NO TRIV ABRUZZO: LA GIUNTA D’ALFONSO HA TRADITO IL REFERENDUM ED IL CONSIGLIO REGIONALE

DALFONSODa giorni il Coordinamento Nazionale No Triv chiede al Governo e al MISE di chiarire gli aspetti applicativi della modifica normativa introdotta dal Governo in Legge di Stabilità, che prevede il ripristino delle 12 miglia marine come limite minimo all’interno del quale non è consentito concedere permessi per ricerca ed estrazione di petrolio e gas.
Quella previsione normativa, se coerente con lo spirito referendario No Triv, nei prossimi giorni dovrebbe portare il MISE al rigetto delle istanze offshore totalmente interferenti con le aree interdette ed al preavviso di rigetto per quelle parzialmente interferenti.
Il rischio è chiaro: se i procedimenti in corso si intendessero “sospesi”, come già accaduto in passato dopo il Decreto Prestigiacomo, essi ritornerebbero a nuova vita in occasione della prossima svolta normativa pro-trivelle, ragionevolmente subito dopo il referendum costituzionale del prossimo autunno.
“Apprendiamo da L’Unità del 12 gennaio – dichiara il Prof. Enzo Di Salvatore, costituzionalista e cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – che secondo il il Presidente del Consiglio «c’è una sospensiva per le perforazioni entro le 12 miglia». Riteniamo questa fonte più autorevole di ogni altra e rivelatrice, oltre ogni dubbio, delle reali intenzioni del Governo. Il rigetto delle istanze di ricerca e delle concessioni di coltivazione entro le 12 miglia non è mai rientrato nei piani del governativi: diversamente i nostri emendamenti alla Legge di Stabilità non sarebbero stati bocciati. Così, in due mosse, il Governo impedisce che la volontà popolare possa esprimersi: prima modifica la norma e poi la lascia morire in fondo ai cassetti del MISE”.
Negli scorsi giorni il Coordinamento Nazionale No Triv ha inviato una diffida al MISE a rigettare le istanze totalmente interferenti con le aree interdette e ad emanare i preavvisi di rigetto per quelle parzialmente interferenti. Ha chiesto inoltre ai Presidenti di Regione di fare altrettanto.
“Questo è stato fatto anche per l’istanza di concessione di coltivazione Ombrina Mare -dichiara Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv e Presidente dell’Associazione Abruzzo Beni Comuni – L’11 gennaio abbiamo diffidato il Ministero a provvedere all’immediata emanazione ed alla conseguente pubblicazione sul B.U.I.G. del decreto di rigetto dell’istanza di Concessione di Coltivazione in Mare d 30 B.C-.MD.

Giudicando regolare il referendum sulle attività petrolifere in mare e rimettendolo al giudizio della Corte Costituzionale, la Cassazione ha confermato che c’è il rischio che Ombrina si farà. Chi anche in queste ore si affanna a dichiarare di ritenere raggiunto l’obiettivo referendario, arrivando a sfilarsi e perfino a schierarsi con il Governo contro 9 Regioni e contro le 200 associazioni che innescarono il percorso referendario, finge di non tenerne conto”.
Le Regioni che sostengono il Referendum No Triv infatti sono rimaste in 9. Il consigliere delegato abruzzese, Lucrezio Paolini, ha ritirato la delega al professor Stelio Mangiameli a seguito di una decisione assunta dalla Giunta Regionale all’insaputa del Consiglio Regionale e malgrado il Referendum fosse nella sola disponibilità della Corte Costituzionale.
Ieri, in tarda serata, si è poi appreso anche che la Regione Abruzzo si è costituita in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale CONTRO le altre 9 Regioni e a sostegno del Governo per chiedere che il Referendum No Triv sia dichiarato inammissibile. Il delegato regionale si è costituito in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale, a nome del Consiglio Regionale senza che il Consiglio, unico legittimato a farlo, abbia mai deliberato al riguardo.
Quindi il prossimo 19 gennaio davanti alla Corte si troveranno, da un lato, il Governo e la Regione Abruzzo e, dall’altro, le 9 Regioni.
Il Coordinamento Nazionale No Triv ritiene che non si sia semplicemente di fronte al tradimento, di per sé grave, irresponsabile e censurabile, del Referendum No Triv ma dinanzi ad un duplice atto di cui non può sfuggire la natura violenta e potenzialmente eversiva, di fronte al quale le forze sinceramente democratiche, al netto della diversità di opinioni sull’oggetto del Referendum, non possono rimanere inerti.

In un Paese normale -rincarano la dose Di Salvatore e Gagliano- le opposizioni non esiterebbero a chiedere le dimissioni immediate del Presidente D’Alfonso e della sua Giunta. L’Assemblea eletta da TUTTI gli abruzzesi è stata by passata da “pochi intimi” che hanno deciso, in perfetta solitudine, di andare nella direzione esattamente contraria a quella decisa dal Consiglio Regionale. Eppure avevamo messo in guardia tutti fin da lunedì scorso, appena saputo che la Regione Abruzzo non avrebbe sollevato il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale sulla questione del Piano delle Aree.

Come si fa ad affermare che le ragioni referendarie sono da ritenersi soddisfatte dalla Legge di Stabilità quando la Cassazione ritiene ammissibile il quesito sulle 12 miglia? quando 9 Regioni si costituiscono in giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale contro il Governo e 6 lo fanno per difendere, con il Piano delle Aree, il loro potere di decidere in quali aree non debba potersi trivellare?
“Rinunciare a salvare il Piano Aree -sottolinea Di Salvatore- significa rinunciare al quesito referendario n.2, proprio quello che avrebbe consentito alle Regioni di poter mettere becco nelle decisioni riguardanti tutto il mare territoriale ed anche quello delle 12 miglia”.
Altro che nuove modifiche normative per estendere il Mare Blu. Questo è solo fumo negli occhi!

Sulla partita referendaria il Governo e Renzi hanno giocato e continuano a giocare la loro partita, che è anche quella delle compagnie petrolifere, in vista dello scontro finale che si avrà in occasione del referendum sulla revisione costituzionale.
In questo hanno trovato un alleato prono e fedele nel Presidente della Regione Abruzzo che forse così confida di poter ottenere in cambio lo stop definitivo di Ombrina, le agognate risorse del Master Plan e, con un secondo endorsement di Renzi, una corsia preferenziale sulla Pescara-Roma.

Pescara, 16 gennaio 2016

Coordinamento Nazionale No Triv – Sezione Abruzzo

VIDEO: SERVIZIO TG3 RAI  – CONFERENZA STAMPA A PESCARA; DAL MINUTO 3.30

VIDEO: SERVIZIO RETE 8 ABRUZZO

RENZI AMMETTE : LE ISTANZE ENTRO LE 12 MIGLIA SONO SOLO SOSPESE

unitaDa giorni il Coordinamento chiede al Governo e al MISE di chiarire l’applicazione reale della modifica normativa introdotta dal Governo in Legge di Stabilità, che prevede il ripristino delle 12 miglia marine come limite minimo all’interno del quale non poter concedere permessi per ricerca ed estrazione di petrolio e gas.

Tale previsione normativa, se coerente con lo spirito referendario No Triv, dovrebbe portare il MISE al rigetto per i permessi totalmente interferenti, e al preavviso di rigetto per quelli parzialmente interferenti.

Il rischio è chiaro: se i procedimenti in corso rimanessero “sospesi” nella burocrazia ministeriale (o addirittura prorogati in attesa di tempi migliori: Ombrina mare docet, il cui permesso di ricerca è stato sospeso per un anno) tornerebbero a vivere magari alla prossima svolta normativa pro-trivelle, forse subito dopo il referendum costituzionale del prossimo autunno.

Il Coordinamento Nazionale No Triv ha inviato una diffida al MISE, e chiesto ai Presidenti di Regione di fare altrettanto per i permessi territorialmente competenti.

La certezza è la base del diritto.

“Apprendiamo dal quotidiano l’Unità di ieri” – ha affermato Domenico Sampietro del Coordinamento Nazionale No Triv – “e dalle parole dello stesso premier Renzi, che il blocco dei procedimenti in corso entro le acque territoriali è da intendersi come una “sospensiva” voluta dallo stesso governo” di tutti i procedimenti amministrativi per il rilascio di titoli abilitativi entro le 12 miglia dalla coste italiane”. E conclude – “Questo è il segno che il rigetto non avverrà mai o, quantomeno, non sarebbe contemplato”.

Così, in due mosse, denunciano i No Triv, il Governo evita che la volontà popolare possa esprimersi: prima modifica la norma, poi la fa affogare tra le carte del Ministero.

Le Regioni referendarie possono rimanere impassibili?

IL GOVERNO NON RIESCE AD EVITARE IL REFEREMDUM NO TRIV SUL MARE. ORA, SUI DUE QUESITI RIMASTI INSODDISFATTI, SI PROMUOVA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINNANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE

platMatteo Renzi non riesce a evitare il referendum sul petrolio. Almeno il quesito sulle estrazioni in mare ha motivo di svolgersi. Lo stabilisce l’ordinanza che la Cassazione ha adottato oggi (ieri ndr) alla luce delle modifiche volute dal Governo e approvate dal Parlamento nella legge di stabilità prima della pausa natalizia.

“È un ulteriore passo in avanti”, dichiara Enzo Di Salvatore, costituzionalista del fronte contrario alle trivelle. ” E questo prova che i dubbi che il Coordinamento Nazionale No Triv nutriva sulle reali intenzioni del Governo sul mare fossero fondati”.

E ora parte la battaglia anche sui quesiti referendari di fatto respinti dalla Cassazione. L’obiettivo finale è ottenere che la Corte Costituzionale, chiamata dire l’ultima parola sui referendum la settimana prossima, bocci le modifiche apportate dal Parlamento sulle norme in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Per fare questo, però, occorre che le Regioni sollevino un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Insomma, la questione non è affatto chiusa, nonostante tutti gli sforzi del governo per modificare la normativa in modo da evitare il braccio di ferro referendario […] La Cassazione aveva dinanzi a sé due strade: chiudere la stagione referendaria oppure trasferire il referendum sulla nuova normativa varata con la legge di stabilità. In risposta, la suprema corte – che prima delle modifiche parlamentari aveva ammesso tutti i sei quesiti – ha confermato il suo ok sulla richiesta di referendum sulle estrazioni in mare, bocciando tutte le altre. Una questione che riguarda non solo’Ombrina mare’, attività di ricerca e trivellazioni al largo dell’Abruzzo sospesa dal governo solo per un anno e comunque fino al rilascio della concessione ancora mancante. “Un bluff”, sottolineano dal comitato ‘No triv’. Il referendum sulle trivellazioni in mare, anche entro le 12 miglia dalla costa, riguarda anche altri progetti al largo dell’Emilia Romagna, nel golfo di Taranto, in Sicilia. Dunque un casus belli non da poco.

Ma sugli altri quesiti bocciati il comitato ‘No triv’ non si dà per vinto. “La decisione della Cassazione sulle proroghe dei titoli già concessi e sulla questione del piano estrazioni ci lascia insoddisfatti”, spiega Di Salvatore all’Huffington Post. Su questi due temi “l’idea è di sollevare un conflitto di attribuzione – continua – per trascinare in giudizio il Parlamento perché le modifiche apportate al decreto Sblocca Italia (che decide sulle estrazioni, ndr.) attraverso la legge di stabilità restano elusive. E su questo si può pronunciare la Corte Costituzionale: se la Corte le annulla rivivono le norme sulle proroghe e sul piano e dunque si può andare a referendum anche su questo, visto che la Cassazione aveva già dato il suo ok a fine novembre”.
La prossima settimana sarà la Corte Costituzionale a decidere.

ARTICOLO ORIGINALE DI ANGELA MAURO, PER HUFFINGTON POST ITALIA: LA CASSAZIONE BOCCIA RENZI, AMMESSO IL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI IN MARE


 

ALCUNE PRECISAZIONI SUL REFERENDUM NO TRIV DOPO LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE – FACCIAMO CHIAREZZA : Una nota di Enzo Di Salvatore

I quesiti referendari erano SEI:

TRE QUESITI sono stati soddisfatti con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità 2016: il Parlamento ha accettato di modificare le norme sulla strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere. Questo costituisce un innegabile successo, in quanto la dichiarazione di strategicità delle opere avrebbe comportato il dimezzamento dei termini processuali nei ricorsi e una disciplina poco garantista per gli enti territoriali circa la loro partecipazione ai lavori della conferenza di servizi. Cancellata è anche l’assurda previsione del “vincolo preordinato all’esproprio” già a partire dalla fase della ricerca degli idrocarburi: con ciò il diritto di proprietà del privato è salvo. Il Parlamento ha inoltre accettato di cancellare quelle norme che consentivano al Governo di sostituirsi alle Regioni in caso di mancato accordo sui progetti petroliferi e sulle infrastrutture necessarie alla realizzazione di tali progetti: oggi non è più possibile arrivare ad una decisione sui progetti petroliferi se non aprendo una trattativa con le Regioni.
UN QUESITO è stato riammesso dalla Cassazione: si tratta del quesito sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le 12 miglia. Il Parlamento ha accettato di modificare la norma del codice dell’ambiente, che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, prevedendo, però, che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza e senza chiarire che i procedimenti in corso dovessero ritenersi definitivamente chiusi e non solo sospesi. La Cassazione ammette che la modifica del Parlamento non soddisfa la richiesta referendaria, in quanto non corrisponde alle reali intenzioni dei promotori del referendum. Aver riammesso il quesito comporterà che, in caso di esito positivo del referendum, occorrerà rispettare la volontà dei cittadini, e cioè: 1) dall’abrogazione referendaria deriverà un vincolo per il legislatore che non potrà rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia; 2) dall’abrogazione referendaria deriverà l’obbligo per la pubblica amministrazione (il ministero dello sviluppo economico) di chiudere definitivamente i procedimenti in corso, finalizzati al rilascio dei permessi e delle concessioni.
DUE QUESITI restano ancora insoddisfatti e rispetto ad essi c’è ancora spazio per promuovere un ricorso davanti alla Corte costituzionale: si tratta del quesito relativo alla durata dei permessi e delle concessioni e del quesito sul “piano delle aree”.

In relazione alla durata dei titoli: la Cassazione ha dichiarato che non si debba più procedere a referendum. Ma questa decisione nasce da una errata interpretazione delle norme. La Cassazione, infatti, non spiega perché mai la proroga della durata dei permessi e delle concessioni costituisca un problema per la ricerca e le estrazioni in mare (e che quindi si debba andare a referendum), mentre non costituisce un problema per la ricerca e le estrazioni in terraferma (e che quindi non si debba andare a referendum). La decisione è contraddittoria e non pone rimedio all’elusione della proposta referendaria. Per quanto riguarda il piano delle aree, la decisione della Cassazione non poteva, forse, essere diversa: i promotori del referendum davano per scontato che il “piano delle aree” fosse cosa buona e giusta perché dal 1927 ad oggi il rilascio dei permessi e delle concessioni è sempre avvenuto in modo – per così dire – “selvaggio”, e cioè senza una pianificazione. In Italia si può cercare ed estrarre praticamente ovunque, senza che si tenga conto del fatto che esistono aree interessate da agricoltura di pregio, aree di interesse naturalistico, aree fortemente antropizzate, e così via. Il piano avrebbe dovuto stabilire dove fosse possibile (e dove no) cercare ed estrarre. Lo Sblocca Italia prevedeva, tuttavia, che il piano dovesse essere elaborato dal ministero dello sviluppo economico con la partecipazione fittizia degli enti locali e delle regioni e che, in attesa dell’elaborazione del piano, fosse possibile rilasciare permessi e concessioni. La proposta referendaria mirava: 1) a cancellare la partecipazione fittizia delle regioni e degli enti locali alla elaborazione del piano; 2) a vietare il rilascio di nuovi permessi e di nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato il piano. Ebbene, il Parlamento ha soppresso la norma che prevedeva il piano e, in questo modo, è caduto anche il quesito referendario: non c’è più l’oggetto sul quale far votare i cittadini.

Per questa ragione è assolutamente urgente recuperare il quesito sul piano delle aree. E per farlo occorre che I DELEGATI DELLE REGIONI CHE HANNO PROMOSSO IL REFERENDUM PROMUOVANO ORA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE NEI CONFRONTI DEL PARLAMENTO.
Se la Corte ammetterà il conflitto e deciderà che vi è stata effettivamente elusione dei quesiti sulla durata dei titoli e sul piano, la sua decisione sarà in condizione di annullare le modifiche del Parlamento su questi due punti. Ciò vuol dire che rivivranno le norme sulle quali era stato proposto il referendum e, a quel punto, il referendum si potrà celebrare su TRE QUESITI: IL MARE, LA DURATA DEI PERMESSI E DELLE CONCESSIONI E IL PIANO DELLE AREE.

IL GOVERNO FA BENE A TEMERE IL REFERENDUM, MA SI GUARDI BENE DAL TOCCARLO

avatar_giulemaniIl dado è quasi tratto. Una volta che la Corte Costituzionale si sarà pronunciata sulla sua ammissibilità, il referendum diverrà realtà. Dopo i sei “sì” della Corte di Cassazione, Renzi e il Governo temono che il fronte delle 200 associazioni, che ha spinto ben 10 Assemblee elettive regionali a chiedere il referendum, abbia ora la forza necessaria per raggiungere il quorum previsto dalla legge e la capacità di far esplodere lo scontro istituzionale tra Stato e Regioni, mettendo Renzi in minoranza.

Attendiamo fiduciosi il 13 gennaio, confidando nel giudizio positivo della Consulta, con l’attenzione rivolta alla nomina dei tre nuovi “togati”; nomine che, per ovvie ragioni sono, più che mai adesso, fonte di ansia per il Governo.

Sarà la Corte, infatti, nella sua composizione “rinnovata” a doversi esprimere su tutta una serie di questioni dolenti e decisive per le sorti del Paese: Italicum, Riforma del Lavoro, Cattiva Scuola, Sblocca Italia, ecc..

Il referendum no triv è riuscito in una missione considerata finora impossibile: fare da collante tra forze eterogenee ma accomunate da una diversa idea della politica e del Paese, persone diverse tra loro ma tutte colpite da politiche che in pochi mesi hanno inferto un duro colpo ai pilastri del welfare e della sicurezza sociale.
Mai così debole nei sondaggi, Renzi teme che venga messa in discussione non solo la Strategia Energetica Nazionale quanto la sua stessa leadership e per questo è disposto a passar sopra a ben otto Governatori espressione del suo stesso partito, ben sapendo che Emiliano e gli altri Presidenti di regione dovranno confrontarsi, nei rispettivi territori, con un’opinione pubblica e con un elettorato diffusamente no triv, a differenza del Presidente del Consiglio che potrà invece starsene rinchiuso, al sicuro, nella torre d’avorio di Palazzo Chigi, ben guardandosi da insidiose trasferte in terra non amica (forfait alla Fiera del Levante docet).

Dopo il “Sì” della Cassazione, il Governo è intenzionato a correre ai ripari, tentando di modificare in extremis le norme oggetto dei quesiti referendari, lasciando tuttavia inalterato l’impianto dell’art. 38 dello Sblocca Italia. A questo stanno già lavorando alacremente i tecnici del Ministero dell’Ambiente e del Mise, allertati dai rispettivi ministri, Galletti e Guidi, gli stessi che nei fatti disapplicarono il Decreto Prestigiacomo per le trivellazioni in mare.

Il Governo pare aver imboccato la scorciatoia della mediazione al ribasso, del decreto natalizio, di poca sostanza e di facciata. Ove ciò dovesse portare all’adozione di un atto normativo strumentale, sarebbe l’ennesimo scandalo, l’ennesimo atto che macchia la fedina democratica, tutto fuorché immacolata, del Governo.

Eludere il referendum sarebbe un atto eversivo, violento e di grave irresponsabilità politica: impedire proditoriamente ai cittadini di esprimersi attraverso il voto alimenterebbe l’attuale clima di generalizzata sfiducia nelle istituzioni, invelenirebbe ulteriormente il clima sociale e politico.

Alle provocazioni del Governo il movimento no triv risponderà rilanciando uno, dieci, cento referendum e riempiendo, assieme ad altri soggetti ed organizzazioni del mondo del lavoro, della scuola, del volontariato, dei senza diritto e dei diseredati, ecc., le piazze di tutta Italia.

In ultimo, schivare il referendum con un decreto-truffa non sarà cosa affatto semplice. Sul punto la giurisprudenza della Corte è stata finora molto chiara: a mo’ di missile intelligente, i quesiti referendari continueranno ad inseguire le nuove norme a meno che le stesse – cosa alquanto improbabile – non vadano a produrre i medesimi effetti dell’abrogazione tout court.

Se queste sono le premesse, Palazzo Chigi ha messo in preventivo un possibile innalzamento del livello di conflittualità sociale, in un Paese già provato dalla crisi, con tutto ciò che potrebbe conseguirne? Il mondo dell’associazionismo ha scelto da sempre la pratica del confronto, puntando a consolidare il rapporto tra le istituzioni e i cittadini ma, evidentemente, questo obiettivo non è nelle corde dell’Esecutivo.

Il movimento no triv non si lascerà intimidire e rilancerà con fermezza, responsabilità e determinazione la sfida referendaria contro coloro che vogliono devastare e saccheggiare il Paese, privare i cittadini del diritto di voto – perché di questo si tratta – ed imporre al contempo un regime intrinsecamente autoritario e liberticida.
Continuerà a servire la Repubblica, offesa, ferita e vilipesa da una classe politica e dirigente irresponsabile, mediocre, inadeguata e spesso priva di ogni competenza, come dimostrano le dichiarazioni di un Ministro che ignora il significato di transizione energetica, che teme di dover rottamare la propria auto in caso di vittoria del “Sì” al referendum e che dimentica di essere Ministro dell’Ambiente di una nazione che vive il paradosso di essere al contempo prima al mondo per biodiversità con le sue 7.000 differenti specie vegetali, 58.000 specie animali, con i suoi 140 diversi tipi di grano e 1.800 vigneti spontanei -in mezzo ai quali lo Sblocca Italia prevede che chiunque possa tranquillamente trivellare- e di essere al contempo il Paese in cui le attività impattanti sull’ambiente scaricano costi sui bilanci di imprese e famiglie per oltre 48 miliardi di euro l’anno, pari a più del 3% del P.I.L..

Sappia il Ministro Galletti che il referendum punta a perseguire l’obiettivo del divieto di nuove attività legate a gas e petrolio nelle acque territoriali e di una moratoria nel rilascio di nuovi permessi, nelle acque internazionali e su terra ferma, in attesa che si definisca una normativa più restrittiva a livello sia nazionale sia internazionale anche per evitare che nel Mediterraneo ed in ogni angolo del Pianeta si ripetano incidenti simili a quello che venerdì scorso ha provocato 32 vittime su una piattaforma petrolifera nel Mar Caspio o che nel 1988 causò la morte di 167 persone nel Mare del Nord.

Guardando poi al medio periodo nell’ottica della transizione e della decarbonizzazione, tra quindici anni saremo in grado di sfruttare al meglio il potenziale di tecnologie “pulite” che già oggi sono disponibili.

Il referendum di primavera è una grande conquista democratica e il Governo non può disporne. Dovesse farlo, il movimento no triv continuerà a lavorare, come e più di prima, con tutte le forze che hanno come obiettivo difendere la democrazia, il lavoro e la libertà nel nostro Paese.

Renzi fa bene a temere il referendum ma si guardi bene dal toccarlo; a difenderlo ci saranno i cittadini attivi e responsabili di questo Paese, sempre più numerosi e sempre più decisi a difendere i diritti e la democrazia.

Roma, 6 dicembre 2015
Coordinamento Nazionale No Triv

RENZI – TRIVELLE IN MARE: GOVERNATORI “BELLI CIAO”

“Che la manifestazione del 15 luglio a Policoro fosse una passeggiata mediatica ne eravamo più che convinti, infatti, di atti concreti diretti verso il governo non ce ne sono stati nell’arco di circa 30 giorni. Dopo il primo incontro con il Mise ispirato al dialogo e alla collaborazione con il governo dov’è finito il secondo incontro con il governo Renzi sull’annosa questione delle trivellazioni in mare?

Intanto il governo Renzi ai governatori delle regioni Adriatiche e Joniche una prima risposta gliela già data proprio sulle trivellazioni in mare sotto le 12 miglia (le più impattanti), con il decreto VIA del ministero dell’Ambiente e dei Beni Culturali del 07 /08/2015 per la compatibilità ambientale sul progetto di concessione di coltivazione del progetto Ombrina Mare in Abruzzo.
http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/306/352?Testo=&RaggruppamentoID=23

Qual è la risposta dei governatori alla presa di posizione di Renzi? Nulla da dire ? Dove sono le azioni di contrasto al governo sulle trivelle in mare oltre ai ricorsi al tar che fanno anche i comuni e le associazioni ? La collaborazione cercata dai governatori di Basilicata ,Puglia e Calabria è a senso unico ? Mentre Renzi continua ad autorizzare le perforazioni in mare ? Continuiamo a intonare ancora Bella Ciao ? Che fine ha fatto poi il famoso referendum sull’art. 35 del decreto Sviluppo del governo Monti (quello sullo Sblocca Italia è un altro referendum) ? Cosa aspettano le 5 regioni ? in particolare la Basilicata dove si sta facendo melina in consiglio regionale su un argomento così delicato per chiedere il referendum ?

Il motivo per cui il Coordinamento Nazionale No Triv si è rivolto alle regioni, è molto semplice, le regioni lo possono chiedere entro il 30 settembre senza che si raccolgano le famose 500.000 firme. Si presume pertanto di andare a votare già nella primavera 2016. L’abrogazione della norma bloccherebbe circa 50 progetti di estrazione petrolifera sotto le 12 miglia marine dal canale di Sicilia, al mar Jonio e al mar Adriatico (scusate se è poco ).

La norma che si propone di abrogare consente la prosecuzione degli iter autorizzatori di 50 progetti per l’estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marine, che valgono metà delle riserve certe di idrocarburi intrappolate in fondo ai nostri mari (soprattutto Canale di Sicilia, Mar Jonio e Mare Adriatico).

La norma che si propone di abrogare consente la prosecuzione degli iter autorizzatori di 50 progetti per l’estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marine, che valgono metà delle riserve certe di idrocarburi intrappolate in fondo ai nostri mari (soprattutto Canale di Sicilia, Mar Jonio e Mare Adriatico).

Le famose 500.000 firme invece saranno raccolte pe il referendum contro gli art 35 e 38 legiferati, dallo Sblocca Italia e proposto dal movimento Possibile, per poi votare si presume nella primavera 2017, in attesa che la corte costituzionale si pronunci sui ricorsi delle regioni contro lo stesso decreto Sblocca Italia. In tutto questo tempo trascorso Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia twitta: il referendum sulle trivellazioni apre a uno scontro con il Governo Renzi «assai dannoso per tutti».

Ma cosa c’entra il governo Renzi se il decreto sviluppo l’ha legiferato Monti? Noi aggiungiamo che comunque questo è un problema serio che riguarda il futuro dei mari e delle economie delle regioni meridionali e che le beghe del Pd ci possono interessare meno del nulla. Mentre Renzi manda un messaggio chiaro ai governatori meridionali con il decreto Ombrina , i governatori meridionali prima che Renzi gli dica definitivamente belli ciao, cosa fanno? E’ bene ricordare a Renzi che il sud non può e non deve subire una legge e gli interessi delle lobby petrolifere.

Il sud è stanco di essere sfruttato e che ce la fa da solo se non gli si distrugge il territorio.

I cittadini si aspettano che agli annunci fatti sulle trivelle in mare soprattutto dal governatore della Basilicata abbiano seguito nei fatti, diversamente se non si ha il coraggio di certe scelte, non gli facciamo una colpa,il governatore lucano lasci l’incarico a qualche altro cittadino più coraggioso”.

Articolo di “No Scorie Trisaia”, in Olambientalista.it, 17.08.2015

REFERENDUM 2016 CONTRO LE TRIVELLE IN MARE. IL PD PREFERIREBBE EVITARLO. E IL MOVIMENTO 5 STELLE?

Il 6 luglio 2015 il Coordinamento Nazionale No Triv e l’Associazione A Sud hanno chiesto a tutte le Assemblee regionali di deliberare la richiesta di referendum, da tenere nella primavera del 2016, per l’abrogazione dell’art. 35, comma 1, del Decreto Sviluppo.
La norma che si intende abrogare consente la prosecuzione degli iter autorizzatori di 50 progetti per l’estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marine.
Il “piatto” vale metà delle riserve certe di idrocarburi intrappolate in fondo ai nostri mari (soprattutto Canale di Sicilia, Mar Jonio e Mare Adriatico).

Dopo essersi incontrate il 24 luglio a Termoli ed aver concordato un elenco di cose da chiedere al Governo, cinque giorni dopo le Regioni sono state ricevute a Roma dal Sottosegretario Vicari che, come da impegno assunto, avrebbe dovuto riconvocare un nuovo tavolo nel giro di una settimana per dare notizia delle decisioni del Governo in merito alle richieste avanzate dalle Regioni (tra queste, quella di una moratoria).

Al termine dell’incontro del 29 luglio, il Presidente Emiliano precisò che in mancanza di chiarezza o, comunque, in assenza di un’intesa, il Consiglio Regionale della Puglia avrebbe potuto avviare, come previsto dalla Costituzione, la procedura del referendum contro le norme che consentono le trivellazioni [Cfr. http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&opz=display&id=19178].

Fatto sta che la seconda riunione tra MISE e Regioni non ha avuto luogo e che di una sua convocazione non si è avuta neppure notizia.

Il 16 agosto, dopo aver firmato ed aver invitato a firmare per i referendum di “Possibile”, sempre Emiliano twittava che “referendum chiesto da Regioni apre scontro istituzionale con Governo assai dannoso per tutti”. Per il Pd, forse !?!
Nessun segnale, invece, dalle Regioni a guida centro-destra.

Alle dichiarazioni rutilanti di inizio luglio del Presidente veneto Zaia – “Abbiamo già detto no in modo netto alle trivellazioni in Adriatico e continuiamo a ribadire con fermezza la convinta contrarietà del Veneto all’uso delle perforatrici nel nostro mare”- non ha fatto seguito alcun atto concreto da parte delle forze politiche presenti in Consiglio Regionale. “Non pervenuti” Maroni e Toti, rispettivamente in Lombardia e in Liguria.

Tra l’incontro al MISE del 29 luglio ed i tweet di Emiliano si collocano cronologicamente le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Renzi e del Sottosegretario Vicari secondo cui lo Sblocca Italia non è responsabile di alcuna autorizzazione a trivellare e che “confondere scientemente le attività di ricerca con le attività estrattive significa prestare il fianco alla demagogia”.
Il quadro non sarebbe completo se non si ricordasse che pochi giorni dopo, per l’esattezza l’11 agosto, è saltato per mancanza del numero legale la seduta del Consiglio regionale dell’Abruzzo che avrebbe dovuto approvare una mozione urgente presentata dal consigliere Mario Mazzocca, che avrebbe impegnato l’assise a discutere del quesito referendario per l’abrogazione dell’art. 35 del Decreto Sviluppo. Nella migliore delle ipotesi se ne ridiscuterà il 2 settembre.

Il 18 settembre, invece, le Regioni Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise ed Abruzzo si dovrebbero incontrare nuovamente a Bari. Il 30 settembre scadrà invece il termine entro cui sarà possibile depositare la richiesta di referendum abrogativo.

Pd bifronte. Centro-destra assente. E il Movimento Cinque Stelle?
Il deputato Mirko Busto, i portavoce eurodeputati Piernicola Pedicini, Rosa D’Amato e Laura Ferrara, i consiglieri regionali della Puglia (Antonella Laricchia, Viviana Guarini, Mario Conca, Cristian Casili, Marco Galante, Grazia Di Bari, Gianluca Bozzetti e Rosa Barone) ed i consiglieri regionali della Basilicata (Gianni Leggieri in testa, con aggiunta di referendum su Sblocca Italia) si sono dichiarati favorevoli alla proposta del Coordinamento Nazionale No Triv (referendum nel 2016 su Decreto Sviluppo).
In Abruzzo il consigliere Sara Marcozzi ha rivendicato la primogenitura dell’opzione referendaria anti-trivelle smentendo sia l’Assessore Regionale Mazzocca sia l’ex Consigliere di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, che erano intervenuti in verità sull’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo [Cfr. http://www.movimento5stelleabruzzo.it/blog/m5s-smentisce-dalfonso-mazzocca-e-acerbo-mostrando-le-carte/]
A favore del referendum 2016 sul Decreto Sviluppo si era espresso in un carteggio intercorso con il Coordinamento Nazionale No Triv anche il gruppo consiliare M5S della Regione Marche, pronto a depositare proposta di delibera già redatta con la consulenza del Prof. Enzo Di Salvatore.
Tutto questo fino alla data del 23 luglio che segna un punto di svolta nel posizionamento tattico del Movimento.
Dal Report di un incontro svoltosi il 23 luglio presso il Gruppo parlamentare del M5S, tra una delegazione parlamentare del Movimento di Grillo ed una serie di associazioni e sindacati che si occupano della scuola, si apprende infatti che:

… Il tema dell’incontro era l’iniziativa per proseguire la mobilitazione contro la “Buona Scuola” di Renzi, con particolare riferimento al tema di un possibile appuntamento referendario ma non solo … Da parte del M5S , anche se con qualche differenziazione, si è voluto ribadire che l’incontro aveva il carattere di uno scambio di informazioni propedeutico a un confronto all’interno del Gruppo parlamentare …
… Per quanto riguarda alcuni referendum, tra cui quello sull’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo, la delegazione del M5S ha affermato l'”impraticabilità politica” della promozione di referendum attraverso la richiesta di 5 Consigli regionali e “la necessità che a settembre si parta tutti insieme perché ci vuole una condivisione ampia e una forte partecipazione dal basso”.

Sui temi No Triv il Movimento 5 stelle preferisce guardare “lontano” (?) fuori dai confini nazionali e fuori dal tempo odierno. Se in termini spaziali non ha fatto mancare la propria opposizione al piani petroliferi croati ed in difesa del Mare Adriatico minacciato dalle future attività estrattive nelle acque slave [cfr.http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/2015/02/trivelle-in-adriatico-ecco-la-nostra-lettera-alla-croazia-aiutaci-a-diffonderla.html], in termini temporali la prospettiva gradita alla leadership del Movimento Cinque Stelle non è quella del referendum anti-trivelle nella primavera del 2016 – con molta probabilità concomitante con il referendum confermativo sulle riforme costituzionali fortemente voluto da Renzi (“Riforme: dopo 4 voti in parlamento, faremo referendum. Perché le opposizioni urlano? Di cosa hanno paura? Del voto degli italiani? #noalibi”) – bensì quella di una stagione referendaria permanente, comprendente anche altri temi (Job Acts, Buona Scuola, Sblocca Italia, ecc.) che porti i cittadini alle urne nella primavera 2017.

Con un grande incognita tuttavia: non potendo essere depositata richiesta di referendum nell’anno che precede le elezioni politiche e nei sei mesi successivi alle elezioni.
Alla luce dei fatti verificatisi negli ultimi giorni, quel 23 luglio appare già molto distante. La delegazione pentastellata esprimerebbe oggi quella stessa posizione, assumendo sul Movimento la responsabilità di assecondare la tattica attendista e bifronte del Partito Democratico ed il rischio certo di arrivare al 2017 con le “pive nel sacco”?

Oggi più di ieri occorre invece una iniziativa produttiva di risultati non solo in termini di “piazza” ma soprattutto normativi; un segnale inequivocabile di discontinuità che interrompa la sequela di atti normativi antidemocratici piovutaci addosso dalla vittoria del Referendum sull’Acqua Pubblica in poi.
V’è necessità di restituire ai cittadini ed a i territori il potere di decidere del loro destino, senza ed oltre ogni filtro dettato da tatticismi legati alla disputa per il governo del Paese.
Cinque Stelle chiederà la convocazione di sedute di Consigli Regionali straordinari prima di settembre? Presenterà e voterà, come richiesto, a favore della richiesta di referendum per l’abrogazione dell’art. 35, comma 1, del Decreto Sviluppo o lascerà che da qui a breve vadano in porto 50 richieste di titoli concessori, così facendo un insperato regalo al Governo Renzi ed alle lobbies del petrolio?