AI LAVORATORI IN LOTTA A GELA

idealMentre a Gela è in corso una straordinaria e determinata mobilitazione operaia e popolare contro lo svuotamento del protocollo d’intesa sottoscritto da governo regionale, parti datoriali ed organizzazioni sindacali a novembre 2014, tutti si interrogano sui possibili sviluppi della lotta, che da tempo assume le caratteristiche di una battaglia per il destino di un’intera area della Sicilia. “I lavoratori hanno fermato tutti i 65 pozzi on shore; la mobilitazione è destinata a crescere nei prossimi giorni”, ha detto Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil, aggiungendo che “avevamo avvertito l’Eni dei rischi connessi a un rallentamento degli investimenti a Gela come nel resto del Paese e che gli impegni presi con il suggello del presidente del Consiglio, arrivato di gran corsa a Gela, non venivano rispettati”. Per il leader nazionale della Filctem Cgil l’Eni “come abbiamo detto più volte, sta dismettendo la sua presenza in Italia e il Governo non può assistere a un fatto così eccezionale senza dire parole chiare”.
Un comunicato sulle ambiguità e contraddizioni del protocollo di Gela a firma del Coordinamento nazionale No Triv – sez Sicilia di fine Novembre 2014 denunziava gli effetti concomitanti degli aspetti giuridici, economici, politici, di un bluff annunziato.
Come mai i vertici nazionali e locali della stessa Fiom Cgil, oltre che della Filctem, delle rappresentanze di categoria di Cisl e Uil, si sono detti unanimemente entusiasti, siglando senza battere ciglio?
Eppure si sapeva di essere di fronte ad una crisi strutturale di settore, riguardante da una lato il calo della domanda, dall’altro (vedi allegato No Triv) l’eccedenza dei volumi di raffinazione.
Oggi che una violenta crisi complessiva di carattere politico/economico/militare sta sconvolgendo vecchi e consolidati assetti geopolitici, mettendo sotto gli occhi di tutti gli effetti speculativi e competitivi del ribasso del prezzo del barile a circa un quarto del prezzo stabilito ai tempi del protocollo di Gela, Eni svende, diversifica, elude. Crocetta e Renzi si tengono lontani dagli scenari dei conflitti sociali, mostrando in tal modo il vero grado di subordinazione alle scelte di Eni.
La recente decisione della Corte Costituzionale di dichiarare ammissibile la celebrazione del referendum No Triv crea una situazione nuova, che operai, popolazioni di Gela e siciliane, insieme con le parti più avvedute ed illuminate delle associazioni ambientaliste e sindacali locali e nazionali, auspichiamo sappiano cogliere al meglio, sapendo respingere i tentativi del governo Renzi di giustificare la crisi del settore della raffinazione ed il fallimento del protocollo del 2014 dando la colpa all’iniziativa No Triv, magari all’enciclica di papa Francesco ed alla COP 21 a Parigi, per costruire, insieme, una straordinaria vertenza improntata alla richiesta di reddito ed occupazione legati alla transizione energetica, alle bonifiche ambientali, alla riqualificazione del rapporto tra agricoltura, pesca, turismo, archeologia.
Siamo d’accordo con Maurizio Marcelli, responsabile nazionale Fiom per l’Ufficio Salute, Ambiente e Sicurezza, che in comunicato stampa afferma che “la campagna per conquistare la vittoria a questo referendum deve iniziare da subito e la Fiom, sarà con il movimento ‘NoTriv’ per conquistare il consenso a questa battaglia, che è anche quella di tanti lavoratori metalmeccanici” e che “sostenere il ‘no’ alle trivellazioni nel mare non vuol dire solo tutelare l’ambiente, ma anche affermare che è possibile una nuova idea di sviluppo, fondata sulle energie rinnovabili che non modificano il clima e non determinano danni alla salute e in un contesto di vera democrazia, dove le istanze dei cittadini e delle persone non siano cancellate a favore degli interessi dei grandi gruppi finanziari”, ma oggi la non più rinviabile necessità di garantire reddito, salute, ambiente vivibile, servizi, dignità, ci chiama tutti a responsabilità epocali.
Se sapremo darci una mano saremo in grado di allontanare lo spettro della disoccupazione, dell’esilio, del ricatto del nuovo autoritarismo dei poteri centralizzati e separati e della mafia, contribuendo ad una nuova ed esaltante stagione di riscossa della democrazia e della solidarietà.

Coordinamento nazionale No Triv
21 Gennaio 2016

ALLEGATO 1: ANNOTAZIONI SUL PROTOCOLLO DI INTESA PER GELA

ALLEGATO 2: APPELLO DEL COORDINAMENTO NO TRIV – AI LAVORATORI DI GELA – VERSIONE WORD

MINISTRA GUIDI E MISE SBAGLIANO: IL PERMESSO DI RICERCA PETROCELTIC, AL LARGO DELLE ISOLE TREMITI, E’ DENTRO LE 12 MIGLIA

petrocelticL’area interessata dal permesso di ricerca «B.R274.EL», al largo delle Isole Tremiti, delle coste del Molise e dell’Abruzzo, non è tutta oltre il limite delle 12 miglia. I tecnici del MISE ed il Ministro Guidi hanno preso un granchio.
“Non è la prima volta” -dichiara Domenico Sampietro, del Coordinamento Nazionale No Triv- “è già accaduto con l’istanza del permesso di prospezione della Spectrum Geo che interessa 30.000 kmq. nel Mare Adriatico.
Anche in quel caso le misurazioni ministeriali si sono rivelate inesatte“.

Subito dopo la pubblicazione sul B.U.I.G. del 31/12/2015, un giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità, del decreto di conferimento del permesso di ricerca «B.R274.EL» alla Società Petroceltic Italia S.r.l., eravamo stati chiari: l’area off shore interessata dall’istanza ricadeva in parte entro le 12 miglia“, rincara la dose Stefano Pulcini, del Coordinamento Nazionale No Triv.

 
petroceltic2Contrariamente a quanto afferma il Governo, non è affatto “tutto a posto”.
Non lo sono le norme contenute sulla Legge di Stabilità 2016 sul divieto di attività entro le 12 miglia; non lo è quella sulla durata dei titoli e neppure quella -gravissima- sull’abrogazione del Piano delle Aree.

C’è ben poco di cui discutere: bisogna andare avanti con il Referendum, recuperando anche i quesiti sul Piano delle Aree e sulla durata dei titoli. Punto e basta!

Roma, 18 gennaio 2016

Coordinamento nazionale No Triv

MINARE IL REFERENDUM E RILANCIARE L’ATTIVITA’ PETROLIFERA (FOCUS SUL PIANO DELLE AREE)

CON LA LEGGE DI STABILITA’ 2016 IL GOVERNO HA ELIMINATO IL “PIANO DELLE AREE”: ECCO COME E’ ANDATA E PERCHE’

stabavatA fine 2014 il Governo inseriva nello Sblocca Italia, mediante una specifica disposizione contenuta nella Legge di Stabilità 2015, la previsione di uno strumento di programmazione e razionalizzazione delle aree da destinare alle attività “petrolifere”, rispondente alla necessità di armonizzare le scelte riguardanti nuovi progetti Oil&Gas con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che interessano i singoli contesti regionali.
Non bisogna dimenticare, infatti, che in una delle prime bozze dello Sblocca Italia, seguendo una logica avulsa da qualsiasi disegno programmatico, il Governo aveva previsto che potessero essere aperte alle attività estrattive persino il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno e l’area marina delle Isole Egadi.
Nelle intenzioni dei proponenti il varo di un Piano delle Aree avrebbe dovuto costituire un argine, seppur debole, a quegli imprevedibili cambi di rotta da parte del Governo di turno.

Questo era il comma 554, dell’Art. 1, inserito nella Legge 190/2014 (Legge di Stabilità 2015, in vigore dal 1 gennaio 2015):
554. All’articolo 38 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, il comma 1-bis e’ sostituito dal seguente: «1-bis. Il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, predispone un Piano delle Aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano, per le attività sulla terraferma, è adottato previa intesa con la Conferenza Unificata. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione».

L’articolo 1, comma 554, inserito nel corso del passaggio in Senato, richiedeva l’Intesa delle Regioni interessate nella definizione – da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, sentito il Ministero dell’Ambiente – di un Piano delle Aree in cui consentire le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale.
In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, peraltro, gli atti sarebbero stati rimessi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi sarebbero stati rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione.

Dopo le opportune valutazioni “necessarie” dello Stato, anche rispetto alla generalità dei giusti vincoli incidenti sulla sua elaborazione, il Piano avrebbe ridotto lo spazio nazionale destinato all’Oil & Gas, razionalizzando le aree destinate allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi sia in terraferma che in mare. Pertanto all’approvazione del Piano sarebbe stata subordinata la possibilità di richiedere i nuovi titoli concessori unici introdotti con lo Sblocca Italia.

Nel novembre del 2015, a circa un anno di distanza dalla conversine in legge dello Sblocca Italia, dopo il positivo pronunciamento della Corte Cassazione sui 6 quesiti depositati, entra nel vino l’azione referendaria No Triv.

Il Governo è costretto ad intervenire in anticipo per scongiurare la consultazione popolare e, con essa, gli effetti politici e normativi di una sconfitta del fronte governativo/petrolifero. Secondo l’Esecutivo il referendum e, con esso, il Piano delle Aree, andava sabotato!

E così il 13 dicembre 2015 negli emendamenti alla Legge di Stabilità 2016 vengono inserite “alla lettera” le abrogazioni proposte col referendum No Triv ma con integrazioni ed abrogazioni -non richieste- di alcune disposizioni oggetto di prossimo referendum. A meno di 30 giorni dall’inizio dell’esame dei quesiti da parte della Corte Costituzionale, il Governo interviene a gamba tesa sull’oggetto del contendere, apre la strada a rischiose ambiguità normative e, “soprattutto”, svincola le istanze delle multinazionali dai limiti della pianificazione che avrebbe dovuto essere messa a punto con il Piano delle Aree.
Negli emendamenti del Governo, presentati domenica 13 dicembre 2015 alla Camera-Commissione Bilancio, sottoposti poi al Senato “senza voto di fiducia” prima del passaggio “blindato” alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva della Legge di Stabilità 2016, il comma 1 bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia scompare definitivamente e, con esso, il “Piano delle Aree”.

L’intervento del Governo è inaccettabile: il Coordinamento Nazionale No Triv mette a disposizione del Parlamento il testo di sub-emendamenti correttivi per far sì che gli obiettivi del referendum vengano rispettati integralmente e non stravolti dalle disposizioni inserite in Legge di Stabilità.

Il 19 dicembre 2015 si votano alla Camera gli ultimi due emendamenti correttivi No Triv presentati e sostenuti da parte dei parlamentari presenti. Pur richiedendo ed ottenendo la votazione per parti separate, in modo da evitare mancate convergenze dell’aula e da “costringere” i parlamentari a prendere posizione su ogni singolo punto, la Camera respinge: su 440 votanti, 347 deputati si esprimono contrariamente al mantenimento della previsione del “Piano delle Aree”, sostenendo così l’emendamento governativo e l’abrogazione integrale del comma 1-bis/art. 38 dello Sblocca Italia.

Questo l’emendamento No Triv – sottoposto ai deputati e bocciato dal voto in Aula – per il mantenimento del Piano delle Aree, con tanto di previsione di compartecipazione Stato/Regioni alla sua redazione:
«1-bis. La Conferenza Stato Regioni, su proposta del Ministero dello Sviluppo Economico sentito il Ministero dell’Ambiente, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano di cui al primo periodo è adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare».


 

FOCUS SINTETICO: IL “PIANO DELLE AREE”

A cosa serve un Piano delle Aree per le attività “petrolifere”?
Ad evitare, ad esempio, che in futuro possano essere ripensate alcune scelte che hanno risparmiato dall’assalto delle trivelle alcuni tra i luoghi più suggestivi e fragili della Penisola; ad esempio, il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno, l’area marina delle Isole Egadi che, secondo una delle prime bozze dello Sblocca Italia, avrebbero potuto ospitare attività estrattive.
Come già accaduto, ad esempio, per il Golfo di Taranto, in assenza di un Piano delle Aree elaborato con la partecipazione fattiva e non di facciata delle Regioni, le aree finora interdette alle attività Oil & Gas e, più complessivamente, quelle di maggior pregio paesistico, naturalistico, economico (es: aree destinate a colture di pregio) potrebbero finire un giorno, per semplice decreto, sotto le grinfie delle compagnie petrolifere.
Non si comprende poi la ragione per cui per le sole attività petrolifere il Governo abbia avvertito la necessità di abrogare, in perfetta solitudine, questo delicato strumento di pianificazione mentre invece, per le energie rinnovabili, esistano dal 2010 (Governo Berlusconi) Linee Guida, licenziate dal MISE di concerto con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e preventivamente discusse ed approvate dalla Conferenza Unificata, allo scopo di “facilitare un contemperamento fra le esigenze di sviluppo economico e sociale con quelle di tutela dell’ambiente e di conservazione delle risorse naturali e culturali nelle attività regionali di programmazione ed amministrative”.
Se esistono Linee Guida -sovente disattese per installazioni multimegawatt- per gli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a maggior ragione dovrebbe essere reintrodotto un strumento di pianificazione per attività intrinsecamente insostenibili.

Quale avrebbe potuto essere l’utilità del Piano delle Aree?
Nelle intenzioni del legislatore il Piano delle Aree avrebbe dovuto funzionare da strumento di regolamentazione, programmazione e razionalizzazione delle attività estrattive nel nostro Paese. Come noto, il Piano non ha mai visto la luce e la sua stessa previsione è stata abrogata dal Parlamento in base ad un emendamento alla Legge di Stabilità 2016 presentato dal Governo.
Attraverso un processo decisionale in cui sarebbero state rese partecipi le Regioni ma in cui l’ultima parola sarebbe toccata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’interno delle aree teoricamente aperte alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio sarebbero state individuate le aree per le quali non avrebbero potuto essere avanzate istanze di alcun genere.
Il quesito referendario no triv n. 2 mira a rafforzare il ruolo delle Regioni, ad estendere la previsione del Piano anche al mare, entro ed oltre il limite delle 12 miglia, e a ribadire il concetto che in assenza di Piano non può essere richiesto e rilasciato alcun titolo secondo le modalità previste dallo Sblocca Italia.

Quali risultati concreti ha prodotto la previsione del Piano delle Aree?
Per stessa ammissione di alcuni operatori del settore, il Piano delle Aree e la connessa regolamentazione delle attività estrattive non sono mai stati presenti nell’elenco delle richieste avanzate al Governo dalle compagnie petrolifere. E infatti, non essendo mai stato approvato, l’aver previsto il Piano ha di fatto impedito la richiesta di titoli secondo le norme particolarmente favorevoli dello Sblocca Italia.
A richiedere, un anno fa, la previsione del Piano delle Aree furono alcune Regioni (Basilicata in testa) interessate a recuperare, seppur in minima parte ed in posizione di subalternità, il loro potere di decisione azzoppato dallo Sblocca Italia.
Fu quello il principale se non l’unico risultato ottenuto dai fautori della linea del dialogo con il Governo in luogo di quella dello scontro nelle aule dei tribunali. Ad un anno di distanza la risposta del Governo non si è fatta attendere: quello strumento, seppur imperfetto ma funzionale allo stop momentaneo delle richieste di istanze, è stato abrogato.

Cosa era subordinato all’approvazione del Piano delle Aree? Perché tanta attenzione da parte del Governo?
Il rilascio di nuovi titoli minerari. Le norme abrogate con la Legge di Stabilità 2016 prevedevano che nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi potessero essere rilasciati unicamente sulla base delle norme vigenti prima del 1° gennaio 2015.
L’abrogazione della obbligatorietà del Piano delle Aree era condizione necessaria per lo sviluppo di nuovi progetti nell’Oil&Gas. Il Governo ha pensato bene di andare in questa direzione, favorendo così chi ancora crede ed investe nello sviluppo delle energie fossili nel nostro Paese.

Quali erano i limiti della normativa sul Piano delle Aree (comma 554 art 1 Legge di Stabilità 2015) ora abrogata?
La debolezza dei meccanismi di partecipazione delle Regioni alle decisioni riguardanti la formulazione del Piano riguardante -ecco un secondo limite- unicamente le attività sulla terraferma. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, era previsto che dovesse cessare qualsiasi confronto tra Stato e Regioni e che l’ultima parola spettasse comunque al Governo.

Cosa si voleva e si vuole ottenere con il quesito referendario n. 2?
Superare i limiti della normativa sul Piano delle Aree.
Conferire maggiori poteri alle Regioni nella definizione del Piano e, quindi, nella individuazione delle aree, sia su terraferma sia in mare anche oltre il limite delle 12 miglia, da sottrarre alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio.
E’ inaccettabile e grave che una Regione non possa partecipare, in posizione di parità rispetto allo Stato, alla determinazione di scelte che necessariamente interferiscono con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che la interessano ed investono direttamente.
Scopo dell’abrogazione referendaria era ed è ancora quello di lasciar esprimere la Conferenza unificata sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e, per altro verso, di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, il Governo possa far ricorso all’esercizio del potere sostitutivo.
Il quesito, infine, riguarda anche la disciplina transitoria introdotta dalla legge di stabilità 2015, in base alla quale – nelle more dell’approvazione del Piano – il rilascio dei titoli abilitativi sarebbe consentito sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia.
Eliminando per via referendaria questa disposizione si avrebbe, per un verso, che le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi già autorizzate continuino ad essere esercitate e, per altro verso, però, che fino all’adozione del Piano non possano essere rilasciati nuovi titoli.

Cosa ha fatto il Governo con la Legge di Stabilità 2016?
Avendo fiutato il pericolo di trovare un ostacolo nell’ostruzionismo delle Regioni nell’approvazione del Piano e, quindi, di non poter rilasciare nuovi titoli, ha sciolto il nodo referendario “a monte”: anziché modificare la normativa ripristinando il rispetto del principio di leale collaborazione, ha abrogato la previsione del Piano in modo da impedire stabilmente alle Regioni di interferire nella individuazione delle aree del territorio nazionale da interdire alle attività estrattive.
Inoltre, essendo venuta meno la previsione del Piano, ha rimosso uno dei principali impedimenti al rilascio di nuovi titoli.
L’abrogazione voluta dal Governo e votata dal Parlamento ha il chiaro obiettivo di sabotare il referendum e di superare l’empasse in cui lo stesso Governo si era cacciato con le modifiche allo Sblocca Italia introdotte nella Legge di Stabilità 2015.
In sintesi, segna indiscutibilmente un punto importante a favore delle trivelle.

30 dicembre 2015

DOWNLOAD: FOCUS SINTETICO SULL’ELIMINAZIONE DEL PIANO DELLE AREE AREE

LEGGI ANCHE: REFERENDUM NO TRIV E LEGGE DI STABILITA’ 2016, FACCIAMO IL PUNTO

REFERENDUM NO TRIV E LEGGE STABILITA’: FACCIAMO IL PUNTO

idealIn attesa della pubblicazione della Legge di Stabilità 2016 sulla Gazzetta Ufficiale e della preannunciata Circolare MISE che andrà a chiarire taluni aspetti della nuova disciplina dei procedimenti in corso relativi ad istanze di ricerca e concessione di coltivazione off shore entro le 12 miglia marine, è possibile tracciare un primo bilancio provvisorio della campagna referendaria no triv avviata la scorsa estate da oltre 200 associazioni, movimenti e comitati, che ha spinto ben 10 Assemblee elettive regionali a deliberare la richiesta di referendum.
Dopo aver superato indenni il controllo di regolarità della Corte di Cassazione, il 13 gennaio prossimo i 6 quesiti saranno al vaglio della Corte Costituzionale che dovrà pronunciarsi sulla loro ammissibilità anche alla luce di una serie di norme che il Governo ha inserito con apposito emendamento nella Legge di Stabilità 2016 sotto la minaccia incombente del referendum.
Per valutare a pieno le immediate ricadute della Legge di Stabilità sul futuro energetico del nostro Paese, bisognerà attendere la richiamata circolare del MISE. Tuttavia, una volta entrate in vigore, le modifiche normative approvate dal Parlamento determineranno comunque un punto a favore della battaglia no triv; produrranno risultati certi, ancorché molto parziali e non appaganti, che vanno ascritti per intero alle capacità di intuizione, elaborazione e mobilitazione di quanti hanno individuato nel referendum lo strumento più efficace e immediato per cogliere obiettivi mai ottenuti per altra via se non, una volta sola, per concessione del Governo Berlusconi a seguito del disastro della Deepwater Horizon nel 2010.
Secondo dati del Ministero diffusi da “La Staffetta Quotidiana” (v. anche tavole) e secondo unanime opinione espressa da media ed analisti, la pressione referendaria ha prodotto la sospensione di numerosi procedimenti autorizzativi; in particolare di:

– 15 istanze di ricerca di cui 3 hanno avuto già una V.I.A. favorevole da parte del Ministero dell’ambiente, 11 hanno il procedimento di VIA in corso ed 1 deve ancora ottenere il parere da parte della CIRM. Attualmente sono in corso ben 41 istanze di permesso in mare;
– 8 istanze di concessione di coltivazione. Ben 5 di queste si trovano completamente all’interno della zona interdetta; 6 sono in corso di VIA, 1 in fase CIRM e di 1 (Ombrina Mare) si attende la pubblicazione del relativo decreto di concessione;
– 4 istanze di permesso di prospezione; tra queste spiccano le 2 della Spectrum Geo, sui cui si pronuncerà il TAR Lazio nel corso del 2016 a seguito del ricorso presentato dalla Provincia di Teramo e da alcuni Comuni abruzzesi e marchigiani.

1Con la Legge di Stabilità, che recepisce formalmente 3 dei 6 quesiti referendari, vengono meno i caratteri di “strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere” ed il “vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata”, prevista dallo Sblocca Italia già a partire dalla fase di ricerca degli idrocarburi.
Prendendo ad esempio una delle 55 istanze di ricerca su terraferma in corso, la “Corropoli”, rimasta incagliata nelle secche del rilascio dell’Intesa, se nel 2004 il soggetto proponente avesse potuto avvalersi dell’opportunità prevista nell’art. 38 comma 1 dello Sblocca Italia, avrebbe richiesto senz’altro il rilascio del titolo unico concessorio e l’esproprio dell’intera area interessata dall’istanza, pari a 172 kmq., fin dalla fase della ricerca.
Si deve alla spada di Damocle del referendum se oggi pericoli simili possano dirsi momentaneamente scampati.
2Infine, per evitare nell’immediato uno scontro istituzionale che sarà comunque inevitabile tra qualche mese in occasione del referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il Governo ha ripristinato il principio di leale collaborazione con le Regioni che, come nel recente passato, sono nuovamente chiamate ad esprimere un’Intesa “forte” sul rilascio dei titoli minerari.
Grazie alla minaccia del referendum, l’Intesa torna ad essere atto a struttura bilaterale, non più nella sola disponibilità dello Stato.
Appena un anno fa numerose Regioni si apprestavano a presentare ricorso alla Corte Costituzionale contro l’art 38 comma 1 dello Sblocca Italia e contro la Legge di Stabilità 2015. Si sarebbero poi ripetute in occasione della pubblicazione del Disciplinare-tipo ma senza ottenere da parte del Governo alcuna apertura al confronto e, men che meno, un’inversione di rotta.
Fin qui i fatti che necessitano di essere analizzati, soppesati e contestualizzati.
Il Coordinamento Nazionale No Triv ha manifestato fin da principio gravi e motivate perplessità sulle reali intenzioni del Governo, evidenziando le minacce insite nell’emendamento approvato in prima istanza alla Camera in Commissione Bilancio (in primis, abrogazione del Piano delle Aree tanto avversato dalle compagnie petrolifere e doppio binario per il rilascio dei titoli) e facendosi esso stesso promotore di adeguate contromosse sul piano normativo per ottenere, ad esempio, l’immediato ripristino del Piano delle Aree e, più in generale, per salvaguardare lo spirito e gli obiettivi del referendum mentre Governo e Parlamento hanno preferito battere altra strada per ingabbiarlo.
Del resto, a supporto di un’insospettabile sensibilità ecologista il Governo avrebbe potuto semplicemente riprodurre integralmente e fedelmente i quesiti referendari, inserendoli tout court nella Legge di Stabilità. Il che non è stato.
3Preoccupato per via di un’opinione pubblica che recenti sondaggi danno in larga maggioranza schierata su posizioni No Triv, l’Esecutivo è stato costretto ad un riposizionamento tattico per di tentare di eludere il referendum, rinviando a tempi più fausti lo scontro finale con le forze che compongono il cartello referendario e preventivando, da qui a un anno, un nuovo cambio di rotta, questa volta manifestamente in senso Sì Triv.
Intervenendo sulla Legge di Stabilità, il Governo ha tentato di disinnescare il primo di una serie di referendum che ne minacciano la tranquilla navigazione fino al referendum sulla revisione della Costituzione e, in prospettiva, fino alla scadenza naturale della legislatura: Italicum, riforma del mercato del lavoro, cattiva scuola, ecc.. Sciogliere tutti i nodi contemporaneamente sarebbe stato rischioso per chiunque.
Renzi ha pagato dazio: pur facendo di necessità virtù, rispondendo alla sfida No Triv ha evidenziato la sua vulnerabilità ed i suoi punti deboli. Il Presidente del Consiglio non è più in grado di garantire certezze alla City londinese ed agli investitori interessati a scommettere sul futuro prossimo dell’Oil&Gas in Italia.
Le compagnie più colpite dalla sospensione dei procedimenti saranno costrette a rivedere le loro previsioni al ribasso ed i loro progetti di investimento più di quanto avrebbero dovuto fare a causa della tendenza ribassista del prezzo del greggio.
Confidiamo dunque che alla ExxonMobil, andata via dalla Val D’Agri in Basilicata, possano seguire, anche per effetto del referendum, altre compagnie petrolifere, Rockhopper Exploration in testa.
4L’incertezza normativa generata dalla Legge di Stabilità è un dato di realtà con cui i mercati mal volentieri si stanno confrontando: l’Italia ha confermato la sua fama di Paese imprevedibile, in cui investire nell’Oil&Gas riserva enormi incognite; è quel Paese in cui, nonostante il piglio decisionista ed irriverente di Renzi, unito alla frammentazione delle opposizioni parlamentari, “quattro comitatini” possono indurre un Governo a rivedere i propri piani, a soprassedere dall’assumere decisioni impopolari ma vitali per l’establishment finanziario.
L’approvazione della Legge di Stabilità è oggettivamente la prima battuta d’arresto per il Presidente del Consiglio, considerato finora “affidabile” dai poteri forti e dalle lobbies del gas e del petrolio.
Al netto da ogni contrapposizione tra fautori e detrattori del referendum, tra minoranze e maggioranza parlamentare, tra chi è amante e cultore dell’estetica della lotta e chi invece ritiene -come noi- che i nodi politici debbano essere sciolti misurandosi sul campo e nel merito con gli avversari, e senza nulla voler anticipare rispetto a considerazioni il cui tempo è rinviato a dopo il 13 gennaio, l’esperienza degli ultimi mesi dimostra che la partecipazione, la pressione che in modo unitario e trasversale le associazioni, i movimenti ed i comitati possono esercitare sulle istituzioni, sono in grado di influenzare e determinare le scelte della “politica”.
Che l’iniziativa partecipata e condivisa dal basso dimostra di essere in grado di costruire relazioni sociali democratiche e di tracciare allo stesso tempo un orizzonte di senso comune.

Coordinamento nazionale No Triv

IL PUNTO SUL REFERENDUM, ALLA LUCE DELLE MODIFICHE NORMATIVE INTRODOTTE IN LEGGE DI STABILITA’ 2016

radioApproda oggi in Senato la Legge di stabilità 2016, approvata dalla Camera nella notte tra sabato e domenica.

In attesa del via libera definitivo, atteso entro il 25 dicembre, facciamo il punto sugli emendamenti del Governo, inseriti nel testo per scongiurare il Referendum No Triv.

Nel file audio una breve intervista ad Enzo Di Salvatore, andata in onda questa mattina su Radio 1 Rai, durante la trasmissione  “Voci del Mattino”.

IL GOVERNO VUOLE SABOTARE IL REFERENDUM NO TRIV; UN CAVALLO DI TROIA NELLA LEGGE DI STABILITA’

BOCCIATI I SUB EMENDAMENTI CORRETTIVI PRESENTATI DAI NO TRIV. IL GOVERNO TRADISCE LO SPIRITO DEL REFERENDUM

Roma, 16 dicembre 2015

Comunicato Coordinamento nazionale No Triv

avatarsitostabilitaUn autentico inganno. Gli emendamenti presentati dal Governo alla legge si stabilità 2016 ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari. Le modifiche proposte dall’Esecutivo, tra abrogazioni e aggiunte normative, dissimulano in modo subdolo il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia marine, eludendo con ciò gran parte degli obiettivi del referendum No Triv.

Tradito ne è lo spirito complessivo.

I passaggi normativi del disegno governativo sono riassunti nella abolizione del “piano delle aree” (strumento di razionalizzazione delle attività Oil & Gas) e nella previsione per cui si fanno salvi tutti i procedimenti collegati a“titoli abilitativi già rilasciati” all’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento”. Un mix esplosivo, che avrebbe effetti devastanti sul referendum e sul futuro dei mari italiani, atteso che l’obiettivo principale del Governo è mantenere in vita e a tempo indeterminato tutti i procedimenti attualmente in corso entro le 12 miglia marine. La soppressione del “piano delle aree”costituisce, poi, il vero “cavallo di Troia” del Governo: il Coordinamento Nazionale No Triv lo aveva già evidenziato domenica 13 dicembre, formulando per l’occasionealcuni sub-emendamenti volti a correggere le proposte dell’Esecutivo.

Emendamenti che, tuttavia, sono stati bocciati alla Camera dei deputati in Commissione Bilancio.

Nulla è negoziabile rispetto all’obiettivo dei quesiti: non lo è il “piano delle aree”, in quanto strumento di razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; non lo è lo sfruttamento a tempo indeterminato dei giacimenti; non lo è la possibilità che i procedimenti entro le 12 miglia marine siano solo sospesi e non chiusi definitivamente; non lo è neppure l’istituzione di un doppio regime di titoli (permessi di ricerca e concessioni di coltivazione/titoli concessori unici) che consentono a discrezione delle società petrolifere di scegliere a proprio piacimento in che modo esercitare le attività petrolifere nel nostro Paese.

Il Coordinamento Nazionale No Triv è stato da sempre chiaro sul punto. Delle due l’una: o con le modifiche si accolgono tutti i quesiti referendari senza tradirne lo spirito o si va a referendum. Nessuno è autorizzato a mediare rispetto a questa alternativa, cercando un punto di incontro e accontentando, con un compromesso al ribasso, le Regioni e i loro delegati, attraverso la facile promessa di un maggiore loro coinvolgimento nelle scelte che in materia lo Stato effettuerà d’ora in avanti. Una promessa del tutto evanescente, destinata ad essere tradita dopo le elezioni amministrative del prossimo anno e dopo il referendum sulla revisione costituzionale, che com’è noto, riconduce nelle mani esclusive dello Stato ogni scelta in fatto di energia.

Gli emendamenti proposti dal Governo costituiscono un autentico atto di sabotaggio e uno schiaffo alla democrazia nel nostro Paese. Per questo chiediamo ai delegati delle Regioni di rispettare il mandato ricevuto loro dai rispettivi Consigli e a alle cittadine e ai cittadini italiani che hanno a cuore la proposta del referendum di percorrere assieme a noi e fino in fondo la strada referendaria.

IN ALLEGATO LA NOTA TECNICA REDATTA DAL PROF. ENZO DI SALVATORE

NOTA TECNICA – OSSERVAZIONI SULLE PROPOSTE EMENDATIVE DEL GOVERNO

IL GOVERNO FA BENE A TEMERE IL REFERENDUM, MA SI GUARDI BENE DAL TOCCARLO

avatar_giulemaniIl dado è quasi tratto. Una volta che la Corte Costituzionale si sarà pronunciata sulla sua ammissibilità, il referendum diverrà realtà. Dopo i sei “sì” della Corte di Cassazione, Renzi e il Governo temono che il fronte delle 200 associazioni, che ha spinto ben 10 Assemblee elettive regionali a chiedere il referendum, abbia ora la forza necessaria per raggiungere il quorum previsto dalla legge e la capacità di far esplodere lo scontro istituzionale tra Stato e Regioni, mettendo Renzi in minoranza.

Attendiamo fiduciosi il 13 gennaio, confidando nel giudizio positivo della Consulta, con l’attenzione rivolta alla nomina dei tre nuovi “togati”; nomine che, per ovvie ragioni sono, più che mai adesso, fonte di ansia per il Governo.

Sarà la Corte, infatti, nella sua composizione “rinnovata” a doversi esprimere su tutta una serie di questioni dolenti e decisive per le sorti del Paese: Italicum, Riforma del Lavoro, Cattiva Scuola, Sblocca Italia, ecc..

Il referendum no triv è riuscito in una missione considerata finora impossibile: fare da collante tra forze eterogenee ma accomunate da una diversa idea della politica e del Paese, persone diverse tra loro ma tutte colpite da politiche che in pochi mesi hanno inferto un duro colpo ai pilastri del welfare e della sicurezza sociale.
Mai così debole nei sondaggi, Renzi teme che venga messa in discussione non solo la Strategia Energetica Nazionale quanto la sua stessa leadership e per questo è disposto a passar sopra a ben otto Governatori espressione del suo stesso partito, ben sapendo che Emiliano e gli altri Presidenti di regione dovranno confrontarsi, nei rispettivi territori, con un’opinione pubblica e con un elettorato diffusamente no triv, a differenza del Presidente del Consiglio che potrà invece starsene rinchiuso, al sicuro, nella torre d’avorio di Palazzo Chigi, ben guardandosi da insidiose trasferte in terra non amica (forfait alla Fiera del Levante docet).

Dopo il “Sì” della Cassazione, il Governo è intenzionato a correre ai ripari, tentando di modificare in extremis le norme oggetto dei quesiti referendari, lasciando tuttavia inalterato l’impianto dell’art. 38 dello Sblocca Italia. A questo stanno già lavorando alacremente i tecnici del Ministero dell’Ambiente e del Mise, allertati dai rispettivi ministri, Galletti e Guidi, gli stessi che nei fatti disapplicarono il Decreto Prestigiacomo per le trivellazioni in mare.

Il Governo pare aver imboccato la scorciatoia della mediazione al ribasso, del decreto natalizio, di poca sostanza e di facciata. Ove ciò dovesse portare all’adozione di un atto normativo strumentale, sarebbe l’ennesimo scandalo, l’ennesimo atto che macchia la fedina democratica, tutto fuorché immacolata, del Governo.

Eludere il referendum sarebbe un atto eversivo, violento e di grave irresponsabilità politica: impedire proditoriamente ai cittadini di esprimersi attraverso il voto alimenterebbe l’attuale clima di generalizzata sfiducia nelle istituzioni, invelenirebbe ulteriormente il clima sociale e politico.

Alle provocazioni del Governo il movimento no triv risponderà rilanciando uno, dieci, cento referendum e riempiendo, assieme ad altri soggetti ed organizzazioni del mondo del lavoro, della scuola, del volontariato, dei senza diritto e dei diseredati, ecc., le piazze di tutta Italia.

In ultimo, schivare il referendum con un decreto-truffa non sarà cosa affatto semplice. Sul punto la giurisprudenza della Corte è stata finora molto chiara: a mo’ di missile intelligente, i quesiti referendari continueranno ad inseguire le nuove norme a meno che le stesse – cosa alquanto improbabile – non vadano a produrre i medesimi effetti dell’abrogazione tout court.

Se queste sono le premesse, Palazzo Chigi ha messo in preventivo un possibile innalzamento del livello di conflittualità sociale, in un Paese già provato dalla crisi, con tutto ciò che potrebbe conseguirne? Il mondo dell’associazionismo ha scelto da sempre la pratica del confronto, puntando a consolidare il rapporto tra le istituzioni e i cittadini ma, evidentemente, questo obiettivo non è nelle corde dell’Esecutivo.

Il movimento no triv non si lascerà intimidire e rilancerà con fermezza, responsabilità e determinazione la sfida referendaria contro coloro che vogliono devastare e saccheggiare il Paese, privare i cittadini del diritto di voto – perché di questo si tratta – ed imporre al contempo un regime intrinsecamente autoritario e liberticida.
Continuerà a servire la Repubblica, offesa, ferita e vilipesa da una classe politica e dirigente irresponsabile, mediocre, inadeguata e spesso priva di ogni competenza, come dimostrano le dichiarazioni di un Ministro che ignora il significato di transizione energetica, che teme di dover rottamare la propria auto in caso di vittoria del “Sì” al referendum e che dimentica di essere Ministro dell’Ambiente di una nazione che vive il paradosso di essere al contempo prima al mondo per biodiversità con le sue 7.000 differenti specie vegetali, 58.000 specie animali, con i suoi 140 diversi tipi di grano e 1.800 vigneti spontanei -in mezzo ai quali lo Sblocca Italia prevede che chiunque possa tranquillamente trivellare- e di essere al contempo il Paese in cui le attività impattanti sull’ambiente scaricano costi sui bilanci di imprese e famiglie per oltre 48 miliardi di euro l’anno, pari a più del 3% del P.I.L..

Sappia il Ministro Galletti che il referendum punta a perseguire l’obiettivo del divieto di nuove attività legate a gas e petrolio nelle acque territoriali e di una moratoria nel rilascio di nuovi permessi, nelle acque internazionali e su terra ferma, in attesa che si definisca una normativa più restrittiva a livello sia nazionale sia internazionale anche per evitare che nel Mediterraneo ed in ogni angolo del Pianeta si ripetano incidenti simili a quello che venerdì scorso ha provocato 32 vittime su una piattaforma petrolifera nel Mar Caspio o che nel 1988 causò la morte di 167 persone nel Mare del Nord.

Guardando poi al medio periodo nell’ottica della transizione e della decarbonizzazione, tra quindici anni saremo in grado di sfruttare al meglio il potenziale di tecnologie “pulite” che già oggi sono disponibili.

Il referendum di primavera è una grande conquista democratica e il Governo non può disporne. Dovesse farlo, il movimento no triv continuerà a lavorare, come e più di prima, con tutte le forze che hanno come obiettivo difendere la democrazia, il lavoro e la libertà nel nostro Paese.

Renzi fa bene a temere il referendum ma si guardi bene dal toccarlo; a difenderlo ci saranno i cittadini attivi e responsabili di questo Paese, sempre più numerosi e sempre più decisi a difendere i diritti e la democrazia.

Roma, 6 dicembre 2015
Coordinamento Nazionale No Triv

COMUNICATO STAMPA: LA CASSAZIONE DICE SEI VOLTE “SÌ” – REFERENDUM NO TRIV SEMPRE PIU’ VICINO

idealI sei quesiti referendari contro le trivelle in mare e su terraferma hanno superato indenni l’esame di regolarità della Corte di Cassazione.

Con due ordinanze adottate il 26 novembre 2015 la Corte di Cassazione ha accolto i sei quesiti referendari così come deliberati dalle Assemblee Regionali di Basilicata, Abruzzo, Marche, Campania, Puglia, Sardegna, Veneto, Liguria, Calabria e Molise.

Le ordinanze verranno comunicate al Presidente della Repubblica, al Presidente della Corte Costituzionale ed ai Presidenti delle Camere, e verranno notificate ai delegati dei dieci Consigli Regionali proponenti.

L’ultimo scoglio da superare sarà l’esame di legittimità costituzionale della Suprema Corte che si pronuncerà entro febbraio 2016.

I sei “SI'” giungono a coronamento di una lunga fase di impegno per la formulazione dei quesiti e della pressione democratica dal basso esercitata da oltre 200 associazioni italiane. L’abnegazione ed il merito della proposta complessiva hanno consentito di intercettare prima l’unanime consenso della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive regionali e, successivamente, lo storico risultato delle 10 delibere di richiesta referendaria, da parte di altrettanti Consigli regionali.

Compiuto questo nuovo passo, è giunto dunque il momento di consolidare il risultato ottenuto preparandosi alla costruzione di un sistema di alleanze -il più ampio e trasversale possibile- e di un percorso organizzativo che consenta di portare al voto la maggioranza degli aventi diritto, senza mediazioni con il Governo su un referendum che ha un obiettivo molto chiaro e non emendabile, se non a rischio di stravolgerne e affievolirne senso e scopo.

La via referendaria è l’unica che possa raggiungere nel breve termine l’obiettivo sia di fermare nuovi progetti petroliferi sia di contenere e ridimensionare il ruolo delle energie fossili nel mix energetico nazionale.

Ma anche qualora le richieste di modifica normativa in senso No Triv venissero avanzate in buona fede, bisognerebbe tener conto della maggiore efficacia del referendum rispetto a quella, più limitata, dell’abrogazione per via legislativa. I divieti introdotti dal Decreto Prestigiacomo non furono forse rimossi per numerosi progetti petroliferi in mare proprio dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo?

Quindi, non si persegua la strada della modifica per via legislativa delle norme che, per mezzo del referendum abrogativo, è invece possibile cancellare stabilmente dall’ordinamento.
Il Referendum non è nella disponibilità del Governo.

L’Assemblea “Verso il Referendum” dell’8 novembre scorso, rappresentativa delle associazioni vere promotrici del Referendum, ha stabilito in modo unitario ed inequivocabile che nessuno è legittimato a “mediare” o a dialogare con un Governo che più di ogni altro ha dimostrato fredda determinazione nel portare a compimento il contenuto fossile della Strategia Energetica Nazionale e che si appresta ad assestare un colpo mortale al coinvolgimento delle comunità locali e delle Regioni nelle scelte strategiche che determinano il futuro dei territori e del Paese.

Il Referendum è di tutti e ciò significa che nessuno può disporne oltre la Corte Costituzionale e, ovviamente, i Cittadini.

Prossima tappa intermedia sarà l’incontro a Roma, il 9 dicembre prossimo, tra i delegati delle Assemblee delle dieci Regioni che hanno deliberato la richiesta di referendum ed i rappresentanti delle associazioni promotrici del Referendum: in quella sede verranno messi a fuoco i principali aspetti organizzativi e discusse le prime soluzioni che dovranno portarci al voto di primavera.

La strada è tracciata. Adesso tocca percorrerla tutti assieme per arrivare al risultato per anni inseguito: liberare il mare e la terraferma da nuove trivelle ed aprire la strada ad una nuova politica energetica, economica ed ambientale.

Roma, 28 novembre 2015

Coordinamento Nazionale No Triv

AL VIA LE ATTIVITA’ DEL COSTITUENDO COMITATO REFERENDARIO NASCENTE DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE “VERSO IL REFERENDUM NO TRIV”

ROMA8Domenica 8 novembre si è chiusa con una straordinaria partecipazione civica, associativa e movimentista e con la definizione delle iniziali attività operative del costituendo comitato referendario a sostegno della futura campagna, il primo appuntamento assembleare italiano convocato dal Coordinamento nazionale No Triv e dalle centinaia di organizzazioni aderenti alla iniziativa, dopo il deposito in Cassazione dei quesiti referendari abrogativi contro le trivellazioni in mare e su terraferma.

Presso i locali dell’Ex Snia, al Parco delle Energie di Roma, l’assemblea ha dato il via ad un lavoro preparatorio teso alla costituzione di una organizzazione coordinata e democratica tra associazioni nazionali e locali, movimenti e comitati che sia espressione ampia della società civile e che articoli e condivida azioni comuni a sostegno della prossima “campagna” nazionale.

In attesa dei pronunciamenti della Corte di Cassazione e della Consulta sui sei quesiti promossi dalle centinaia di realtà associative, che hanno raggiunto il placet unanime della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive regionali a settembre, ed a cui hanno fatto seguito le dieci delibere per il referendum da parte di altrettante regioni, il costituendo comitato referendario ha riaffermando la necessità primaria di creare una ampia rete sociale partecipata e trasversale che conduca l’iniziativa, pianificando sin a da subito le prime strategie comuni.

Fondamentale sarà tenere sempre presente che l’unione delle tante lotte territoriali, la connessione con le organizzazioni impegnate nelle campagne referendarie di prossima definizione – a partire da quella per il “No”al referendum confermativo sulla Riforma Costituzionale – il funzionale rapporto con le organizzazioni politiche e sindacali sostenitrici, con i Delegati regionali e con la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali e delle Provincie autonome, rappresentano canali di relazione attorno ai quali muovere per la costruzione di un percorso unitario, democratico, partecipato e vincente, finalizzato al raggiungimento del quorum ed al successo del “Sì” alle abrogazioni proposte.

Ampio spazio durante la mattinata è stato dedicato alle relazioni degli intervenuti, ai quali si sono alternati gli interventi di organizzazioni sociali e politiche a sostegno dell’iniziativa.

Ai rappresentanti del Coordinamento nazionale No Triv, di WWF, Legambiente, hanno fatto seguito nelle relazioni esponenti del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, di Pancho Pardi per il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, di Marco Furfaro (SEL), Gianni Girotti (Movimento 5 Stelle), Alfonso Pecoraro Scanio (Fondazione Univerde), Piero Lacorazza (PD e Presidente del Consiglio regionale Basilicata), Annalisa Corrado (per Green Italia e Possibile), Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Maurizio Marcelli (FIOM) nonché di rappresentanti dell’universo associativo e movimentista italiano, da Marica Di Pierri (A Sud) a Stefano Iannillo (Rete per la Conoscenza), ai portavoce dei tanti comitati territoriali presenti da ogni regione italiana. Ai lavori ha preso parte anche Andrea Boraschi per Greenpeace.

Nella sessione pomeridiana, dedicata alla plenaria per l’elaborazione di proposte organizzative ed operative, si è predisposta una prima sintesi esecutiva che consentirà di procedere immediatamente e con passi sostanziali alle nuove iniziative pianificate verso il referendum: un referendum che è di tutti i cittadini italiani e col quale affermare l’opposizione convinta alle politiche energetiche fossili.

Un collegamento con la mobilitazione italiana per il clima e l’adesione alla marcia prevista a Roma il prossimo 29 novembre, in vista della COP21 di Parigi, rappresentano in questo senso un momento di coesione e di attenzione collettiva sul più ampio tema dei cambiamenti climatici.

La prossima convocazione di assemblee territoriali “Verso il referendum No Triv” e la declinazione nei diversi contesti regionali di una rete che coinvolga tutti i soggetti interessati alla costruzione di un percorso partecipato e trasversale, saranno passaggi essenziali per dare diffusione al processo collettivo avviato e precederà una nuova assemblea nazionale prevista per la prima metà di dicembre 2015.

Il Referendum è di tutti !!!

Roma, 9 novembre 2015
L’Assemblea “Verso il Referendum No Triv”

CONTATTI:
referendumnotriv@gmail.com

UN REFERENDUM NO TRIV PER FERMARE LA DERIVA PETROLIFERA. Intervista ad Enzo Di Salvatore

ROMA8Lo scorso 30 settembre sono stati depositati in Cassazione i sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia tra cui uno specifico contro i progetti Oil&Gas in mare riesumati dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo del governo Monti.
Oltre 200 associazioni e dieci Regioni hanno permesso questo risultato. Se la Cassazione riterrà ammissibili i quesiti, i cittadini andranno alle urne nella primavera del 2016.
Ne parliamo con Enzo Di Salvatore, costituzionalista e docente all’Università di Teramo.

D. Prof. Di Salvatore, ci può spiegare brevemente su cosa di fatto andranno a deliberare i cittadini tra sei mesi?

I quesiti referendari deliberati dalle dieci Regioni sono sei. Il primo, il secondo e il terzo quesito sono relativi allo Sblocca Italia e riguardano:

a) l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, nonché dello stoccaggio sotterraneo di gas;

b) l’abrogazione della previsione del vincolo preordinato all’esproprio che il nuovo “titolo concessorio unico” conterrà già a partire dalla fase della ricerca, al fine di tutelare il diritto di proprietà del privato;

c) il c.d. “piano delle aree”, previsto al fine di pervenire – per la prima volta in Italia – ad una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. In questo caso l’obiettivo dell’abrogazione referendaria è quello di consentire che la Conferenza unificata possa esprimersi sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa con lo Stato, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo secondo una procedura semplificata;

d) l’abrogazione delle norme che consentono che, in attesa che venga approvato il piano, lo Stato possa rilasciare nuovi permessi di ricerca e nuove concessioni di coltivazione, sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia;

e) la limitazione della durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”.

Il quarto quesito concerne, invece, le autorizzazioni alle opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi; anche in questo caso si propone di abrogare la norma che prevede che, in caso di mancato accordo con la Regione interessata, lo Stato possa decidere “in solitudine”, secondo una procedura semplificata.

Il quinto ha ad oggetto una norma contenuta nella legge sul riordino del settore energetico del 2004, che disciplina anch’essa l’intesa regionale sugli atti dello Stato relativi alle attività petrolifere.

Il sesto, infine, mira ad eliminare l’art. 35 del decreto sviluppo del 2012, che rende possibile, per il futuro, la ricerca e l’estrazione del gas e del petrolio entro le 12 miglia marine.

D. Se dovesse vincere il No alle trivellazioni, cosa accadrà per i progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia?

La questione delle estrazioni petrolifere oltre le 12 miglia marine risulta particolarmente complessa e va posta nella sua giusta luce, in ragione degli obblighi internazionali assunti dallo Stato: obblighi che, com’è noto, costituiscono un limite al referendum abrogativo. Anche ammesso, infatti, che lo Stato possa disporre a proprio piacimento delle aree poste fuori dalle 12 miglia, lo strumento referendario sarebbe, a questi fini, inservibile. Si pensi ad es. allo sfruttamento del giacimento di gas “Annamaria” nell’Adriatico, che poggia su un accordo stretto tra l’Italia e la Croazia, e rispetto al quale risulta stabilito che le attività di sfruttamento non possano essere sospese unilateralmente.

Per questa ragione sarebbe impossibile andare ad abrogare direttamente quelle previsioni della legge dello Stato, che autorizzano la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio in aree marine fuori dalle 12 miglia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il referendum non inciderà in alcun modo sulle attività che trovino svolgimento fuori dalle 12 miglia. Uno dei quesiti, come dicevo, avrà ad oggetto il c.d. “piano delle aree” e questo dovrebbe riguardare anche il mare.

L’abrogazione della possibilità di rilasciare nuovi permessi e nuove concessioni nell’attesa che sia predisposto il piano riguarderà anche le aree marine poste fuori dalle 12 miglia. A ciò si aggiunge il fatto che, una volta elaborato il piano, gli Enti territoriali tutti potranno esprimersi sul piano nella sua interezza e in modo determinante, visto che uno dei quesiti mira a far sì che l’intesa in Conferenza unificata – dove siedono appunto le Regioni e gli Enti locali – non sia solo di “facciata”.

D. Come interverrà la Legge di Stabilità approvata di recente sull’autonomia alle Regioni in materia energetica?

Non mi pare che la Legge di Stabilità incida sull’autonomia delle Regioni in materia energetica. Attendiamo di vedere cosa accadrà, invece, con il “collegato ambientale” in corso di approvazione in Parlamento, visto che proprio il 22 ottobre scorso il Senato ha bocciato alcuni emendamenti che si proponevano di abrogare alcune disposizioni oggetto di referendum.

Direi piuttosto un’altra cosa: che la Legge di Stabilità incide comunque anche sulla materia petrolifera, in quanto la riduzione dell’IRES si applica anche alle società che operano nel settore petrolifero. Si ricorderà che con la sentenza n. 10 del 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la maggiorazione della aliquota IRES richiesta dallo Stato alle società petrolifere, in quanto il decreto-legge n. 112 del 2008, che quella maggiorazione aveva disposto, avrebbe dovuto limitarsi a prevedere il prelievo sui “sovra-profitti”, anziché sull’intero reddito delle società e collegarlo alla particolare congiuntura economica di allora, contenendola entro un arco temporale ben definito.

Allo scopo di evitare che dalla sentenza derivasse una grave violazione dell’equilibrio di bilancio, e cioè che lo Stato dovesse procedere alla restituzione delle somme versate dalle società petrolifere, “tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva”, la Corte ha deciso che gli effetti della sentenza dovessero riguardare solo il futuro e non il passato.

Chiaro è che lo Stato non può più fare affidamento su quelle entrate. Per questo, avrebbe potuto reintrodurre il prelievo limitatamente ai “sovra-profitti”, elevando la percentuale stessa rispetto a quella finora in vigore, affinché fosse congrua a compensare le perdite. E prevedendo ovviamente una scadenza temporale, in modo che il prelievo non avesse natura strutturale. Invece la scelta effettuata con la Legge di Stabilità mi pare sia stata un’altra…

D. Prof. Di Salvatore, secondo lei Renzi dove vuole portare l’Italia in termini di politica energetica e che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

Il governo italiano pensa di poter far fronte agli impegni assunti sul piano europeo nell’ambito della governance economica attraverso il rilancio delle opere strategiche: gli ultimi tre Governi hanno scelto di percorrere questa strada ed hanno sottoposto all’Unione europea programmi nazionali di riforma, che individuano misure di questo tipo, affinché l’Unione desse il proprio assenso sulla strategia da seguire per ridurre il deficit pubblico e il debito pubblico. Ma in tutto questo anch’io mi chiedo: che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

D. L’ultima grande vittoria referendaria in Italia è stata sull’acqua pubblica, che non basta però a fermarne i tentativi di privatizzazione. Non crede che per quanto positivo potrà essere il risultato non sarà sufficiente a bloccare le multinazionali del gas e del petrolio?

Il referendum è uno degli strumenti che si hanno a disposizione per risolvere il problema, non certo l’unico strumento. Al momento, però, non vedo alternative. Resta il fatto che 60.000 persone si sono ritrovate per le strade di Lanciano lo scorso 23 maggio e hanno manifestato la propria contrarietà alla realizzazione del progetto petrolifero “Ombrina mare” e, più in generale, alla politica seguita dal Governo Renzi in materia di energia.

Eppure non ne ha parlato quasi nessuno: quelle persone sono state quasi invisibili. Dopodiché si è lanciata la proposta del referendum e i mass media ne hanno parlato a lungo. Persino il Governo si è mostrato nervoso al riguardo. Questo vuol dire che si sta andando nella giusta direzione. Di per sé è comunque un fatto politico ragguardevole, che non può essere ignorato.

D. Domenica prossima, l’8 novembre, ci sarà a Roma una grande assemblea del movimento No Triv. Qual è l’obiettivo della giornata?

L’8 novembre, presso il “Parco delle energie” al centro sociale ex Snia di Roma, si terrà una assemblea nazionale delle associazioni, dei comitati e dei movimenti che hanno voluto sostenere la proposta referendaria. L’assemblea è aperta a tutti. Coloro che parteciperanno avranno modo di discutere della campagna referendaria e di come organizzarla. Occorrerà senz’altro attendere che la Corte costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti proposti. Ma nel frattempo – nell’attesa che arrivi gennaio – occorrerà attivarsi. C’è ancora molto da fare e non si può restare con le mani in mano.

(Luca Cardin, 6 novembre 2015, in Zeroviolenza.it)

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