DIAMO FORZA ALLA LOTTA ED ALLE PROPOSTE NO TRIV. ADERISCI E PARTECIPA !!!

bannerwordpressAl termine dell’Assemblea svoltasi a Viggiano il 9 e 10 luglio scorso, si è stabilito costituire formalmente l’Associazione “Coordinamento Nazionale No Triv”, dotandola di uno Statuto in cui sono indicati i principi fondanti e non negoziabili dell’Associazione.

Lo Statuto vigente è, tranne che per la parte relativa ai principi, uno “Statuto” “ponte” o “di scopo”: accompagnerà il Coordinamento per tutta la durata della campagna per il Referendum sulla deforma della Costituzione e fino alla costituzione in giudizio presso il TAR Lazio per l’annullamento di 60 concessioni per estrazione di gas e petrolio, prive di titolo o con titolo inidoneo, che il Mise continua invece a considerare vigenti.
Superata tale fase, si procederà alla convocazione di un’Assemblea Costituente cui prenderanno parte i soggetti che nel frattempo avranno aderito al Coordinamento Nazionale No Triv, ai quali, riuniti in Assemblea, lo Statuto conferisce piena sovranità e, quindi, il potere di emendare lo Statuto stesso.
Nel rispetto, dunque, di quanto deciso a Viggiano, mettiamo a disposizione di attivisti, sostenitori e simpatizzanti No Triv il testo dello Statuto “di scopo”, dando così inizio alla campagna di adesione al Coordinamento.

Per avanzare richiesta di adesione è necessario compilare, firmare e restituire il modulo allegato all’indirizzo info@notriv.com

La quota associativa pro-capite di € 20,00 verrà versata soltanto dopo che la richiesta sarà stata accolta.
I fondi raccolti verranno utilizzati per attuare l’Agenda definita ed approvata a Viggiano il 9 e 10 luglio 2016; in particolare:
1. ottenere mediante ricorso al TAR Lazio l’annullamento di 60 concessioni prive di titolo autorizzativo o con titolo inidoneo;
2. consentire la partecipazione del Coordinamento alla campagna per il Referendum sulla revisione della Costituzione per sostenere il fronte del NO;
3. sostenere una moratoria delle attività estrattive, sia in mare sia in terraferma, in vista dell’approvazione di una disciplina organica delle attività di prospezione, ricerca, estrazione e stoccaggio degli idrocarburi;
4. supportare le attività di studio e ricerca del Coordinamento Nazionale No Triv;
5. finanziare ogni ulteriore azione legale che il Coordinamento riterrà opportuno promuovere per la difesa dei beni comuni e per sostenere le iniziative giudiziarie di singoli cittadini o comitati.
Per le ragioni fin qui esposte -e non solo- Vi invitiamo a sostenere le attività del Coordinamento, a favorirne il radicamento in tutta la Penisola, aderendo all’Associazione e, soprattutto, partecipando alle scelte con idee e proposte, in forma individuale o associata.
Aderite numerosi! Partecipate e fate partecipare!

Coordinamento Nazionale No Triv


DOWNLOAD: CAMPAGNA ISCRIZIONI NO TRIV

DOWNLOAD: STATUTO COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV

DOWNLOAD: MODULO DI ADESIONE AL COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV 

REPORT IV ASSEMBLEA NAZIONALE DEL “C.N. NO TRIV”

Pubblichiamo il Report dei lavori della IV Assemblea nazionale del “Coordinamento Nazionale No Triv”, svoltasi quest’anno a Viggiano (Potenza), il 9 e 10 luglio scorsi.

 

DOWNLOAD (LEGGI): REPORT IV ASSEMBLEA NAZIONALE NO TRIV

APPROFONDIMENTI: IV ASSEMBLEA NAZIONALE DEL COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV: “DAL REFERENDUM NO TRIV AL REFERENDUM DI OTTOBRE” !!! A VIGGIANO (PZ) IL 9 E 10 LUGLIO 2016

IL REFERENDUM NO TRIV SI FARA’ – INTERVISTA RADIOFONICA A ROSANNA RIZZI

radioDopo la sentenza della Corte costituzionale, che ha ammesso il quesito referendario in difesa dei mari italiani, promosso dalla rete dei movimenti italiani No Triv e dagli attuali 9 Consigli regionali facenti parte del comitato referendario, Rosanna Rizzi – del Coordinamento nazionale No Triv (No Triv Terra di Bari) – è intervenuta stamattina in diretta radiofonica a Radio Città del Capo, durante la trasmissione “Sulla bocca di tutti”.

Nel file Audio, l’intervista rilasciata all’emittente radiofonica emiliana.

 

 

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MINISTRA GUIDI E MISE SBAGLIANO: IL PERMESSO DI RICERCA PETROCELTIC, AL LARGO DELLE ISOLE TREMITI, E’ DENTRO LE 12 MIGLIA

petrocelticL’area interessata dal permesso di ricerca «B.R274.EL», al largo delle Isole Tremiti, delle coste del Molise e dell’Abruzzo, non è tutta oltre il limite delle 12 miglia. I tecnici del MISE ed il Ministro Guidi hanno preso un granchio.
“Non è la prima volta” -dichiara Domenico Sampietro, del Coordinamento Nazionale No Triv- “è già accaduto con l’istanza del permesso di prospezione della Spectrum Geo che interessa 30.000 kmq. nel Mare Adriatico.
Anche in quel caso le misurazioni ministeriali si sono rivelate inesatte“.

Subito dopo la pubblicazione sul B.U.I.G. del 31/12/2015, un giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità, del decreto di conferimento del permesso di ricerca «B.R274.EL» alla Società Petroceltic Italia S.r.l., eravamo stati chiari: l’area off shore interessata dall’istanza ricadeva in parte entro le 12 miglia“, rincara la dose Stefano Pulcini, del Coordinamento Nazionale No Triv.

 
petroceltic2Contrariamente a quanto afferma il Governo, non è affatto “tutto a posto”.
Non lo sono le norme contenute sulla Legge di Stabilità 2016 sul divieto di attività entro le 12 miglia; non lo è quella sulla durata dei titoli e neppure quella -gravissima- sull’abrogazione del Piano delle Aree.

C’è ben poco di cui discutere: bisogna andare avanti con il Referendum, recuperando anche i quesiti sul Piano delle Aree e sulla durata dei titoli. Punto e basta!

Roma, 18 gennaio 2016

Coordinamento nazionale No Triv

NO TRIV ABRUZZO: LA GIUNTA D’ALFONSO HA TRADITO IL REFERENDUM ED IL CONSIGLIO REGIONALE

DALFONSODa giorni il Coordinamento Nazionale No Triv chiede al Governo e al MISE di chiarire gli aspetti applicativi della modifica normativa introdotta dal Governo in Legge di Stabilità, che prevede il ripristino delle 12 miglia marine come limite minimo all’interno del quale non è consentito concedere permessi per ricerca ed estrazione di petrolio e gas.
Quella previsione normativa, se coerente con lo spirito referendario No Triv, nei prossimi giorni dovrebbe portare il MISE al rigetto delle istanze offshore totalmente interferenti con le aree interdette ed al preavviso di rigetto per quelle parzialmente interferenti.
Il rischio è chiaro: se i procedimenti in corso si intendessero “sospesi”, come già accaduto in passato dopo il Decreto Prestigiacomo, essi ritornerebbero a nuova vita in occasione della prossima svolta normativa pro-trivelle, ragionevolmente subito dopo il referendum costituzionale del prossimo autunno.
“Apprendiamo da L’Unità del 12 gennaio – dichiara il Prof. Enzo Di Salvatore, costituzionalista e cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – che secondo il il Presidente del Consiglio «c’è una sospensiva per le perforazioni entro le 12 miglia». Riteniamo questa fonte più autorevole di ogni altra e rivelatrice, oltre ogni dubbio, delle reali intenzioni del Governo. Il rigetto delle istanze di ricerca e delle concessioni di coltivazione entro le 12 miglia non è mai rientrato nei piani del governativi: diversamente i nostri emendamenti alla Legge di Stabilità non sarebbero stati bocciati. Così, in due mosse, il Governo impedisce che la volontà popolare possa esprimersi: prima modifica la norma e poi la lascia morire in fondo ai cassetti del MISE”.
Negli scorsi giorni il Coordinamento Nazionale No Triv ha inviato una diffida al MISE a rigettare le istanze totalmente interferenti con le aree interdette e ad emanare i preavvisi di rigetto per quelle parzialmente interferenti. Ha chiesto inoltre ai Presidenti di Regione di fare altrettanto.
“Questo è stato fatto anche per l’istanza di concessione di coltivazione Ombrina Mare -dichiara Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv e Presidente dell’Associazione Abruzzo Beni Comuni – L’11 gennaio abbiamo diffidato il Ministero a provvedere all’immediata emanazione ed alla conseguente pubblicazione sul B.U.I.G. del decreto di rigetto dell’istanza di Concessione di Coltivazione in Mare d 30 B.C-.MD.

Giudicando regolare il referendum sulle attività petrolifere in mare e rimettendolo al giudizio della Corte Costituzionale, la Cassazione ha confermato che c’è il rischio che Ombrina si farà. Chi anche in queste ore si affanna a dichiarare di ritenere raggiunto l’obiettivo referendario, arrivando a sfilarsi e perfino a schierarsi con il Governo contro 9 Regioni e contro le 200 associazioni che innescarono il percorso referendario, finge di non tenerne conto”.
Le Regioni che sostengono il Referendum No Triv infatti sono rimaste in 9. Il consigliere delegato abruzzese, Lucrezio Paolini, ha ritirato la delega al professor Stelio Mangiameli a seguito di una decisione assunta dalla Giunta Regionale all’insaputa del Consiglio Regionale e malgrado il Referendum fosse nella sola disponibilità della Corte Costituzionale.
Ieri, in tarda serata, si è poi appreso anche che la Regione Abruzzo si è costituita in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale CONTRO le altre 9 Regioni e a sostegno del Governo per chiedere che il Referendum No Triv sia dichiarato inammissibile. Il delegato regionale si è costituito in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale, a nome del Consiglio Regionale senza che il Consiglio, unico legittimato a farlo, abbia mai deliberato al riguardo.
Quindi il prossimo 19 gennaio davanti alla Corte si troveranno, da un lato, il Governo e la Regione Abruzzo e, dall’altro, le 9 Regioni.
Il Coordinamento Nazionale No Triv ritiene che non si sia semplicemente di fronte al tradimento, di per sé grave, irresponsabile e censurabile, del Referendum No Triv ma dinanzi ad un duplice atto di cui non può sfuggire la natura violenta e potenzialmente eversiva, di fronte al quale le forze sinceramente democratiche, al netto della diversità di opinioni sull’oggetto del Referendum, non possono rimanere inerti.

In un Paese normale -rincarano la dose Di Salvatore e Gagliano- le opposizioni non esiterebbero a chiedere le dimissioni immediate del Presidente D’Alfonso e della sua Giunta. L’Assemblea eletta da TUTTI gli abruzzesi è stata by passata da “pochi intimi” che hanno deciso, in perfetta solitudine, di andare nella direzione esattamente contraria a quella decisa dal Consiglio Regionale. Eppure avevamo messo in guardia tutti fin da lunedì scorso, appena saputo che la Regione Abruzzo non avrebbe sollevato il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale sulla questione del Piano delle Aree.

Come si fa ad affermare che le ragioni referendarie sono da ritenersi soddisfatte dalla Legge di Stabilità quando la Cassazione ritiene ammissibile il quesito sulle 12 miglia? quando 9 Regioni si costituiscono in giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale contro il Governo e 6 lo fanno per difendere, con il Piano delle Aree, il loro potere di decidere in quali aree non debba potersi trivellare?
“Rinunciare a salvare il Piano Aree -sottolinea Di Salvatore- significa rinunciare al quesito referendario n.2, proprio quello che avrebbe consentito alle Regioni di poter mettere becco nelle decisioni riguardanti tutto il mare territoriale ed anche quello delle 12 miglia”.
Altro che nuove modifiche normative per estendere il Mare Blu. Questo è solo fumo negli occhi!

Sulla partita referendaria il Governo e Renzi hanno giocato e continuano a giocare la loro partita, che è anche quella delle compagnie petrolifere, in vista dello scontro finale che si avrà in occasione del referendum sulla revisione costituzionale.
In questo hanno trovato un alleato prono e fedele nel Presidente della Regione Abruzzo che forse così confida di poter ottenere in cambio lo stop definitivo di Ombrina, le agognate risorse del Master Plan e, con un secondo endorsement di Renzi, una corsia preferenziale sulla Pescara-Roma.

Pescara, 16 gennaio 2016

Coordinamento Nazionale No Triv – Sezione Abruzzo

VIDEO: SERVIZIO TG3 RAI  – CONFERENZA STAMPA A PESCARA; DAL MINUTO 3.30

VIDEO: SERVIZIO RETE 8 ABRUZZO

IL GOVERNO NON RIESCE AD EVITARE IL REFEREMDUM NO TRIV SUL MARE. ORA, SUI DUE QUESITI RIMASTI INSODDISFATTI, SI PROMUOVA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINNANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE

platMatteo Renzi non riesce a evitare il referendum sul petrolio. Almeno il quesito sulle estrazioni in mare ha motivo di svolgersi. Lo stabilisce l’ordinanza che la Cassazione ha adottato oggi (ieri ndr) alla luce delle modifiche volute dal Governo e approvate dal Parlamento nella legge di stabilità prima della pausa natalizia.

“È un ulteriore passo in avanti”, dichiara Enzo Di Salvatore, costituzionalista del fronte contrario alle trivelle. ” E questo prova che i dubbi che il Coordinamento Nazionale No Triv nutriva sulle reali intenzioni del Governo sul mare fossero fondati”.

E ora parte la battaglia anche sui quesiti referendari di fatto respinti dalla Cassazione. L’obiettivo finale è ottenere che la Corte Costituzionale, chiamata dire l’ultima parola sui referendum la settimana prossima, bocci le modifiche apportate dal Parlamento sulle norme in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Per fare questo, però, occorre che le Regioni sollevino un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Insomma, la questione non è affatto chiusa, nonostante tutti gli sforzi del governo per modificare la normativa in modo da evitare il braccio di ferro referendario […] La Cassazione aveva dinanzi a sé due strade: chiudere la stagione referendaria oppure trasferire il referendum sulla nuova normativa varata con la legge di stabilità. In risposta, la suprema corte – che prima delle modifiche parlamentari aveva ammesso tutti i sei quesiti – ha confermato il suo ok sulla richiesta di referendum sulle estrazioni in mare, bocciando tutte le altre. Una questione che riguarda non solo’Ombrina mare’, attività di ricerca e trivellazioni al largo dell’Abruzzo sospesa dal governo solo per un anno e comunque fino al rilascio della concessione ancora mancante. “Un bluff”, sottolineano dal comitato ‘No triv’. Il referendum sulle trivellazioni in mare, anche entro le 12 miglia dalla costa, riguarda anche altri progetti al largo dell’Emilia Romagna, nel golfo di Taranto, in Sicilia. Dunque un casus belli non da poco.

Ma sugli altri quesiti bocciati il comitato ‘No triv’ non si dà per vinto. “La decisione della Cassazione sulle proroghe dei titoli già concessi e sulla questione del piano estrazioni ci lascia insoddisfatti”, spiega Di Salvatore all’Huffington Post. Su questi due temi “l’idea è di sollevare un conflitto di attribuzione – continua – per trascinare in giudizio il Parlamento perché le modifiche apportate al decreto Sblocca Italia (che decide sulle estrazioni, ndr.) attraverso la legge di stabilità restano elusive. E su questo si può pronunciare la Corte Costituzionale: se la Corte le annulla rivivono le norme sulle proroghe e sul piano e dunque si può andare a referendum anche su questo, visto che la Cassazione aveva già dato il suo ok a fine novembre”.
La prossima settimana sarà la Corte Costituzionale a decidere.

ARTICOLO ORIGINALE DI ANGELA MAURO, PER HUFFINGTON POST ITALIA: LA CASSAZIONE BOCCIA RENZI, AMMESSO IL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI IN MARE


 

ALCUNE PRECISAZIONI SUL REFERENDUM NO TRIV DOPO LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE – FACCIAMO CHIAREZZA : Una nota di Enzo Di Salvatore

I quesiti referendari erano SEI:

TRE QUESITI sono stati soddisfatti con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità 2016: il Parlamento ha accettato di modificare le norme sulla strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere. Questo costituisce un innegabile successo, in quanto la dichiarazione di strategicità delle opere avrebbe comportato il dimezzamento dei termini processuali nei ricorsi e una disciplina poco garantista per gli enti territoriali circa la loro partecipazione ai lavori della conferenza di servizi. Cancellata è anche l’assurda previsione del “vincolo preordinato all’esproprio” già a partire dalla fase della ricerca degli idrocarburi: con ciò il diritto di proprietà del privato è salvo. Il Parlamento ha inoltre accettato di cancellare quelle norme che consentivano al Governo di sostituirsi alle Regioni in caso di mancato accordo sui progetti petroliferi e sulle infrastrutture necessarie alla realizzazione di tali progetti: oggi non è più possibile arrivare ad una decisione sui progetti petroliferi se non aprendo una trattativa con le Regioni.
UN QUESITO è stato riammesso dalla Cassazione: si tratta del quesito sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le 12 miglia. Il Parlamento ha accettato di modificare la norma del codice dell’ambiente, che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, prevedendo, però, che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza e senza chiarire che i procedimenti in corso dovessero ritenersi definitivamente chiusi e non solo sospesi. La Cassazione ammette che la modifica del Parlamento non soddisfa la richiesta referendaria, in quanto non corrisponde alle reali intenzioni dei promotori del referendum. Aver riammesso il quesito comporterà che, in caso di esito positivo del referendum, occorrerà rispettare la volontà dei cittadini, e cioè: 1) dall’abrogazione referendaria deriverà un vincolo per il legislatore che non potrà rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia; 2) dall’abrogazione referendaria deriverà l’obbligo per la pubblica amministrazione (il ministero dello sviluppo economico) di chiudere definitivamente i procedimenti in corso, finalizzati al rilascio dei permessi e delle concessioni.
DUE QUESITI restano ancora insoddisfatti e rispetto ad essi c’è ancora spazio per promuovere un ricorso davanti alla Corte costituzionale: si tratta del quesito relativo alla durata dei permessi e delle concessioni e del quesito sul “piano delle aree”.

In relazione alla durata dei titoli: la Cassazione ha dichiarato che non si debba più procedere a referendum. Ma questa decisione nasce da una errata interpretazione delle norme. La Cassazione, infatti, non spiega perché mai la proroga della durata dei permessi e delle concessioni costituisca un problema per la ricerca e le estrazioni in mare (e che quindi si debba andare a referendum), mentre non costituisce un problema per la ricerca e le estrazioni in terraferma (e che quindi non si debba andare a referendum). La decisione è contraddittoria e non pone rimedio all’elusione della proposta referendaria. Per quanto riguarda il piano delle aree, la decisione della Cassazione non poteva, forse, essere diversa: i promotori del referendum davano per scontato che il “piano delle aree” fosse cosa buona e giusta perché dal 1927 ad oggi il rilascio dei permessi e delle concessioni è sempre avvenuto in modo – per così dire – “selvaggio”, e cioè senza una pianificazione. In Italia si può cercare ed estrarre praticamente ovunque, senza che si tenga conto del fatto che esistono aree interessate da agricoltura di pregio, aree di interesse naturalistico, aree fortemente antropizzate, e così via. Il piano avrebbe dovuto stabilire dove fosse possibile (e dove no) cercare ed estrarre. Lo Sblocca Italia prevedeva, tuttavia, che il piano dovesse essere elaborato dal ministero dello sviluppo economico con la partecipazione fittizia degli enti locali e delle regioni e che, in attesa dell’elaborazione del piano, fosse possibile rilasciare permessi e concessioni. La proposta referendaria mirava: 1) a cancellare la partecipazione fittizia delle regioni e degli enti locali alla elaborazione del piano; 2) a vietare il rilascio di nuovi permessi e di nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato il piano. Ebbene, il Parlamento ha soppresso la norma che prevedeva il piano e, in questo modo, è caduto anche il quesito referendario: non c’è più l’oggetto sul quale far votare i cittadini.

Per questa ragione è assolutamente urgente recuperare il quesito sul piano delle aree. E per farlo occorre che I DELEGATI DELLE REGIONI CHE HANNO PROMOSSO IL REFERENDUM PROMUOVANO ORA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE NEI CONFRONTI DEL PARLAMENTO.
Se la Corte ammetterà il conflitto e deciderà che vi è stata effettivamente elusione dei quesiti sulla durata dei titoli e sul piano, la sua decisione sarà in condizione di annullare le modifiche del Parlamento su questi due punti. Ciò vuol dire che rivivranno le norme sulle quali era stato proposto il referendum e, a quel punto, il referendum si potrà celebrare su TRE QUESITI: IL MARE, LA DURATA DEI PERMESSI E DELLE CONCESSIONI E IL PIANO DELLE AREE.

IL PUNTO SUL REFERENDUM, ALLA LUCE DELLE MODIFICHE NORMATIVE INTRODOTTE IN LEGGE DI STABILITA’ 2016

radioApproda oggi in Senato la Legge di stabilità 2016, approvata dalla Camera nella notte tra sabato e domenica.

In attesa del via libera definitivo, atteso entro il 25 dicembre, facciamo il punto sugli emendamenti del Governo, inseriti nel testo per scongiurare il Referendum No Triv.

Nel file audio una breve intervista ad Enzo Di Salvatore, andata in onda questa mattina su Radio 1 Rai, durante la trasmissione  “Voci del Mattino”.

UN REFERENDUM NO TRIV PER FERMARE LA DERIVA PETROLIFERA. Intervista ad Enzo Di Salvatore

ROMA8Lo scorso 30 settembre sono stati depositati in Cassazione i sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia tra cui uno specifico contro i progetti Oil&Gas in mare riesumati dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo del governo Monti.
Oltre 200 associazioni e dieci Regioni hanno permesso questo risultato. Se la Cassazione riterrà ammissibili i quesiti, i cittadini andranno alle urne nella primavera del 2016.
Ne parliamo con Enzo Di Salvatore, costituzionalista e docente all’Università di Teramo.

D. Prof. Di Salvatore, ci può spiegare brevemente su cosa di fatto andranno a deliberare i cittadini tra sei mesi?

I quesiti referendari deliberati dalle dieci Regioni sono sei. Il primo, il secondo e il terzo quesito sono relativi allo Sblocca Italia e riguardano:

a) l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, nonché dello stoccaggio sotterraneo di gas;

b) l’abrogazione della previsione del vincolo preordinato all’esproprio che il nuovo “titolo concessorio unico” conterrà già a partire dalla fase della ricerca, al fine di tutelare il diritto di proprietà del privato;

c) il c.d. “piano delle aree”, previsto al fine di pervenire – per la prima volta in Italia – ad una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. In questo caso l’obiettivo dell’abrogazione referendaria è quello di consentire che la Conferenza unificata possa esprimersi sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa con lo Stato, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo secondo una procedura semplificata;

d) l’abrogazione delle norme che consentono che, in attesa che venga approvato il piano, lo Stato possa rilasciare nuovi permessi di ricerca e nuove concessioni di coltivazione, sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia;

e) la limitazione della durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”.

Il quarto quesito concerne, invece, le autorizzazioni alle opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi; anche in questo caso si propone di abrogare la norma che prevede che, in caso di mancato accordo con la Regione interessata, lo Stato possa decidere “in solitudine”, secondo una procedura semplificata.

Il quinto ha ad oggetto una norma contenuta nella legge sul riordino del settore energetico del 2004, che disciplina anch’essa l’intesa regionale sugli atti dello Stato relativi alle attività petrolifere.

Il sesto, infine, mira ad eliminare l’art. 35 del decreto sviluppo del 2012, che rende possibile, per il futuro, la ricerca e l’estrazione del gas e del petrolio entro le 12 miglia marine.

D. Se dovesse vincere il No alle trivellazioni, cosa accadrà per i progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia?

La questione delle estrazioni petrolifere oltre le 12 miglia marine risulta particolarmente complessa e va posta nella sua giusta luce, in ragione degli obblighi internazionali assunti dallo Stato: obblighi che, com’è noto, costituiscono un limite al referendum abrogativo. Anche ammesso, infatti, che lo Stato possa disporre a proprio piacimento delle aree poste fuori dalle 12 miglia, lo strumento referendario sarebbe, a questi fini, inservibile. Si pensi ad es. allo sfruttamento del giacimento di gas “Annamaria” nell’Adriatico, che poggia su un accordo stretto tra l’Italia e la Croazia, e rispetto al quale risulta stabilito che le attività di sfruttamento non possano essere sospese unilateralmente.

Per questa ragione sarebbe impossibile andare ad abrogare direttamente quelle previsioni della legge dello Stato, che autorizzano la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio in aree marine fuori dalle 12 miglia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il referendum non inciderà in alcun modo sulle attività che trovino svolgimento fuori dalle 12 miglia. Uno dei quesiti, come dicevo, avrà ad oggetto il c.d. “piano delle aree” e questo dovrebbe riguardare anche il mare.

L’abrogazione della possibilità di rilasciare nuovi permessi e nuove concessioni nell’attesa che sia predisposto il piano riguarderà anche le aree marine poste fuori dalle 12 miglia. A ciò si aggiunge il fatto che, una volta elaborato il piano, gli Enti territoriali tutti potranno esprimersi sul piano nella sua interezza e in modo determinante, visto che uno dei quesiti mira a far sì che l’intesa in Conferenza unificata – dove siedono appunto le Regioni e gli Enti locali – non sia solo di “facciata”.

D. Come interverrà la Legge di Stabilità approvata di recente sull’autonomia alle Regioni in materia energetica?

Non mi pare che la Legge di Stabilità incida sull’autonomia delle Regioni in materia energetica. Attendiamo di vedere cosa accadrà, invece, con il “collegato ambientale” in corso di approvazione in Parlamento, visto che proprio il 22 ottobre scorso il Senato ha bocciato alcuni emendamenti che si proponevano di abrogare alcune disposizioni oggetto di referendum.

Direi piuttosto un’altra cosa: che la Legge di Stabilità incide comunque anche sulla materia petrolifera, in quanto la riduzione dell’IRES si applica anche alle società che operano nel settore petrolifero. Si ricorderà che con la sentenza n. 10 del 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la maggiorazione della aliquota IRES richiesta dallo Stato alle società petrolifere, in quanto il decreto-legge n. 112 del 2008, che quella maggiorazione aveva disposto, avrebbe dovuto limitarsi a prevedere il prelievo sui “sovra-profitti”, anziché sull’intero reddito delle società e collegarlo alla particolare congiuntura economica di allora, contenendola entro un arco temporale ben definito.

Allo scopo di evitare che dalla sentenza derivasse una grave violazione dell’equilibrio di bilancio, e cioè che lo Stato dovesse procedere alla restituzione delle somme versate dalle società petrolifere, “tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva”, la Corte ha deciso che gli effetti della sentenza dovessero riguardare solo il futuro e non il passato.

Chiaro è che lo Stato non può più fare affidamento su quelle entrate. Per questo, avrebbe potuto reintrodurre il prelievo limitatamente ai “sovra-profitti”, elevando la percentuale stessa rispetto a quella finora in vigore, affinché fosse congrua a compensare le perdite. E prevedendo ovviamente una scadenza temporale, in modo che il prelievo non avesse natura strutturale. Invece la scelta effettuata con la Legge di Stabilità mi pare sia stata un’altra…

D. Prof. Di Salvatore, secondo lei Renzi dove vuole portare l’Italia in termini di politica energetica e che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

Il governo italiano pensa di poter far fronte agli impegni assunti sul piano europeo nell’ambito della governance economica attraverso il rilancio delle opere strategiche: gli ultimi tre Governi hanno scelto di percorrere questa strada ed hanno sottoposto all’Unione europea programmi nazionali di riforma, che individuano misure di questo tipo, affinché l’Unione desse il proprio assenso sulla strategia da seguire per ridurre il deficit pubblico e il debito pubblico. Ma in tutto questo anch’io mi chiedo: che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

D. L’ultima grande vittoria referendaria in Italia è stata sull’acqua pubblica, che non basta però a fermarne i tentativi di privatizzazione. Non crede che per quanto positivo potrà essere il risultato non sarà sufficiente a bloccare le multinazionali del gas e del petrolio?

Il referendum è uno degli strumenti che si hanno a disposizione per risolvere il problema, non certo l’unico strumento. Al momento, però, non vedo alternative. Resta il fatto che 60.000 persone si sono ritrovate per le strade di Lanciano lo scorso 23 maggio e hanno manifestato la propria contrarietà alla realizzazione del progetto petrolifero “Ombrina mare” e, più in generale, alla politica seguita dal Governo Renzi in materia di energia.

Eppure non ne ha parlato quasi nessuno: quelle persone sono state quasi invisibili. Dopodiché si è lanciata la proposta del referendum e i mass media ne hanno parlato a lungo. Persino il Governo si è mostrato nervoso al riguardo. Questo vuol dire che si sta andando nella giusta direzione. Di per sé è comunque un fatto politico ragguardevole, che non può essere ignorato.

D. Domenica prossima, l’8 novembre, ci sarà a Roma una grande assemblea del movimento No Triv. Qual è l’obiettivo della giornata?

L’8 novembre, presso il “Parco delle energie” al centro sociale ex Snia di Roma, si terrà una assemblea nazionale delle associazioni, dei comitati e dei movimenti che hanno voluto sostenere la proposta referendaria. L’assemblea è aperta a tutti. Coloro che parteciperanno avranno modo di discutere della campagna referendaria e di come organizzarla. Occorrerà senz’altro attendere che la Corte costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti proposti. Ma nel frattempo – nell’attesa che arrivi gennaio – occorrerà attivarsi. C’è ancora molto da fare e non si può restare con le mani in mano.

(Luca Cardin, 6 novembre 2015, in Zeroviolenza.it)

ARTICOLO ORIGINALE

VERSO IL REFERENDUM. FOCUS SINTETICO SUI QUESITI REFERENDARI NO TRIV

refLa pressione esercitata da 200 associazioni, comitati, movimenti e personalità della cultura e delle scienze, ha spinto le Assemblee di metà delle Regioni italiane a deliberare – in modo pressoché unanime e trasversale – richiesta di referendum per l’abrogazione di disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e su terraferma.

Pubblichiamo un “focus sintetico” sui 6 quesiti referendari No Triv inviati alla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali e delle Provincie autonome lo scorso 14 settembre e depositati in Corte di Cassazione il 30 settembre 2015, a seguito della deliberata richiesta di 10 Consigli regionali italiani.


STOP AI TITOLI MINERARI ENTRO LE ACQUE TERRITORIALI
Breve illustrazione della proposta referendaria

Una abrogazione totale dell’art. dell’art. 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 151, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’art. 35, comma 1, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, non sarebbe possibile e comunque neppure auspicabile, giacché, quand’anche possibile, abrogandolo interamente si andrebbe ad abrogare anche il divieto di ricerca e di estrazione del gas e del petrolio entro le dodici miglia marine.
Il quesito proposto mira ad eliminare la previsione della non applicabilità del divieto ai procedimenti amministrativi in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128, destinati a concludersi con il rilascio del titolo minerario. D’altra parte, l’art. 35 del decreto 22 giugno 2012, n. 83 è intervenuto proprio al fine di rimuovere tale divieto, introdotto con il d.lgs. 29 giugno 2010, n. 128, a seguito del disastro petrolifero del Golfo del Messico.
Al fine di rispettare la “matrice razionalmente unitaria” del quesito, oggetto della proposta referendaria è anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale che risulta collegata alla disposizione sui procedimenti in corso: se dall’abrogazione referendaria discende il divieto dei procedimenti in corso, anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale va, infatti, eliminata, poiché, diversamente, la disposizione resterebbe priva di efficacia.
L’abrogazione non riguarda, invece, e non potrebbe riguardarli, i titoli abilitativi già rilasciati, in quanto, in questo caso e diversamente dall’abrogazione della previsione legislativa sui procedimenti in corso, la Corte dichiarerebbe certamente l’inammissibilità del quesito, stante il limite della tutela del legittimo affidamento che la discrezionalità del legislatore (e quindi anche della proposta referendaria) incontra.
Anche le disposizioni dell’ultima parte dell’art. 35 non potrebbero essere sottoposte ad abrogazione, in ragione del limite della non reviviscenza della norma abrogata e del limite delle «leggi tributarie», secondo l’interpretazione che ne dà la Corte costituzionale.

Decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, come convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134

Art. 35 – Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

1. L’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è sostituito dal seguente: “17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministero dello sviluppo economico, per assicurare il pieno svolgimento rispettivamente delle azioni di monitoraggio e contrasto dell’inquinamento marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare”

Il quesito proposto:

  • «Volete voi che sia abrogato l’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’articolo 35, comma 1, del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, limitatamente alle seguenti parole: “procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei”; “alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”?»

 

STOP SBLOCCA ITALIA
Breve illustrazione della proposta referendaria

La proposta referendaria si articola in cinque quesiti aventi ad oggetto alcune disposizioni del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Sblocca Italia), del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (sulle semplificazioni) e della legge 23 agosto 2004, n. 239 (riordino del settore energetico).

Il primo quesito è relativo all’art. 38, comma 1, del decreto Sblocca Italia e concerne anzitutto la dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi. Che tali attività siano anche di pubblica utilità non è, invece, una novità: da questo punto di vista tutte le leggi che in materia sono ancora in vigore rendono una dichiarazione analoga. In secondo luogo, esso riguarda anche l’apposizione del vincolo: eliminando questa previsione non si elimina di per sé la possibilità che i terreni siano espropriati a seguito di dichiarazione di pubblica utilità, in quanto, per questa sua parte, lo Sblocca Italia non ha implicitamente abrogato la disciplina previgente, ma ha esteso il vincolo preordinato all’esproprio alla “fase di ricerca”, contemplata dal nuovo “titolo concessorio unico”: il che costituisce un problema, in quanto il vincolo concernerebbe non solo – com’è stato finora – le attività di estrazione, ma persino quelle di ricerca, rispetto alle quali era prevista l’occupazione d’urgenza dei fondi. Eliminando questa disposizione, resterebbe comunque intatta la previsione della dichiarazione di pubblica utilità: quindi l’espropriazione seguirebbe l’iter amministrativo consueto senza però che i diritti del proprietario siano compressi prima ancora del rinvenimento del giacimento. La disposizione, tra l’altro, solleva dubbi di legittimità costituzionale, che, tuttavia, le Regioni che hanno impugnato l’art. 38 dinanzi alla Corte non hanno potuto far valere, in ragione del fatto che il ricorso in via principale presuppone che si produca una invasione della competenza regionale da parte della legge dello Stato.

Il secondo quesito investe l’art. 38, comma 1-bis, dello Sblocca Italia, in relazione al c.d. piano delle aree, previsto al fine di pervenire – per la prima volta – ad una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Si tratta di una previsione che è stata inserita in sede di conversione in legge dello Sblocca Italia e sulla quale è successivamente intervenuta la legge di stabilità 2015. Scopo dell’abrogazione referendaria è, per un verso, quello di lasciar esprimere la Conferenza unificata sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e, per altro verso, di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo seguendo la procedura semplificata prevista dall’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto, n. 239 (anch’essa, comunque, oggetto di apposito quesito referendario). Il quesito, infine, riguarda anche la disciplina transitoria introdotta dalla legge di stabilità 2015, in base alla quale – nelle more dell’approvazione del piano – il rilascio dei titoli abilitativi sarebbe consentito sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia. Eliminando questa disposizione si avrebbe, per un verso, che le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi già autorizzate continuino ad essere esercitate e, per altro verso, però, che fino all’adozione del piano (chiamato a razionalizzare l’esercizio di quelle attività) non possano essere rilasciati nuovi titoli.

Il terzo quesito ha ad oggetto la durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”, ma non anche la previsione del nuovo titolo in sé, destinato a sostituire i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione. L’art. 38 dello Sblocca Italia, infatti, ha tacitamente abrogato la previsione legislativa dei permessi e delle concessioni e, secondo il consolidato orientamento della Corte costituzionale, una eventuale abrogazione referendaria delle disposizioni concernenti il titolo concessorio unico non farebbe “rivivere” quelle sui permessi e sulle concessioni ormai abrogate. Ciò non toglie che si possa intervenire sulla durata dei titoli concessori unici.

Il quarto quesito è relativo all’art. 57 del decreto-legge n. 5 del 2012 sulle semplificazioni, che reca disposizioni per le infrastrutture strategiche. La legge di stabilità 2015 ha modificato alcune previsioni di detto decreto, stabilendo che tanto per le infrastrutture e gli insediamenti strategici, quanto per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria e, più in generale, per le opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi – quand’anche localizzate al di fuori del perimetro delle aree date in concessione di coltivazione – le autorizzazioni relative siano rilasciate d’intesa con le Regioni interessate. Tuttavia, nel caso di mancato raggiungimento dell’intesa si provvede con le modalità stabilite dalla legge n. 239 del 2004 e dalla legge n. 241 del 1990. La proposta referendaria mira unicamente ad abrogare la possibilità che, per le ipotesi citate, si possa esercitare il potere sostitutivo secondo la procedura semplificata disciplinata dalla legge n. 239 del 2004.

Il quinto quesito completa logicamente il secondo e il quarto, dal punto di vista della partecipazione degli Enti territoriali. Mentre, infatti, il secondo e il quarto quesito si propongono, rispettivamente, di porre rimedio al depotenziamento del ruolo delle Regioni e degli Enti locali in sede di approvazione del piano delle aree per le attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi e di far fronte alla scarsa incidenza che le Regioni avrebbero in relazione alle opere strumentali a dette attività, il quinto quesito mira a far sì che l’intesa sul rilascio dei titoli minerari torni ad essere – come auspicato dalla stessa Corte costituzionale – un “atto a struttura necessariamente bilaterale”, e cioè “superabile” dallo Stato solo a seguito di effettiva “trattativa” con le Regioni interessate. Ciò concernerebbe unicamente le determinazioni inerenti la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. In questo caso, abrogando l’art. 1, comma 8-bis, limitatamente alle parole: “7 e”, troverebbe comunque applicazione ai procedimenti sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi la disciplina prevista dalla legge n. 241 del 1990. Tanto più che trattasi solo di un comma “aggiunto” nel 2012 alla disciplina originaria del 2004. D’altra parte, è la stessa legge n. 239 del 2004 che, nel disciplinare i procedimenti, rinvia alla legge generale sul procedimento; e di “procedimento unico” e “conferenza di servizi” discorre comunque oggi anche il decreto Sblocca Italia (art. 38, comma 6).

I 5 quesiti proposti:

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, limitatamente alle seguenti parole: “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese”; “rivestono carattere di interesse strategico e”; “, urgenti e indifferibili”; “, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi, conformemente al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 1-bis, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, introdotto dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, come modificato dall’art. 1, comma 554, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)”, limitatamente alle parole: “, per le attività sulla terraferma,”; “In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto, n. 239. Nelle more dell’adozione del piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione.”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 38, comma 5, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, limitatamente alle seguenti parole: “prorogabile due volte per un periodo di tre anni nel caso sia necessario completare le opere di ricerca,” “, prorogabile per una o più volte per un periodo di dieci anni ove siano stati adempiuti gli obblighi derivanti dal decreto di concessione e il giacimento risulti ancora coltivabile,”?»

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 57, comma 3-bis, del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”, convertito con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, come modificato dall’art. 1, comma 552, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)”, limitatamente alle seguenti parole: “con le modalità di cui all’art. 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239, nonché”»;

 

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239, “Riordino del settore energetico, nonché delega al Governo per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di energia”, introdotto dal decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 83, limitatamente alle seguenti parole: “7 e”?»

 

Coordinamento nazionale No Triv

DOWNLOAD: IL TESTO DEI QUESITI REFERENDARI NO TRIV PROPOSTI ALLE REGIONI

NO TRIV “CONCERTO PER L’ADRIATICO”, IN 5.000 A ROSETO (TE)

Oltre 5.000 persone per il live conclusivo di Eugenio Finardi ed altrettante presenze partecipanti ai tanti eventi organizzati per la giornata No Triv di Roseto degli Abruzzi (Te). Un grazie alle tante sensibilità che hanno raggiunto la località costiera teramana, ai tantissimi intervenuti da fuori regione, agli attivisti, ai volontari, agli artisti, ai professionisti che hanno lavorato con abnegazione senza pari, per puro spirito di servizio e condivisione, per la riuscita della manifestazione No Triv Concerto per l’Adriatico. ‪#‎notriv‬

Coordinamento Nazionale No Triv
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La Scienza in Valigia