UN REFERENDUM NO TRIV PER FERMARE LA DERIVA PETROLIFERA. Intervista ad Enzo Di Salvatore

ROMA8Lo scorso 30 settembre sono stati depositati in Cassazione i sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia tra cui uno specifico contro i progetti Oil&Gas in mare riesumati dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo del governo Monti.
Oltre 200 associazioni e dieci Regioni hanno permesso questo risultato. Se la Cassazione riterrà ammissibili i quesiti, i cittadini andranno alle urne nella primavera del 2016.
Ne parliamo con Enzo Di Salvatore, costituzionalista e docente all’Università di Teramo.

D. Prof. Di Salvatore, ci può spiegare brevemente su cosa di fatto andranno a deliberare i cittadini tra sei mesi?

I quesiti referendari deliberati dalle dieci Regioni sono sei. Il primo, il secondo e il terzo quesito sono relativi allo Sblocca Italia e riguardano:

a) l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, nonché dello stoccaggio sotterraneo di gas;

b) l’abrogazione della previsione del vincolo preordinato all’esproprio che il nuovo “titolo concessorio unico” conterrà già a partire dalla fase della ricerca, al fine di tutelare il diritto di proprietà del privato;

c) il c.d. “piano delle aree”, previsto al fine di pervenire – per la prima volta in Italia – ad una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. In questo caso l’obiettivo dell’abrogazione referendaria è quello di consentire che la Conferenza unificata possa esprimersi sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa con lo Stato, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo secondo una procedura semplificata;

d) l’abrogazione delle norme che consentono che, in attesa che venga approvato il piano, lo Stato possa rilasciare nuovi permessi di ricerca e nuove concessioni di coltivazione, sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia;

e) la limitazione della durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”.

Il quarto quesito concerne, invece, le autorizzazioni alle opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi; anche in questo caso si propone di abrogare la norma che prevede che, in caso di mancato accordo con la Regione interessata, lo Stato possa decidere “in solitudine”, secondo una procedura semplificata.

Il quinto ha ad oggetto una norma contenuta nella legge sul riordino del settore energetico del 2004, che disciplina anch’essa l’intesa regionale sugli atti dello Stato relativi alle attività petrolifere.

Il sesto, infine, mira ad eliminare l’art. 35 del decreto sviluppo del 2012, che rende possibile, per il futuro, la ricerca e l’estrazione del gas e del petrolio entro le 12 miglia marine.

D. Se dovesse vincere il No alle trivellazioni, cosa accadrà per i progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia?

La questione delle estrazioni petrolifere oltre le 12 miglia marine risulta particolarmente complessa e va posta nella sua giusta luce, in ragione degli obblighi internazionali assunti dallo Stato: obblighi che, com’è noto, costituiscono un limite al referendum abrogativo. Anche ammesso, infatti, che lo Stato possa disporre a proprio piacimento delle aree poste fuori dalle 12 miglia, lo strumento referendario sarebbe, a questi fini, inservibile. Si pensi ad es. allo sfruttamento del giacimento di gas “Annamaria” nell’Adriatico, che poggia su un accordo stretto tra l’Italia e la Croazia, e rispetto al quale risulta stabilito che le attività di sfruttamento non possano essere sospese unilateralmente.

Per questa ragione sarebbe impossibile andare ad abrogare direttamente quelle previsioni della legge dello Stato, che autorizzano la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio in aree marine fuori dalle 12 miglia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il referendum non inciderà in alcun modo sulle attività che trovino svolgimento fuori dalle 12 miglia. Uno dei quesiti, come dicevo, avrà ad oggetto il c.d. “piano delle aree” e questo dovrebbe riguardare anche il mare.

L’abrogazione della possibilità di rilasciare nuovi permessi e nuove concessioni nell’attesa che sia predisposto il piano riguarderà anche le aree marine poste fuori dalle 12 miglia. A ciò si aggiunge il fatto che, una volta elaborato il piano, gli Enti territoriali tutti potranno esprimersi sul piano nella sua interezza e in modo determinante, visto che uno dei quesiti mira a far sì che l’intesa in Conferenza unificata – dove siedono appunto le Regioni e gli Enti locali – non sia solo di “facciata”.

D. Come interverrà la Legge di Stabilità approvata di recente sull’autonomia alle Regioni in materia energetica?

Non mi pare che la Legge di Stabilità incida sull’autonomia delle Regioni in materia energetica. Attendiamo di vedere cosa accadrà, invece, con il “collegato ambientale” in corso di approvazione in Parlamento, visto che proprio il 22 ottobre scorso il Senato ha bocciato alcuni emendamenti che si proponevano di abrogare alcune disposizioni oggetto di referendum.

Direi piuttosto un’altra cosa: che la Legge di Stabilità incide comunque anche sulla materia petrolifera, in quanto la riduzione dell’IRES si applica anche alle società che operano nel settore petrolifero. Si ricorderà che con la sentenza n. 10 del 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la maggiorazione della aliquota IRES richiesta dallo Stato alle società petrolifere, in quanto il decreto-legge n. 112 del 2008, che quella maggiorazione aveva disposto, avrebbe dovuto limitarsi a prevedere il prelievo sui “sovra-profitti”, anziché sull’intero reddito delle società e collegarlo alla particolare congiuntura economica di allora, contenendola entro un arco temporale ben definito.

Allo scopo di evitare che dalla sentenza derivasse una grave violazione dell’equilibrio di bilancio, e cioè che lo Stato dovesse procedere alla restituzione delle somme versate dalle società petrolifere, “tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva”, la Corte ha deciso che gli effetti della sentenza dovessero riguardare solo il futuro e non il passato.

Chiaro è che lo Stato non può più fare affidamento su quelle entrate. Per questo, avrebbe potuto reintrodurre il prelievo limitatamente ai “sovra-profitti”, elevando la percentuale stessa rispetto a quella finora in vigore, affinché fosse congrua a compensare le perdite. E prevedendo ovviamente una scadenza temporale, in modo che il prelievo non avesse natura strutturale. Invece la scelta effettuata con la Legge di Stabilità mi pare sia stata un’altra…

D. Prof. Di Salvatore, secondo lei Renzi dove vuole portare l’Italia in termini di politica energetica e che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

Il governo italiano pensa di poter far fronte agli impegni assunti sul piano europeo nell’ambito della governance economica attraverso il rilancio delle opere strategiche: gli ultimi tre Governi hanno scelto di percorrere questa strada ed hanno sottoposto all’Unione europea programmi nazionali di riforma, che individuano misure di questo tipo, affinché l’Unione desse il proprio assenso sulla strategia da seguire per ridurre il deficit pubblico e il debito pubblico. Ma in tutto questo anch’io mi chiedo: che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

D. L’ultima grande vittoria referendaria in Italia è stata sull’acqua pubblica, che non basta però a fermarne i tentativi di privatizzazione. Non crede che per quanto positivo potrà essere il risultato non sarà sufficiente a bloccare le multinazionali del gas e del petrolio?

Il referendum è uno degli strumenti che si hanno a disposizione per risolvere il problema, non certo l’unico strumento. Al momento, però, non vedo alternative. Resta il fatto che 60.000 persone si sono ritrovate per le strade di Lanciano lo scorso 23 maggio e hanno manifestato la propria contrarietà alla realizzazione del progetto petrolifero “Ombrina mare” e, più in generale, alla politica seguita dal Governo Renzi in materia di energia.

Eppure non ne ha parlato quasi nessuno: quelle persone sono state quasi invisibili. Dopodiché si è lanciata la proposta del referendum e i mass media ne hanno parlato a lungo. Persino il Governo si è mostrato nervoso al riguardo. Questo vuol dire che si sta andando nella giusta direzione. Di per sé è comunque un fatto politico ragguardevole, che non può essere ignorato.

D. Domenica prossima, l’8 novembre, ci sarà a Roma una grande assemblea del movimento No Triv. Qual è l’obiettivo della giornata?

L’8 novembre, presso il “Parco delle energie” al centro sociale ex Snia di Roma, si terrà una assemblea nazionale delle associazioni, dei comitati e dei movimenti che hanno voluto sostenere la proposta referendaria. L’assemblea è aperta a tutti. Coloro che parteciperanno avranno modo di discutere della campagna referendaria e di come organizzarla. Occorrerà senz’altro attendere che la Corte costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti proposti. Ma nel frattempo – nell’attesa che arrivi gennaio – occorrerà attivarsi. C’è ancora molto da fare e non si può restare con le mani in mano.

(Luca Cardin, 6 novembre 2015, in Zeroviolenza.it)

ARTICOLO ORIGINALE

“VERSO IL REFERENDUM NO TRIV”. A ROMA, L’8 NOVEMBRE, ASSEMBLEA NAZIONALE PER ORGANIZZARE INSIEME LA STAGIONE REFERENDARIA

ROMA8La nascita, tre anni fa, a Pisticci Scalo in Basilicata, del Coordinamento Nazionale No Triv non ha natura esogena rispetto ai coordinamenti e alle reti locali e interregionali sviluppatisi dal basso nel corso dell’ultimo decennio nel nostro paese.

Solo l’anno precedente si era celebrata in Italia una coinvolgente e appassionata campagna referendaria per affermare il diritto all’acqua quale bene comune, per sottrarre questo bene alla privatizzazione e al profitto e per riaffermare (per la seconda volta dopo il 1987!) in maniera chiara e inequivoca il no all’opzione nucleare.

L’ossatura della composizione soggettiva dei movimenti che, in quella campagna referendaria, dal basso hanno saputo con caparbietà collegare, controbattere, unire, garantire presenza capillare sui territori, spendendosi con intelligenza ed efficacia, pur nella totale scarsità delle disponibilità economiche, fino alla vittoria, col raggiungimento e addirittura con un ampio superamento del quorum richiesto, anche per i No Triv era sostanzialmente la stessa.

Emblematico al riguardo l’incontro a carattere nazionale che si è avuto a Roma nel Novembre 2012 tra il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e il neonato Coord naz No Triv, in cui tutti i convenuti hanno ribadito non soltanto l’evidente complementarietà tra i due movimenti, ma la loro sostanziale e “naturale” integrazione.

Molti, tra i fondatori del Coord. No Triv, sono al contempo attivisti del Forum dei Movimenti per l’Acqua , così come lo sono per le rinnovabili pulite e decisamente per il no secco al nucleare.

Il flusso che lega e rilancia i movimenti per i beni comuni è ancora una volta lo stesso che è attento a interpretare le esigenze dei territori tentando di legarle a una proposta a carattere quantomeno interregionale.

Il Coord No Triv nasce non a caso nell’estate del 2012, in quanto la spinta alla coniugazione spontanea dal basso dei comitati di lotta contro le richieste di autorizzazione finalizzate alle attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi in terra e in mare, difficilmente sarebbe mai giunta a maturazione in virtù di un processo di spontanea aggregazione territoriale.

La vera spinta al confronto e all’impulso organizzativo proveniva (e proviene tuttora) dalla coniugazione tra crisi finanziaria internazionale e scelta normativa volta a facilitare l’illusione di facili e veloci introiti fiscali legati alla trasformazione del Welfare State in Estractive State.

Il famigerato art. 16 dell’ex “decreto per le Liberalizzazioni”, gli artt. 35 e 38 del “decreto sviluppo (Dl 83,ora L 134/2012); la bozza di SEN (Strategia Energetica Nazionale); la prima bozza di revisione costituzionale del Tit. V; sono le principali leve, tutte targate 2012, dell’accelerazione allo stravolgimento della forma Stato nel nostro paese, improntata appunto all’estrattivismo (fiscale) e alla centralizzazione autoritaria nelle mani dell’Esecutivo dei non eletti (Renzi è il terzo della serie).

Non deve pertanto risultare strano se oggi ci troviamo ad affrontare una battaglia referendaria riguardante in primis proprio l’art. 35 del Dl 83 ora L 134/2012. Il primo atto formale del nascente Coordinamento, nella calura di metà Luglio 2012 a Pisticci, fu, infatti, una lettera indirizzata a tutti i parlamentari italiani a non convertire in legge l’allora art. 35 del Dl 83. Il Coordinamento poi ha insistito, anche sollecitando proposte di legge parlamentare (che ci sono e non sono andate a buon fine!); partecipando a specifiche audizioni parlamentari; denunciando sui media e in ogni dove il furbesco aggiramento esercitato dal trio Monti/Passera/Clini per garantire ai petrolieri la realizzazione di 25 progetti, come Ombrina in Abruzzo, Vega B nel Canale di Sicilia (cui potrebbero aggiungersene altre decine).

Il percorso seguito dal Coord. No Triv è stato in questo lineare e coerente, conducendo anche in questi anni (già da fine 2012/inizi 2013) una campagna, in perfetta solitudine, contro i rischi di delegittimazione e sottrazione dei poteri concorrenti Stato/Regioni.

Lo Sblocca Italia

Il devastante approccio decisionista dello Sblocca Italia ha fatto il resto, mostrando la corda iperliberista e ballando sul baratro del cimitero della democrazia formale e sostanziale.

Cortei, manifestazioni in ogni dove, dossier, campagne stampa, efficaci servizi radio e TV; nascita di nuovi comitati territoriali e di nuovi coordinamenti (si pensi a Democrazia e Costituzione!), hanno alimentato le proteste.

La “questione energetica” (meglio dire i proventi fiscali attesi dalla trivellazione a tappeto), con tutte le conseguenze e le derivate (politiche, economiche, sociali) evidenziate dalle sofferenze dei territori da decenni aggrediti dalle multinazionali del settore, è esplosa nel paese, ben oltre i confini dei coordinamenti e dei movimenti (territoriali e/o nazionali che siano).

Dopo i disegni di legge andati a vuoto; dopo una campagna a tappeto per far deliberare in ogni dove i Comuni “in soggezione” contro lo Sblocca Italia, per sollecitare i rispettivi presidenti regionali a impugnare presso la Corte Costituzionale (quindi contro i truffaldini commi introdotti nella Legge di Stabilità 2015 in sostituzione del comma 1bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia; poi contro il Nuovo Disciplinare Tipo ambientale, con relativo sollecito al ricorso al TAR del Lazio), la richiesta politica di dare spazio nelle reti e nei movimenti alla necessità/opportunità di ricorrere allo strumento referendario si è arenata, nei movimenti, sulla soglia di un dibattito solo accennato, soffocato in partenza, ma sostanzialmente fermo a considerazioni di opportunità di tipo statistico (vedi al proposito l’esito delle assemblee Contro lo Sblocca Italia a Napoli il 7 Dicembre 2014; a Montesano sulla Marcellana il 18 Gennaio 2015; il report dell’assemblea nazionale Nosbloccaitalia a Pescara del 24 Maggio scorso).

In conclusione, (al netto di ogni iniziativa a carattere regionale, delle manifestazioni, delle interpellanze etc)  per evitare di trovarsi per oltre 30 anni le trivelle nelle acque territoriali, almeno per le richieste sbloccate dal governo Monti e accelerate da Renzi, e dopo che le associazioni ambientaliste nazionali storiche avevano posto fondati dubbi circa la mancanza dei tempi necessari alla raccolta delle 500 mila firme occorrenti per promuovere i referendum, Il Coord No Triv ha ritenuto di dover sollecitare il ricorso all’art. 75 della Costituzione e si è passati alla richiesta alle 5 Regioni necessarie.

Il Coord. No Triv , al termine di 3 anni di solleciti, ha proposto il referendum abrogativo di parte dell’art. 35 L 134/2012, per due sostanziali ordini di motivi:

  • Si tratta dell’ultimo strumento che la legge consente di adoperare prima che le autorizzazioni, sulla spinta dell’accelerazione impressa dalla richiesta di attribuzione del titolo concessorio unico, possano essere rilasciate alle compagnie petrolifere, rendendo la situazione irreversibile.
  • La scelta del governo Renzi di far approvare a maggioranza (senza i 2/3 richiesti) le leggi di revisione costituzionale comporta l’indizione (già annunciata) di un referendum confermativo (ai sensi dell’art. 138 Cost), da celebrarsi entro l’autunno del 2016. Lasciare “in solitaria” la campagna dei referendum confermativi istituzionali significherebbe non contrapporre, di fatto, alcun serio ostacolo contro l’arrogante imposizione di provvedimenti antidemocratici. Il referendum abrogativo No Triv, anche celebrato pochi mesi prima di quello confermativo istituzionale, potrebbe rappresentare comunque un valido contributo al rafforzamento delle ragioni della campagna in difesa della Costituzione.

La prospettiva della campagna referendaria si inserisce, quindi, nella situazione politica attuale quale elemento dinamico che aiuta a far saltare gli innumerevoli giochi politici orientati alla possibilità di far rimanere compatibili ambiguità e contraddizioni generate con effetto domino dal disposto normativo di Sblocca Italia e revisioni costituzionali.

Il progetto dell’Esecutivo ha iniziato a manifestare segni di implosione, dopo aver portato al limite la stessa tenuta delle relazioni sociali.

Il Referendum No Triv

Il fatto che (in numero ben superiore al necessario) le Regioni accettassero di deliberare per il varo del referendum abrogativo dell’art. 35 della L 134/2012, come richiesto dal Coord. No Triv, ha ovviamente suscitato meraviglia mista a soddisfazione, soprattutto perché un esito politicamente non scontato si è consumato praticamente a ridosso del limite temporale stabilito al 30 Settembre dalla Legge 352/70.

Inoltre, le assemblee legislative dei 20 Consigli regionali, lo scorso 11 Settembre a Roma, si esprimevano favorevolmente e all’unanimità anche per il varo di un pacchetto di altri quesiti abrogativi, incentrati sulla necessità di recupero e garanzia delle competenze regionali e implicitamente sulla richiesta di moratoria delle autorizzazioni.

La conferenza dei 6 presidenti di Regione a Bari, presso la Fiera del Levante, lo scorso 18 Settembre, ha suggellato politicamente la decisione delle assemblee consiliari regionali, aprendo di fatto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni Stato Regioni non solo in materia ambientale ed energetica.

Nessuno in tale contesto può chiamarsi a questo punto fuori dai giochi.

Qualora la Corte Costituzionale dovesse emettere giudizio di compatibilità per i quesiti presentati, la partita referendaria entrerebbe nel vivo e stare alla finestra vorrebbe dire rinunciare a ingigantire le crepe che la SEN sta mostrando dalla sua nascita; mentre invece occorre anche saper approfittare della situazione di sbandamento e ripensamento che governo e multinazionali sono costretti a subire all’ombra del calo del costo del barile.

Il combinato disposto referendario delinea con chiarezza la prospettiva di una moratoria delle attività onshore e offshore.

Sarà compito di tutte/i rendere più incisiva la comunicazione e il confronto sociale diffuso e costruttivo.

Dobbiamo confrontarci, approfondire con lucidità il quadro controverso ma in movimento in cui ci troviamo, per poter affrontare insieme la nuova sfida che ci attende.

Abbiamo bisogno di avviare un processo organizzativo adeguato, sapendo fare tesoro dei consensi ottenuti nel crescendo delle ultime settimane.

Per poter affrontare con serenità e decisione i prossimi mesi che ci separano dal probabile svolgimento del voto referendario, vediamoci tutte/i a Roma, Domenica 8 Novembre, dalle ore 10 alle ore 17 presso il C.S.O.A.“Parco delle Energie” EXSNIA, via Prenestina n° 173.

Si propone, in vista dell’incontro a carattere nazionale, aperto agli esponenti delle 200 associazioni e alle persone che hanno sottoscritto il nostro appello, nonché agli esponenti e rappresentanti delle altre associazioni ambientaliste e culturali, il seguente ordine del giorno, che si auspica possa essere utilmente arricchito e condiviso.

Di seguito, in termini generali, la proposta di O.d.G della giornata, che verrà sottoposta al vaglio dell’Assemblea:

a) Valutazione della proposta complessiva emergente dall’analisi dei singoli quesiti, e individuazione delle modalità di gestione della campagna referendaria;

 b) Formazione di uno (o più) gruppo/i di lavoro nazionale/i per:

– l’organizzazione complessiva della campagna referendaria;

– l’elaborazione di un vademecum informativo e dei materiali generali;

– l’organizzazione di un ufficio comunicazione e stampa;

 c) Formazione dei gruppi regionali per garantire il funzionamento delle reti locali in sinergia con le reti nazionali;

 d) Individuazione dei criteri di raccolta fondi per garantire un’adeguata operatività delle iniziative (manifesti, volantini, spostamenti per convegni, assemblee, ecc.);

 e) Formazione di un gruppo di coordinamento delle iniziative locali e nazionali per favorire il potenziamento sinergico tra lotte su singole vertenze e referendum, ed il collegamento con i coordinamenti che stanno sorgendo in tutta Italia sia per contrastare le riforme costituzionali sia per contribuire alla raccolta delle firme per altri referendum (Italicum, Scuola, Job Act, ecc.).

Roma, 26 ottobre 2015

Coordinamento Nazionale No Triv

Vi invitiamo a condividere l’invito alla partecipazione con chiunque voglia diventare protagonista di questo percorso e a comunicare all’indirizzo di posta elettronica referendumnotriv@gmail.com la presenza all’Assemblea Nazionale di domenica 8 novembre.

APPROFONDIMENTI: IL TESTO DEI QUESITI REFERENDARI NO TRIV PROPOSTI ALLE REGIONI

DOWNLOAD: ASSEMBLEA NAZIONALE VERSO IL REFERENDUM NO TRIV

 

CONTRO GLI IRRESPONSABILI IN PARLAMENTO UN SOLO STRUMENTO: IL REFERENDUM

senatoE’ approdata da pochi giorni in Senato la discussione del Collegato Ambientale (Disegno di Legge 1676). I lavori dell’Aula hanno prodotto finora risultati pessimi e tutti nel solco di una forte continuità della Strategia Energetica Nazionale.
E’ stato approvato, ad esempio, l’emendamento presentato dal senatore PD Vaccari, che sopprime le sanzioni penali (reclusione da sei mesi a tre anni) nei confronti di chiunque avvii la produzione di un impianto per operazioni in mare nel settore degli idrocarburi in carenza delle prescrizioni sancite ai sensi della direttiva 2013/30/UE.
Inoltre, giovedì 22 ottobre, stati respinti due emendamenti presentati da un’agguerrita pattuglia di senatori (il primo a firma di Blundo, Castaldi, Girotto, Nugnes; il secondo, invece, di De Petris, Bignami, Cervellini, Petraglia, De Cristofaro, Campanella, Uras, Vacciano, Bocchino, Stefano), volti ad abrogare quella parte dell’art 35 comma 1 del Decreto Sviluppo che, come noto, nel 2012 determinò la ripresa di numerosi procedimenti autorizzativi per ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare bloccati dal Decreto Prestigiacomo.
Ove approvati, i due emendamenti avrebbero consentito di ottenere il medesimo risultato cui puntano oltre 200 associazioni e comitati con uno dei 6 referendum depositati in Cassazione lo scorso 30 settembre.

Fin qui la cronaca. A seguire alcune doverose annotazioni a margine.

PRIMO. L’esito del voto dell’Assemblea di Palazzo Madama se per un verso rende ancor più necessario sostenere il referendum di primavera 2016, dall’altro dimostra oltre ogni ragionevole dubbio l’impraticabilità di qualsiasi iniziativa legislativa che transiti, nell’attuale fase politica, attraverso il Parlamento.

SECONDO. Il tema del referendum è entrato di forza e di diritto nel dibattito parlamentare. Dal resoconto stenografico della seduta n. 529 del 22 ottobre 2010 – Blundo (M5S): “Signor Presidente, colleghi, oggi siamo chiamati a votare l’emendamento 2.501. Si tratta di un emendamento – come ha detto ieri la sottosegretaria Degani – che può fare di questo provvedimento davvero una realtà innovativa. Teniamo presente che in esso si chiede di ripristinare il limite delle 12 miglia dalla costa per le prospezioni. Sono duecento le associazioni che hanno chiesto il referendum per ottenere il ripristino del limite, per evitare, cioè, che avvengano prospezioni entro le 12 miglia dalla costa. Sono dieci le Regioni il cui Consiglio, a maggioranza assoluta, ha approvato una richiesta di referendum in merito e parliamo di otto Consigli regionali a maggioranza di centrosinistra e due di centrodestra. Mi riferisco alle Regioni Puglia, Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise, Campania, Sardegna e Liguria. Allora, colleghi, riflettiamo perché veramente con questo disegno di legge possiamo dimostrare di essere in linea con loro. Vogliamo far venire nel nuovo Senato i consiglieri regionali e oggi il Parlamento potrebbe davvero esprimersi nel rispetto delle loro richieste. Le Regioni chiedono, infatti, un referendum per ottenere la stessa cosa, e cioè il ripristino di un limite per le prospezioni di 12 miglia di distanza dalla costa. Oggi, inoltre, i dieci Presidenti coinvolti si incontreranno, alle ore 16,30, a Milano per parlare del referendum di abrogazione dell’articolo 35 …”. Al netto di ogni giudizio di valore, il referendum (rectius, i sei referendum) sono dunque un fatto con cui tutti siamo chiamati a misurarci, dentro e soprattutto fuori dalle istituzioni.

TERZO. L’esito delle votazioni del 22 ottobre in Senato ed ancor più l’approvazione del Disegno di Legge 1429 sulla revisione del Titolo V della Costituzione hanno reso evidente lo scontro in atto tra Stato e Regioni è cancellato ogni residua possibilità di dialogo/confronto tra i diversi livelli istituzionali sui temi delle politiche energetiche ed ambientali.

QUARTO. Va sempre ricordato che le scelte che più contano per il futuro del Paese continuano a passare attraverso le decisioni di una maggioranza parlamentare formatasi grazie ad una legge elettorale dichiarata parzialmente incostituzionale. Nel caso specifico, a votare contro gli emendamenti no-triv sono stati in 100.

La misura è colma. I nodi sono tutti politici.

Il referendum non è, a seconda che si appartenga al partito dei “falchi” o delle “colombe”, la clava con cui tutto si abbatte o la bacchetta magica con cui tutto si cambia ma, in questa particolare congiuntura, è uno dei pochi strumenti che possono essere attivati, assieme a pochi altri, in modo immediato e concreto, per arrestare la deriva antidemocratica in atto nel nostro Paese.

L’alternativa è morire di trivelle, nel bel mezzo di un sogno di un Paese che ancora non c’è.

 

Enrico Gagliano – Abruzzo Beni Comuni, Associazione aderente al Coordinamento Nazionale No Triv

VERSO IL REFERENDUM. FOCUS SINTETICO SUI QUESITI REFERENDARI NO TRIV

refLa pressione esercitata da 200 associazioni, comitati, movimenti e personalità della cultura e delle scienze, ha spinto le Assemblee di metà delle Regioni italiane a deliberare – in modo pressoché unanime e trasversale – richiesta di referendum per l’abrogazione di disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e su terraferma.

Pubblichiamo un “focus sintetico” sui 6 quesiti referendari No Triv inviati alla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali e delle Provincie autonome lo scorso 14 settembre e depositati in Corte di Cassazione il 30 settembre 2015, a seguito della deliberata richiesta di 10 Consigli regionali italiani.


STOP AI TITOLI MINERARI ENTRO LE ACQUE TERRITORIALI
Breve illustrazione della proposta referendaria

Una abrogazione totale dell’art. dell’art. 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 151, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’art. 35, comma 1, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, non sarebbe possibile e comunque neppure auspicabile, giacché, quand’anche possibile, abrogandolo interamente si andrebbe ad abrogare anche il divieto di ricerca e di estrazione del gas e del petrolio entro le dodici miglia marine.
Il quesito proposto mira ad eliminare la previsione della non applicabilità del divieto ai procedimenti amministrativi in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128, destinati a concludersi con il rilascio del titolo minerario. D’altra parte, l’art. 35 del decreto 22 giugno 2012, n. 83 è intervenuto proprio al fine di rimuovere tale divieto, introdotto con il d.lgs. 29 giugno 2010, n. 128, a seguito del disastro petrolifero del Golfo del Messico.
Al fine di rispettare la “matrice razionalmente unitaria” del quesito, oggetto della proposta referendaria è anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale che risulta collegata alla disposizione sui procedimenti in corso: se dall’abrogazione referendaria discende il divieto dei procedimenti in corso, anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale va, infatti, eliminata, poiché, diversamente, la disposizione resterebbe priva di efficacia.
L’abrogazione non riguarda, invece, e non potrebbe riguardarli, i titoli abilitativi già rilasciati, in quanto, in questo caso e diversamente dall’abrogazione della previsione legislativa sui procedimenti in corso, la Corte dichiarerebbe certamente l’inammissibilità del quesito, stante il limite della tutela del legittimo affidamento che la discrezionalità del legislatore (e quindi anche della proposta referendaria) incontra.
Anche le disposizioni dell’ultima parte dell’art. 35 non potrebbero essere sottoposte ad abrogazione, in ragione del limite della non reviviscenza della norma abrogata e del limite delle «leggi tributarie», secondo l’interpretazione che ne dà la Corte costituzionale.

Decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, come convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134

Art. 35 – Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

1. L’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è sostituito dal seguente: “17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministero dello sviluppo economico, per assicurare il pieno svolgimento rispettivamente delle azioni di monitoraggio e contrasto dell’inquinamento marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare”

Il quesito proposto:

  • «Volete voi che sia abrogato l’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’articolo 35, comma 1, del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, limitatamente alle seguenti parole: “procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei”; “alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”?»

 

STOP SBLOCCA ITALIA
Breve illustrazione della proposta referendaria

La proposta referendaria si articola in cinque quesiti aventi ad oggetto alcune disposizioni del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Sblocca Italia), del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (sulle semplificazioni) e della legge 23 agosto 2004, n. 239 (riordino del settore energetico).

Il primo quesito è relativo all’art. 38, comma 1, del decreto Sblocca Italia e concerne anzitutto la dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi. Che tali attività siano anche di pubblica utilità non è, invece, una novità: da questo punto di vista tutte le leggi che in materia sono ancora in vigore rendono una dichiarazione analoga. In secondo luogo, esso riguarda anche l’apposizione del vincolo: eliminando questa previsione non si elimina di per sé la possibilità che i terreni siano espropriati a seguito di dichiarazione di pubblica utilità, in quanto, per questa sua parte, lo Sblocca Italia non ha implicitamente abrogato la disciplina previgente, ma ha esteso il vincolo preordinato all’esproprio alla “fase di ricerca”, contemplata dal nuovo “titolo concessorio unico”: il che costituisce un problema, in quanto il vincolo concernerebbe non solo – com’è stato finora – le attività di estrazione, ma persino quelle di ricerca, rispetto alle quali era prevista l’occupazione d’urgenza dei fondi. Eliminando questa disposizione, resterebbe comunque intatta la previsione della dichiarazione di pubblica utilità: quindi l’espropriazione seguirebbe l’iter amministrativo consueto senza però che i diritti del proprietario siano compressi prima ancora del rinvenimento del giacimento. La disposizione, tra l’altro, solleva dubbi di legittimità costituzionale, che, tuttavia, le Regioni che hanno impugnato l’art. 38 dinanzi alla Corte non hanno potuto far valere, in ragione del fatto che il ricorso in via principale presuppone che si produca una invasione della competenza regionale da parte della legge dello Stato.

Il secondo quesito investe l’art. 38, comma 1-bis, dello Sblocca Italia, in relazione al c.d. piano delle aree, previsto al fine di pervenire – per la prima volta – ad una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Si tratta di una previsione che è stata inserita in sede di conversione in legge dello Sblocca Italia e sulla quale è successivamente intervenuta la legge di stabilità 2015. Scopo dell’abrogazione referendaria è, per un verso, quello di lasciar esprimere la Conferenza unificata sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e, per altro verso, di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo seguendo la procedura semplificata prevista dall’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto, n. 239 (anch’essa, comunque, oggetto di apposito quesito referendario). Il quesito, infine, riguarda anche la disciplina transitoria introdotta dalla legge di stabilità 2015, in base alla quale – nelle more dell’approvazione del piano – il rilascio dei titoli abilitativi sarebbe consentito sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia. Eliminando questa disposizione si avrebbe, per un verso, che le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi già autorizzate continuino ad essere esercitate e, per altro verso, però, che fino all’adozione del piano (chiamato a razionalizzare l’esercizio di quelle attività) non possano essere rilasciati nuovi titoli.

Il terzo quesito ha ad oggetto la durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”, ma non anche la previsione del nuovo titolo in sé, destinato a sostituire i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione. L’art. 38 dello Sblocca Italia, infatti, ha tacitamente abrogato la previsione legislativa dei permessi e delle concessioni e, secondo il consolidato orientamento della Corte costituzionale, una eventuale abrogazione referendaria delle disposizioni concernenti il titolo concessorio unico non farebbe “rivivere” quelle sui permessi e sulle concessioni ormai abrogate. Ciò non toglie che si possa intervenire sulla durata dei titoli concessori unici.

Il quarto quesito è relativo all’art. 57 del decreto-legge n. 5 del 2012 sulle semplificazioni, che reca disposizioni per le infrastrutture strategiche. La legge di stabilità 2015 ha modificato alcune previsioni di detto decreto, stabilendo che tanto per le infrastrutture e gli insediamenti strategici, quanto per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria e, più in generale, per le opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi – quand’anche localizzate al di fuori del perimetro delle aree date in concessione di coltivazione – le autorizzazioni relative siano rilasciate d’intesa con le Regioni interessate. Tuttavia, nel caso di mancato raggiungimento dell’intesa si provvede con le modalità stabilite dalla legge n. 239 del 2004 e dalla legge n. 241 del 1990. La proposta referendaria mira unicamente ad abrogare la possibilità che, per le ipotesi citate, si possa esercitare il potere sostitutivo secondo la procedura semplificata disciplinata dalla legge n. 239 del 2004.

Il quinto quesito completa logicamente il secondo e il quarto, dal punto di vista della partecipazione degli Enti territoriali. Mentre, infatti, il secondo e il quarto quesito si propongono, rispettivamente, di porre rimedio al depotenziamento del ruolo delle Regioni e degli Enti locali in sede di approvazione del piano delle aree per le attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi e di far fronte alla scarsa incidenza che le Regioni avrebbero in relazione alle opere strumentali a dette attività, il quinto quesito mira a far sì che l’intesa sul rilascio dei titoli minerari torni ad essere – come auspicato dalla stessa Corte costituzionale – un “atto a struttura necessariamente bilaterale”, e cioè “superabile” dallo Stato solo a seguito di effettiva “trattativa” con le Regioni interessate. Ciò concernerebbe unicamente le determinazioni inerenti la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In questo caso, abrogando l’art. 1, comma 8-bis, limitatamente alle parole: “7 e”, troverebbe comunque applicazione ai procedimenti sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi la disciplina prevista dalla legge n. 241 del 1990. Tanto più che trattasi solo di un comma “aggiunto” nel 2012 alla disciplina originaria del 2004. D’altra parte, è la stessa legge n. 239 del 2004 che, nel disciplinare i procedimenti, rinvia alla legge generale sul procedimento; e di “procedimento unico” e “conferenza di servizi” discorre comunque oggi anche il decreto Sblocca Italia (art. 38, comma 6).

I 5 quesiti proposti:

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, limitatamente alle seguenti parole: “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese”; “rivestono carattere di interesse strategico e”; “, urgenti e indifferibili”; “, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi, conformemente al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 1-bis, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, introdotto dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, come modificato dall’art. 1, comma 554, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)”, limitatamente alle parole: “, per le attività sulla terraferma,”; “In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto, n. 239. Nelle more dell’adozione del piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione.”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 5, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, limitatamente alle seguenti parole: “prorogabile due volte per un periodo di tre anni nel caso sia necessario completare le opere di ricerca,” “, prorogabile per una o più volte per un periodo di dieci anni ove siano stati adempiuti gli obblighi derivanti dal decreto di concessione e il giacimento risulti ancora coltivabile,”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 57, comma 3-bis, del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”, convertito con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, come modificato dall’art. 1, comma 552, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)”, limitatamente alle seguenti parole: “con le modalità di cui all’art. 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239, nonché”»;

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239, “Riordino del settore energetico, nonché delega al Governo per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di energia”, introdotto dal decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 83, limitatamente alle seguenti parole: “7 e”?»

 

Coordinamento nazionale No Triv

DOWNLOAD: IL TESTO DEI QUESITI REFERENDARI NO TRIV PROPOSTI ALLE REGIONI

SHELL ABBANDONA L’ARTICO PER LO JONIO, MA RISCHIA GROSSO CON I REFERENDUM

jonio2Il 13 Ottobre scorso la Commissione Tecnica VIA del Ministero dell’ambiente si è espressa per la compatibilità ambientale di due istanze di permesso di ricerca presentate a fine 2009 dalla Shell Italia Ep.
Le due istanze, contraddistinte dalle sigle d73 F.R- SH e d74 F.R-SH, interessano il Golfo di Taranto e, seppur distinte sotto il profilo autorizzativo, costituiscono per Shell un tutt’uno sotto il profilo industriale.

Delle due istanze gemelle, la d74 F.R-SH è giunta a noi grazie all’art. 35, comma 1, del Decreto Sviluppo, convertito in legge sotto il Governo Monti e oggi sottoposto a referendum abrogativo.

Il suo inquadramento geografico è descritto anche nella Sintesi non tecnica del progetto redatto dalla Shell: “Il punto più a Nord del blocco in oggetto si trova a circa (meno) 12 miglia nautiche da Capo Spulico, la parte più orientale dista circa 8 miglia marine da Trebisacce, mentre il punto più a Sud dista circa 14 miglia da Punta Alice”.

Secondo uno studio del MISE, l’area di ricerca è interferente al 100% con una lunga serie di aree interdette ai sensi del Decreto Prestigiacomo (SIC: Fiumara Trionto, Macchia della Bura, Fondali Crosia- Pietrapaola, Dune di Camigliano). Il 30 novembre 2010, infatti, il MISE notificò alla Shell un preavviso di rigetto.
Stessa sorte toccò in pari data alla gemella d73 F.R- SH perché interferente per intero con la Zona di Protezione Speciale Alto Jonio Cosentino.

I progetti espansionistici della Shell nello Jonio, coerenti con la Strategia Energetica Nazionale, possono e devono essere arrestati: grazie allo Sblocca Italia, si fa concreta la possibilità che, una volta individuato il Piano delle Aree ed ottenuti i permessi di ricerca, la compagnia olandese richieda ed ottenga la conversione dei titoli di ricerca in titoli concessori unici.

Tutto questo, però, può essere evitato. È importante, quindi, che:

  • le amministrazioni interessate propongano ricorso al TAR Lazio contro i decreti VIA del 13 ottobre scorso.
  • la Regione Calabria segua l’esempio della Regione Abruzzo che nei giorni scorsi ha approvato una legge ad hoc per vietare qualsiasi attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi al di sotto del limite delle 12 miglia dalle linee di costa o dalle aree naturali protette.
  • nel frattempo vada avanti spedito il processo referendario. Dei sei quesiti referendari, infatti, ben tre (contro trivelle entro le 12 miglia; contro conversione titolo di ricerca in titolo concessorio unico e pronunciamento della Conferenza Unificata Stato-Regioni sul Piano delle Aree, mare compreso) sono in grado di arrestare l’avanzata di Shell nel Golfo di Taranto.

Ma lo sforzo più grande dovrà farlo la politica, rimediando in extremis alle pessime scelte effettuate in materia energetica ed ambientale negli ultimi anni e puntando sulla riconversione ecologica del sistema economico attivando, quindi, tutti gli strumenti di programmazione possibili e disponibili.

Le Amministrazioni interessate sono:
Regioni: Basilicata, Calabria
Province: Crotone, Cosenza, Matera
Comuni: Corigliano Calabro, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Albidona, Rossano, Ciro’ Marina, Crucoli, Rotondella, Rocca Imperiale, Cariati, Pietrapaola, Crosia, Scanzano Jonico, Nova Siri, Cassano all’Ionio, Policoro, Ciro’, Scala Coeli, Mandatoriccio, Trebisacce, Villapiana, Amendolara

Roma, 16 ottobre 2015

Coordinamento nazionale No Triv

IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI

costAlla luce degli ultimi passaggi parlamentari sulla riforma costituzionale, riproponiamo “il Documento di Crotone”; nato e sottoscritto da centinaia di Associazioni, Movimenti, Comitati italiani a seguito dell’iniziativa pubblica promossa da Coordinamento nazionale No Triv dal titolo “Difesa dei Beni Comuni e revisione della Costituzione”, tenutasi nella città calabrese il 12 e 13 luglio 2014.

Ribadiamo così la nostra ferma opposizione ed il nostro dissenso ad una “riforma” che si pone in palese violazione del principio autonomistico e democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato.


 

IL DOCUMENTO DI CROTONE; IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI 

È in corso un attacco alla nostra Costituzione, alla nostra democrazia, ai nostri territori.
Il quadro complessivo delle riforme costituzionali, unitamente alla riforma della legge elettorale, delinea una svolta autoritaria, che vanifica il sistema delle garanzie costituzionali e lascia presagire uno scenario istituzionale, a seguito del quale i cittadini avranno meno capacità decisionale.

Noi non siamo contrari ad una ipotesi di revisione della Costituzione, ma siamo contrari a questa revisione, che compromette la democrazia, minandola negli organi di rappresentanza territoriale, e che favorisce la blindatura della casta partitica in Parlamento.
Il disegno di legge di revisione costituzionale attualmente in discussione interviene principalmente su due questioni: il bicameralismo e l’assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni. Si tratta di due questioni strettamente connesse.

Il riordino delle competenze legislative previsto andrà a vantaggio dello Stato e a sicuro detrimento del ruolo delle Regioni. Se la riforma vedrà la luce, lo Stato potrà ergersi a decisore unico delle sorti dell’ordinamento locale, dei beni culturali e paesaggistici, del turismo, dell’energia, del governo del territorio, delle infrastrutture strategiche e di altre materie ancora.
La ratio sottesa alla proposta è quella di impedire che le Regioni possano in futuro legiferare su tali materie, partecipare ai procedimenti amministrativi, sostenere proposte alternative equo-sostenibili, opporsi alla realizzazione di numerosi progetti (come le grandi opere inutili e le infrastrutture strategiche), che le collettività locali e regionali contestano da tempo, per le evidenti implicazioni che hanno sui beni comuni e, in primo luogo, sulle risorse naturali.
È sufficiente pensare alla materia energetica.
Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito l’energia alla competenza concorrente dello Stato e della Regione, la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. L’intesa della Regione si configura, infatti, come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé la competenza sulla materia energetica. Con il disegno di legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà, invece, meno. In questo modo, i progetti energetici potrebbero non richiedere più l’assenso della Regione.
Si pensi alla miriade di progetti petroliferi che il Governo ha in serbo di realizzare in Basilicata, in Abruzzo, in Sicilia, in Puglia o in Campania: in questi e in altri casi lo Stato farà sicuramente da sé.

Lo stesso può dirsi per le materie che residueranno in capo alle Regioni, posto che in ogni tempo lo Stato potrà esercitare la specialissima prerogativa che la riforma gli riserva: quella di privare la Regione della possibilità di legiferare anche nelle materie residuali solo perché così piace allo Stato, e cioè “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

D’altra parte, il duro colpo che alla democrazia regionale e locale verrà inferto non potrà trovare rimedio neppure attraverso la partecipazione delle Regioni e dei Comuni in seno al nuovo Senato. Nonostante, infatti, che il nuovo art. 57 Cost. dichiari che i senatori rappresentano le “istituzioni territoriali”, le modalità di elezione individuate (attraverso i Consigli regionali) e il limitato numero di seggi a disposizione di ciascuna Regione (da attribuire “in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”) finiranno, nei fatti, per favorire la presenza in seno al Senato dei partiti più grandi e rafforzare finanche l’egemonia degli stessi nella Camera dei Deputati, agevolati, in questo, da una legge elettorale in corso di approvazione profondamente ingiusta e antidemocratica.

In conclusione, la riforma costituzionale del Governo Renzi si pone in palese violazione del principio autonomistico e del principio democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato. Per questa ragione ci opponiamo fermamente alla revisione costituzionale in corso e invitiamo i parlamentari tutti a non votare il disegno di legge e i cittadini a sostenere le ragioni del nostro dissenso.

 

REFERENDUM NO TRIV: RADIO INTERVISTA AL PROF. DI SALVATORE

radioDieci Regioni hanno presentato in Cassazione i referendum No-Triv: i quesiti referendari mirano ad impedire le trivellazioni entro le 12 miglia marine ed al ripristino dei poteri delle regioni limitati dallo Sblocca-Italia; bisognerà attendere ora che l’ufficio referendum della Suprema Corte attesti la correttezza formale dei quesiti.

Riproponiamo l’intervista al Professore Enzo Di Salvatore – costituzionalista e docente dell’Università di Teramo – trasmessa su Radio Radicale il 1° ottobre,  durante la trasmissione  Overshoot, a  cura di Enrico Salvatori.

STREAMING RADIO:  INTERVISTA AL PROF. E. DI SALVATORE – RADIO RADICALE 01.10.15

AVANTI CON I REFERENDUM E PER LA DEMOCRAZIA!

refCon il deposito  in Cassazione dei 6 quesiti referendari No-Triv, fortemente voluti dal Coordinamento Nazionale No Triv assieme ad altre 200 associazioni, ben 10 Regioni hanno restituito ai cittadini il diritto di decidere di loro stessi e del futuro dei rispettivi territori. Si tratta di un fatto straordinario ed unico nella storia dell’Italia repubblicana, il cui significato va ben oltre la pur importante dimensione energetica. Sugli egoismi ed i tatticismi hanno prevalso il merito delle questioni e la pressione esercitata sulle Assemblee Regionali da movimenti, comitati ed associazioni.

Sul piano istituzionale, il Governo dovrà fare i conti con una mutata realtà e con mutati rapporti di forza nel Paese.

Quanto alle scelte energetiche, l’esercizio dell’opzione referendaria consentirà al Paese di riaprire una partita che sembrava già persa all’indomani del varo della Strategia Energetica Nazionale: i quesiti sull’art 38 rimettono in discussione il nuovo sistema di governance che gli ultimi tre Governi hanno tentato di imporre a suon di leggi e decreti (Sblocca Italia su tutti); quello “secco” sull’art. 35 mira ad infliggere un duro colpo alle mire delle compagnie petrolifere, a salvaguardare i nostri mari e a prevenire qualsiasi tentativo di ritorno al passato (abolizione del limite delle 12 miglia con conseguente rilancio di investimenti nell’Oil&Gas per 3,5 miliardi di euro) da parte di un Governo apertamente schierato sul fronte delle energie fossili e che non è nuovo ad “imprese” del genere.

I referendum non sono un punto di arrivo, ma un punto di partenza di cui si avvertiva da tempo un gran bisogno.

Una delle poche note liete in una lunga e triste stagione color nero-petrolio.

Qualsiasi muraglia è fatta di tante pietre; la prima – importante – è stata posta questa mattina grazie ad un’intuizione del Coordinamento Nazionale No Triv, al lavoro ed alla tenacia di chi crede ancora e pratica il valore della partecipazione alle scelte che interessano tutti noi.
Non è forse questa l’essenza della libertà e della democrazia?

Roma, 30 settembre 2015

Coordinamento Nazionale No Triv

REFERENDUM NO TRIV: 8 REGIONI LO CHIEDONO, ALTRE DECIDERANNO NEI PROSSIMI GIORNI. PRIMO VERO RISULTATO DEI MOVIMENTI

idealOtto Regioni hanno già detto sì ai referendum promossi dal Coordinamento Nazionale NO TRIV contro le estrazioni petrolifere in mare e su terraferma e in favore della democrazia.
Basilicata, Puglia, Marche, Molise, Sardegna, Abruzzo, Veneto e Calabria hanno deliberato a riguardo all’unanimità o a maggioranza assoluta. A queste potrebbero aggiungersi la Campania e la Liguria (il 29 settembre).

I referendum abrogativi riguardano norme che consentono le estrazioni petrolifere in mare, alcune disposizioni dello Sblocca Italia sui procedimenti per il rilascio dei titoli minerari nonché altre norme che tolgono voce e decisione ai cittadini ed agli enti locali sulle politiche energetiche che riguardano i loro territori. Se coronati da successo, porranno in modo definitivo la parola “fine” ad ogni tipo di marcia indietro da parte del Governo sul divieto di attività estrattive entro il limite delle 12 miglia.
A dispetto della moral suasion portata avanti negli ultimi giorni dal Governo nei confronti delle Regioni e di singoli consiglieri regionali, di fronte all’ampio spiegamento di forze sceso in campo a dar man forte alla proposta del Coordinamento Nazionale No Triv, quello ottenuto è il primo risultato concreto e positivo in tanti anni di rinnovata verve petrolifera.
Si tratta di un’iniziativa nata dal basso, che ha visto grandi mobilitazioni di piazza, l’attivazione di oltre 200 associazioni, organizzazioni e movimenti e di decine e decine di personalità del mondo culturale, accademico, politico, artistico e che sta via via convincendo sempre più organizzazioni sociali e politiche che vedono in un modello di sviluppo sostenibile la via per uscire dalla crisi ambientale ed economica. A fronte dei mutamenti climatici in atto è infatti anacronistico favorire le energie fossili, che ne sono la causa principale, anziché puntare sulle rinnovabili che oltre ad essere gratuite, potrebbero creare centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il Coordinamento No Triv nel mese di ottobre inviterà tutti i cittadini e le organizzazioni interessate, a partire dalle 200 organizzazioni che si sono raccolte attorno a questa iniziativa, ad una Assemblea Nazionale per costruire un comitato referendario aperto e inclusivo che possa portare la maggioranza degli italiani a votare.

I Referendum NO TRIV stanno assurgendo a simbolo del rinascente desiderio dei cittadini e degli enti locali di riconquistare il diritto di poter decidere sulla tutela dei propri territori, dei mari, della salute dei cittadini, del paesaggio e delle economie locali che da questi dipendono.
Questa iniziativa potrebbe essere l’inizio di una prossima stagione referendaria promossa dal basso: in via di discussione ci sono referendum abrogativi di norme dell’Italicum, della riforma della scuola, del Job Act, e di ulteriori norme dello Sblocca Italia in tema di ambiente, rifiuti, ed acqua pubblica.
Come previsto dalla Costituzione, a seguito della richiesta di 5 o più Regioni di referendum abrogativi, si procederà, il 30 settembre, al deposito della richiesta referendaria presso la Corte di Cassazione da parte dei delegati regionali eletti dai rispettivi Consigli. In ottobre inizierà il controllo dell’Ufficio centrale sulla regolarità dei referendum. Poi toccherà alla Corte costituzionale pronunciarsi con sentenza entro il 10 febbraio. A quel punto il Presidente della Repubblica potrà indire formalmente il referendum in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno 2016.

Coordinamento Nazionale No Triv – 25 settembre 2015.

IL MOMENTO DELLE SCELTE NON E’ DIFFERIBILE ! A BARI NUOVO APPELLO NO TRIV AI GOVERNATORI. FOCUS QUESITI REFERENDARI

idealIeri a Bari, in occasione della  conferenza voluta dal Presidente pugliese Emiliano, alla quale hanno partecipato i Governatori delle Regioni del Sud Italia, una delegazione No Triv ha letto e consegnato ai Presidenti regionali un appello congiunto perché i rispettivi Consigli deliberino urgentemente le richieste referendarie accolte già dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive lo scorso 11 settembre.
I Presidenti delle Regioni, nella conferenza stampa che ha seguito l’incontro in Fiera del Levante, hanno annunciato il loro “sì” ai referendum anticipando, contestualmente, il calendario delle prossime sedute consiliari.

Dieci in tutto saranno i Consigli regionali che delibereranno richieste di referendum, da approvare a maggioranza assoluta.

Questo il calendario delle sedute previste:

  • 19 settembre 2015: Basilicata
  • 22 settembre 2015: Marche, Molise, Puglia, Sardegna
  • 23 settembre 2015: Sicilia
  • 24 settembre 2015: Abruzzo, Campania
  • 25 settembre 2015: Veneto
  • 28 settembre 2015: Calabria (ma il Consiglio dovrebbe essere anticipato al 25)

Il 29 settembre i quesiti referendari saranno depositati in Cassazione.

Di seguito l’ultimo appello No Triv consegnato ieri mattina ai Governatori.

Ai Presidenti delle Regioni del Sud

Chiediamo oggi,

a nome delle associazioni e dei comitati aderenti al Coordinamento Nazionale No Triv, ai Presidenti delle Regioni del Sud, riuniti alla Fiera del Levante, nell’ambito della conferenza sulle attività di ricerca e prospezione finalizzate alla coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, programmata quale momento di prosecuzione dell’incontro tenutosi a Termoli il 25 luglio scorso,  di esprimersi in maniera definitiva ed inequivocabile sulla richiesta di deliberare nei rispettivi Consigli,verso la proposta di referendum abrogativo dell’art. 35 del Decreto sviluppo del 2012 e verso gli altri cinque quesiti referendari che concernono l’art. 38 del decreto –  legge Sblocca Italia, l’art. 57 del decreto – legge 9 febbraio 2012, n. 5 e l’art. 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239.

Chiediamo di dare coerente e conseguenziale prosecuzione a quanto espresso lo scorso venerdì 11 settembre all’interno della Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali rispetto alla volontà politica di deliberare – entro e non oltre il 25 settembre prossimo –   e di depositare in Cassazione  – entro il 30 settembre successivo –  i quesiti referendari.

Chiediamo di non procrastinare ulteriormente i tempi di convocazione dei Consigli regionali, mancando, ormai, solo ‘soltanto 12 giorni alla scadenza del 30 settembre (termine ultimo per depositare il testo in Cassazione).

Chiediamo di rispettare la voce dei territori, anche oggi espressa da questa mobilitazione, e dei cittadini da cui siete stati eletti, non potendo ulteriormente accettare il ricatto che le attività petrolifere offshore ed onshore comportano. Tali attività rappresentano infatti un grave attacco ai beni comuni, ad ampi settori ed attività economiche – come il turismo, l’agricoltura e la pesca –, alla possibilità di valorizzare e tutelare le falde acquifere, le filiere alimentari, la salute umana.  Attraverso una costante iniziativa separata ed antidemocratica messa in campo dai potentati lobbystici delle multinazionali, viene portata avanti un’azione volta anche a minare ed a svuotare ulteriormente i poteri concorrenti e la stessa autonomia degli Enti territoriali, riscrivendo il titolo V della Costituzione .

Chiediamo di dare un segnale politico forte al Governo centrale, che serva ad aprire una consultazione transfrontaliera con quei paesi che stanno accelerando le procedure per le concessioni petrolifere nel Mediterraneo.

L’auspicio delle donne e degli uomini del Sud che con fiducia continuano a rivolgersi a Voi è che non prevalgano, nelle decisioni da assumere, equilibri ed interessi politici non coincidenti con le aspettative della collettività.

Troppe volte la storia di questo paese ci ha indicato la strada della sfiducia e della delusione. Chiediamo pertanto il massimo della responsabilità e chiarezza nelle decisioni.

Non solo le nostre Regioni meridionali, ma l’intero Paese, l’area del Mediterraneo, l’intera Europa, tutti i Paesi del globo, specialmente nell’anno della COP21 per Parigi sui cambiamenti climatici, necessitano di una radicale svolta nell’individuazione di una strada comune per oltrepassare l’era del fossile ed imboccare la prospettiva della pratica e della ricerca concreta per la produzione condivisa e responsabile di energia da rinnovabile pulito.

L’auspicio è che la Vostra decisione possa contribuire a farci uscire dal ricatto della Strategia Energetica Nazionale e dello Sblocca Italia.

Chiediamo pertanto che entro la prossima settimana vengano convocati i Consigli regionali  con all’o.d.g i quesiti referendari proposti, le cui bozze di delibere sono a disposizione dei Consigli  già da lunedì 14 settembre.

Il momento delle scelte non è differibile: questa costituisce la giusta occasione per restituire finalmente la parola alle comunità regionali e locali!

 Il Coordinamento Nazionale No Triv

Bari, 18 Settembre 2015

 

FOCUS: IL TESTO DEI QUESITI REFERENDARI NO TRIV PROPOSTI ALLE REGIONI

DOWNLOAD: ELENCO DELLE SOTTOSCRIZIONI AL 17 SETTEMBRE 2015

DOWNLOAD: LETTERA AI PRESIDENTI DELLE REGIONI

PER APPROFONDIMENTI: RICHIESTA REFERENDUM AI CONSIGLI REGIONALI: “STOP AI PROGETTI PETROLIFERI IN MARE”

LEGGI ANCHE: TUTTE LE REGIONI ACCOLGONO LA PROPOSTA REFERENDARIA NO TRIV

STREAMING: CONFERENZA STAMPA NO TRIV – 11 SETTEMBRE 2015 (ROMA)