CONTRO GLI IRRESPONSABILI IN PARLAMENTO UN SOLO STRUMENTO: IL REFERENDUM

senatoE’ approdata da pochi giorni in Senato la discussione del Collegato Ambientale (Disegno di Legge 1676). I lavori dell’Aula hanno prodotto finora risultati pessimi e tutti nel solco di una forte continuità della Strategia Energetica Nazionale.
E’ stato approvato, ad esempio, l’emendamento presentato dal senatore PD Vaccari, che sopprime le sanzioni penali (reclusione da sei mesi a tre anni) nei confronti di chiunque avvii la produzione di un impianto per operazioni in mare nel settore degli idrocarburi in carenza delle prescrizioni sancite ai sensi della direttiva 2013/30/UE.
Inoltre, giovedì 22 ottobre, stati respinti due emendamenti presentati da un’agguerrita pattuglia di senatori (il primo a firma di Blundo, Castaldi, Girotto, Nugnes; il secondo, invece, di De Petris, Bignami, Cervellini, Petraglia, De Cristofaro, Campanella, Uras, Vacciano, Bocchino, Stefano), volti ad abrogare quella parte dell’art 35 comma 1 del Decreto Sviluppo che, come noto, nel 2012 determinò la ripresa di numerosi procedimenti autorizzativi per ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare bloccati dal Decreto Prestigiacomo.
Ove approvati, i due emendamenti avrebbero consentito di ottenere il medesimo risultato cui puntano oltre 200 associazioni e comitati con uno dei 6 referendum depositati in Cassazione lo scorso 30 settembre.

Fin qui la cronaca. A seguire alcune doverose annotazioni a margine.

PRIMO. L’esito del voto dell’Assemblea di Palazzo Madama se per un verso rende ancor più necessario sostenere il referendum di primavera 2016, dall’altro dimostra oltre ogni ragionevole dubbio l’impraticabilità di qualsiasi iniziativa legislativa che transiti, nell’attuale fase politica, attraverso il Parlamento.

SECONDO. Il tema del referendum è entrato di forza e di diritto nel dibattito parlamentare. Dal resoconto stenografico della seduta n. 529 del 22 ottobre 2010 – Blundo (M5S): “Signor Presidente, colleghi, oggi siamo chiamati a votare l’emendamento 2.501. Si tratta di un emendamento – come ha detto ieri la sottosegretaria Degani – che può fare di questo provvedimento davvero una realtà innovativa. Teniamo presente che in esso si chiede di ripristinare il limite delle 12 miglia dalla costa per le prospezioni. Sono duecento le associazioni che hanno chiesto il referendum per ottenere il ripristino del limite, per evitare, cioè, che avvengano prospezioni entro le 12 miglia dalla costa. Sono dieci le Regioni il cui Consiglio, a maggioranza assoluta, ha approvato una richiesta di referendum in merito e parliamo di otto Consigli regionali a maggioranza di centrosinistra e due di centrodestra. Mi riferisco alle Regioni Puglia, Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise, Campania, Sardegna e Liguria. Allora, colleghi, riflettiamo perché veramente con questo disegno di legge possiamo dimostrare di essere in linea con loro. Vogliamo far venire nel nuovo Senato i consiglieri regionali e oggi il Parlamento potrebbe davvero esprimersi nel rispetto delle loro richieste. Le Regioni chiedono, infatti, un referendum per ottenere la stessa cosa, e cioè il ripristino di un limite per le prospezioni di 12 miglia di distanza dalla costa. Oggi, inoltre, i dieci Presidenti coinvolti si incontreranno, alle ore 16,30, a Milano per parlare del referendum di abrogazione dell’articolo 35 …”. Al netto di ogni giudizio di valore, il referendum (rectius, i sei referendum) sono dunque un fatto con cui tutti siamo chiamati a misurarci, dentro e soprattutto fuori dalle istituzioni.

TERZO. L’esito delle votazioni del 22 ottobre in Senato ed ancor più l’approvazione del Disegno di Legge 1429 sulla revisione del Titolo V della Costituzione hanno reso evidente lo scontro in atto tra Stato e Regioni è cancellato ogni residua possibilità di dialogo/confronto tra i diversi livelli istituzionali sui temi delle politiche energetiche ed ambientali.

QUARTO. Va sempre ricordato che le scelte che più contano per il futuro del Paese continuano a passare attraverso le decisioni di una maggioranza parlamentare formatasi grazie ad una legge elettorale dichiarata parzialmente incostituzionale. Nel caso specifico, a votare contro gli emendamenti no-triv sono stati in 100.

La misura è colma. I nodi sono tutti politici.

Il referendum non è, a seconda che si appartenga al partito dei “falchi” o delle “colombe”, la clava con cui tutto si abbatte o la bacchetta magica con cui tutto si cambia ma, in questa particolare congiuntura, è uno dei pochi strumenti che possono essere attivati, assieme a pochi altri, in modo immediato e concreto, per arrestare la deriva antidemocratica in atto nel nostro Paese.

L’alternativa è morire di trivelle, nel bel mezzo di un sogno di un Paese che ancora non c’è.

 

Enrico Gagliano – Abruzzo Beni Comuni, Associazione aderente al Coordinamento Nazionale No Triv

IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI

costAlla luce degli ultimi passaggi parlamentari sulla riforma costituzionale, riproponiamo “il Documento di Crotone”; nato e sottoscritto da centinaia di Associazioni, Movimenti, Comitati italiani a seguito dell’iniziativa pubblica promossa da Coordinamento nazionale No Triv dal titolo “Difesa dei Beni Comuni e revisione della Costituzione”, tenutasi nella città calabrese il 12 e 13 luglio 2014.

Ribadiamo così la nostra ferma opposizione ed il nostro dissenso ad una “riforma” che si pone in palese violazione del principio autonomistico e democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato.


 

IL DOCUMENTO DI CROTONE; IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI 

È in corso un attacco alla nostra Costituzione, alla nostra democrazia, ai nostri territori.
Il quadro complessivo delle riforme costituzionali, unitamente alla riforma della legge elettorale, delinea una svolta autoritaria, che vanifica il sistema delle garanzie costituzionali e lascia presagire uno scenario istituzionale, a seguito del quale i cittadini avranno meno capacità decisionale.

Noi non siamo contrari ad una ipotesi di revisione della Costituzione, ma siamo contrari a questa revisione, che compromette la democrazia, minandola negli organi di rappresentanza territoriale, e che favorisce la blindatura della casta partitica in Parlamento.
Il disegno di legge di revisione costituzionale attualmente in discussione interviene principalmente su due questioni: il bicameralismo e l’assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni. Si tratta di due questioni strettamente connesse.

Il riordino delle competenze legislative previsto andrà a vantaggio dello Stato e a sicuro detrimento del ruolo delle Regioni. Se la riforma vedrà la luce, lo Stato potrà ergersi a decisore unico delle sorti dell’ordinamento locale, dei beni culturali e paesaggistici, del turismo, dell’energia, del governo del territorio, delle infrastrutture strategiche e di altre materie ancora.
La ratio sottesa alla proposta è quella di impedire che le Regioni possano in futuro legiferare su tali materie, partecipare ai procedimenti amministrativi, sostenere proposte alternative equo-sostenibili, opporsi alla realizzazione di numerosi progetti (come le grandi opere inutili e le infrastrutture strategiche), che le collettività locali e regionali contestano da tempo, per le evidenti implicazioni che hanno sui beni comuni e, in primo luogo, sulle risorse naturali.
È sufficiente pensare alla materia energetica.
Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito l’energia alla competenza concorrente dello Stato e della Regione, la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. L’intesa della Regione si configura, infatti, come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé la competenza sulla materia energetica. Con il disegno di legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà, invece, meno. In questo modo, i progetti energetici potrebbero non richiedere più l’assenso della Regione.
Si pensi alla miriade di progetti petroliferi che il Governo ha in serbo di realizzare in Basilicata, in Abruzzo, in Sicilia, in Puglia o in Campania: in questi e in altri casi lo Stato farà sicuramente da sé.

Lo stesso può dirsi per le materie che residueranno in capo alle Regioni, posto che in ogni tempo lo Stato potrà esercitare la specialissima prerogativa che la riforma gli riserva: quella di privare la Regione della possibilità di legiferare anche nelle materie residuali solo perché così piace allo Stato, e cioè “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

D’altra parte, il duro colpo che alla democrazia regionale e locale verrà inferto non potrà trovare rimedio neppure attraverso la partecipazione delle Regioni e dei Comuni in seno al nuovo Senato. Nonostante, infatti, che il nuovo art. 57 Cost. dichiari che i senatori rappresentano le “istituzioni territoriali”, le modalità di elezione individuate (attraverso i Consigli regionali) e il limitato numero di seggi a disposizione di ciascuna Regione (da attribuire “in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”) finiranno, nei fatti, per favorire la presenza in seno al Senato dei partiti più grandi e rafforzare finanche l’egemonia degli stessi nella Camera dei Deputati, agevolati, in questo, da una legge elettorale in corso di approvazione profondamente ingiusta e antidemocratica.

In conclusione, la riforma costituzionale del Governo Renzi si pone in palese violazione del principio autonomistico e del principio democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato. Per questa ragione ci opponiamo fermamente alla revisione costituzionale in corso e invitiamo i parlamentari tutti a non votare il disegno di legge e i cittadini a sostenere le ragioni del nostro dissenso.