Il “pacchetto volontà”

Il “Pacchetto Volontà” del Coordinamento Nazionale No Triv racchiude nove proposte di interventi normativi che vanno al cuore delle numerose ed irrisolte questioni oggetto di un pluriennale impegno a difesa delle prerogative dei territori e dei diritti dei cittadini.

Perché “Pacchetto Volonta”?

Perché il Governo e le forze che lo sostengono possono trasformare le proposte del “Pacchetto Volontà” in atti ed in fatti concreti. Basta volerlo.

I NOVE PUNTI DEL “PACCHETTO VOLONTA'”

1) Approvazione di una moratoria riguardante attività di ricerca, coltivazione e stoccaggio ulteriori rispetto a quelle oggetto di titoli già concessi ed a programmi di lavoro approvati in sede di conferimento dei titoli stessi, sia in mare -seguendo l’esempio di altri Paesi dell’Unione Europa (es.: Francia e Croazia) sia su terraferma.
Secondo i più recenti Report dell’IPCC, infatti, per arrestare il surriscaldamento del Pianeta è necessario non attingere alle riserve di idrocarburi liquidi e gassosi oggi disponibili. E’ auspicabile che il nostro Paese assuma tale posizione, condividendola con altri, anche nell’ambito dei lavori di COP 24, che si terranno dal 3 al 14 dicembre prossimo a Katowice.

2) Abrogazione della norma votata dal Parlamento con il maxi emendamento della Legge di Stabilità 2016 e già oggetto del Referendum No Triv del 17 aprile 2016; in particolare, abrogazione della norma che ha esteso estende la durata delle concessioni per estrarre idrocarburi in zone di mare (entro 12 miglia nautiche dalla costa) sino all’esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti e che consente ai titolari delle stesse concessioni di apportare modifiche all’originario programma dei lavori, prevedendo anche nuovi pozzi e nuove piattaforme all’interno dell’area oggetto del titolo autorizzativo.

3) Abrogazione della parte del D.lgs n.127 del 30/06/2016 che modifica l’art. 14-quater, comma 3, della Legge 241/1990, allo scopo di restituire alle Regioni un fondamentale strumento di esercizio e tutela delle prerogative democratiche, a garanzia delle ragioni dei territori. A tal fine è stato proposto un testo di delibera comunale per spingere le rispettive giunte regionali a promuovere una decisa iniziativa in sede di Conferenza Stato- Regioni per il ripristino della precedente versione del comma 3, art 14-quater, della Legge 241/1990. Richiamandosi alle disposizioni dell’articolo 57 della legge n.5 del 9 febbraio 2012 – il cosiddetto decreto “Semplifica Italia”, convertito nella legge n.35 del 4 aprile 2012 – e dell’articolo 14-quater della legge n.241 del 7 agosto 1990 (“Nuove norme sul procedimento amministrativo”), il Governo della precedente legislatura si appellava, per accelerare la realizzazione del progetto interregionale Tempa Rossa, al “superamento della mancata intesa” con la Regione Puglia, “in considerazione della grande rilevanza strategica dell’opera per le politiche energetiche nazionali […]”. Oggetto della mancata intesa, nei due casi citati, è la materia energetica, rubricata a competenza di tipo concorrente, ai sensi dell’art. 117, comma 3, della vigente Costituzione. In sede di Conferenza Stato Regioni tale materia avrebbe dovuto essere oggetto- a maggior ragione dopo il maxi emendamento della Legge di Stabilità per il 2016, approvato per scongiurare i 6 quesiti referendari “No Triv” promossi da 10 Regioni – di Intesa raggiunta “in senso forte”, come più volte richiesto dalla stessa Corte Costituzionale. Sul piano normativo si è generata una situazione di dubbia legittimità costituzionale, che sottrae di fatto agli Enti Locali un fondamentale strumento di esercizio e tutela delle prerogative democratiche a garanzia delle ragioni dei territori. Oggi l’Esecutivo dispone infatti del potere di superare l’opposizione delle Regioni, concedendo a suo piacimento la relativa “autorizzazione unica”. Per tutte le concessioni delle autorizzazioni riguardanti ricerca, estrazione, trasporto, stoccaggio, di idrocarburi liquidi e gassosi, lo Stato avrà mano libera, potendo utilizzare la formulazione tramite delibere della “prosecuzione del procedimento dell’intesa di autorizzazione”.

Presso il MISE si trovano nella fase conclusiva del procedimento (fase decisoria dal decreto VIA alla conferenza dei servizi e all’emanazione del decreto di conferimento MISE) 22 istanze di ricerca di idrocarburi su terraferma in 11 Regioni, di cui ben 8 riguardano la Basilicata; 1 istanza di concessione di coltivazione in dirittura d’arrivo e, infine, ben 5 istanze di concessione di stoccaggio, anche queste prossime all’accoglimento;

4) Ripristino della Previsione del Piano delle Aree, abolito in modo truffaldino dal Governo Renzi con la Legge di Stabilità 2016 approvata a dicembre 2015, al preciso scopo di impedire che si votasse sul quesito n.2 del “referendum anti-trivelle”, depositato in Cassazione da ben 10 Regioni. Il Piano delle Aree avrebbe dovuto funzionare da strumento di regolazione, programmazione, razionalizzazione, delle attività estrattive nel nostro Paese, ma non ha mai visto la luce. La sua stessa previsione è stata infatti abrogata dal Parlamento in base ad un emendamento alla Legge di Stabilità 2016. Nelle aree teoricamente aperte alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio sarebbero state individuate zone per le quali non avrebbero potuto essere avanzate istanze di alcun genere.

5) Abrogazione della norma contraddittoria e incostituzionale ereditata dal governo Monti, che consente di prorogare i termini temporali delle concessioni petrolifere giunte a scadenza. Per il MISE la norma sulla “durata di vita utile del giacimento” – che si collega alla salvezza dei “titoli abilitativi già rilasciati” – riguarderebbe anche le concessioni scadute. Tutto ciò non è possibile, in quanto:

a) per “titoli abilitativi già rilasciati” si intendono titoli (permessi e concessioni) vigenti

b) a nulla rileva il fatto che le società petrolifere abbiano presentato la richiesta di proroga anche uno o più anni prima della scadenza del titolo. L’istanza di proroga non radica infatti, in quanto tale, alcun diritto in capo al richiedente. In Basilicata esiste il concreto rischio che questa norma possa applicarsi anche alle concessioni in Val d’Agri, che scadranno nell’autunno del 2019, ossia fra solo poco più di anno e mezzo;

6) Modifica del Disciplinare-tipo, adottato con DM del 9 agosto 2017, fortemente lesivo delle prerogative assegnate dalla Costituzione alle Regioni in materia di legislazione concorrente in campo energetico, e riaffermate dalla sentenza n. 170/2017 della Corte Costituzionale che aveva dichiarato illegittimo l’art. 38, comma 7 dello “Sblocca Italia” in quanto assegnava al MISE tutte le competenze per rilasciare le concessioni Oil&Gas a terra e in mare, senza coinvolgere in modo adeguato gli enti locali interessati da tali attività;

7) Revisione sostanziale del decreto di recepimento della direttiva europea 2014/52/UE recante una nuova disciplina della valutazione di impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati.

Il giudizio sui contenuti del decreto è negativo. La scelta più scandalosa effettuata dal precedente Governo riguarda la possibilità che il Ministro dell’Ambiente, previo parere del Ministro dei beni culturali, decida di esentare in tutto o in parte la realizzazione di un progetto dalla valutazione di impatto ambientale, qualora ritenga che l’applicazione della procedura di valutazione incida negativamente sulla finalità dello stesso progetto, a condizione che siano rispettati (non si sa bene come) gli obiettivi della normativa nazionale ed europea in materia di valutazione di impatto ambientale. così facendo si è accordato al Ministro dell’ambiente un potere pressoché discrezionale, che si riassume nel far prevalere le ragioni delle finalità dei progetti da realizzare sulle ragioni della tutela ambientale.
Questa possibilità è contemplata dalla direttiva europea; ma si tratta, appunto, di una facoltà e non già di un obbligo.

Altre perplessità riguardano l’intero impianto delle procedure volte al rilascio di pareri e autorizzazioni a carattere ambientale ed i termini previsti per le osservazioni da parte del pubblico interessato;

8) Riforma dei criteri di valutazione per la nomina dei componenti della Commissione Nazionale VIA, allo scopo di prevenire e stroncare il sistema delle “sliding doors” che favorisce il transito nelle varie commissioni ministeriali (Mise e Minambiente) di figure provenienti da società direttamente ed indirettamente interessate allo sviluppo delle attività Oil&Gas in Italia, e non solo;

9) Varo definitivo di un piano di decommissioning degli impianti estrattivi (piattaforme e pipeline) non più produttivi, sia on shore sia off shore, comprensivo delle prescritte bonifiche ambientali, più volte preannunciato e mai venuto alla luce.