sicilia su cui non si hanno dati certi) in ben 11 Regioni: oltre alla Sicilia, Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia e Veneto;

1 istanza di concessione di coltivazione: Colle Santo, in Abruzzo;

5 istanze di stoccaggio di idrocarburi: oltre alle 2 che interessano la Sicilia, di cui non si hanno notizie aggiornate, se ne contano 2 nelle Marche, 1 in Abruzzo, 1 in Lombardia e, infine, 1 in Molise.

Alcune sono già assurte agli onori della cronaca: ad esempio, “Masseria La Rocca” e “Palazzo San Gervasio”, in Basilicata, “Colle Santo-Bomba” in Abruzzo, “San Benedetto Stoccaggio” nelle Marche, “Bagnolo Mella Stoccaggio” a Capriano, in Lombardia, ecc..

Cosa faranno i Presidenti delle 10 Regioni No Triv nei confronti del Governo che con il d. Lgs. 127/2016 ne ha affievolito il potere contrattuale? Alcune dichiarazioni riportate nei giorni scorsi dagli organi di informazione destano molte perplessità e qualche sospetto.

Il Presidente della Regione Abruzzo, ad esempio, candidato al Senato nel listino bloccato, si è già erto a paladino dei territori di Sulmona e di Bomba, dando il là alla delibera di Giunta n° 853 del 2017 con cui ha chiesto al Mise di annullare il permesso di ricerca “Monte Pallano” e di dichiarare improcedibile l’istanza di concessione “Colle Santo”.

Possibilità di riuscita? Pari a zero, visto il mutato quadro normativo che mette D’Alfonso ed i suoi colleghi Presidenti di Regione in una posizione molto scomoda.

Che D’Alfonso invece, come fu a suo tempo per Ombrina Mare, faccia l’impossibile per dare ad intendere che la strada dei tribunali risulterà alla fine vincente per la battaglia contro la concessione Colle Santo, è cosa che attiene alla sua personale campagna elettorale ed alle sue malcelate ambizioni ad una nomina nel futuro Esecutivo, e non alla sostanza delle due questioni.

Idem per Pittella in Basilicata i cui “no” ai permessi di ricerca o concessione (Candela, Serra Pizzuta, La Cerasa e Masseria La Rocca) cadranno fatalmente sotto la scure del Governo sempre grazie al D.lgs. 127/2016.

Anche Pittella, che non è candidato nell’imminente tornata elettorale di marzo, non ha ancora compreso -o finge di non comprendere- di non poter nulla contro il MISE, se non esercitare una moral suasion nei confronti del suo partito e del Governo, di cui potrebbe essere capace soltanto riguadagnando sul campo il pieno sostegno della comunità lucana a fronte di una decisa iniziativa politica in Conferenza Stato-Regioni per un’immediata modifica del decreto 127.

In verità la voragine aperta dal decreto legislativo 127/2016 non investe soltanto le 10 Regioni che promossero il Referendum No Triv del 2016: il venir meno dell’Intesa cosiddetta “forte” avrà un impatto immediato e diretto sull’autorizzazione di tutta una serie di progetti (grandi vie di comunicazione, ad esempio) in tutta Italia. In un certo senso è come se lo Sblocca-Italia, messo in ginocchio da alcune sentenze della Corte Costituzionale e dalla campagna referendaria No Triv, avesse ripreso vigore.

Per questo è lecito attendersi, soprattutto alla luce dell’esito del Referendum sulla revisione della Costituzione e del suo Titolo V, un nuovo scatto di reni da parte delle Regioni, anche tentando il ricorso alla Corte in via incidentale alla prima occasione utile, a difesa delle comunità locali e della democrazia.

Diversamente, la risposta di movimenti e comitati sarà dura e non si farà attendere.

Enrico Gagliano, Abruzzo Beni Comuni