DIAMO FORZA ALLA LOTTA ED ALLE PROPOSTE NO TRIV. ADERISCI E PARTECIPA !!!

bannerwordpressAl termine dell’Assemblea svoltasi a Viggiano il 9 e 10 luglio scorso, si è stabilito costituire formalmente l’Associazione “Coordinamento Nazionale No Triv”, dotandola di uno Statuto in cui sono indicati i principi fondanti e non negoziabili dell’Associazione.

Lo Statuto vigente è, tranne che per la parte relativa ai principi, uno “Statuto” “ponte” o “di scopo”: accompagnerà il Coordinamento per tutta la durata della campagna per il Referendum sulla deforma della Costituzione e fino alla costituzione in giudizio presso il TAR Lazio per l’annullamento di 60 concessioni per estrazione di gas e petrolio, prive di titolo o con titolo inidoneo, che il Mise continua invece a considerare vigenti.
Superata tale fase, si procederà alla convocazione di un’Assemblea Costituente cui prenderanno parte i soggetti che nel frattempo avranno aderito al Coordinamento Nazionale No Triv, ai quali, riuniti in Assemblea, lo Statuto conferisce piena sovranità e, quindi, il potere di emendare lo Statuto stesso.
Nel rispetto, dunque, di quanto deciso a Viggiano, mettiamo a disposizione di attivisti, sostenitori e simpatizzanti No Triv il testo dello Statuto “di scopo”, dando così inizio alla campagna di adesione al Coordinamento.

Per avanzare richiesta di adesione è necessario compilare, firmare e restituire il modulo allegato all’indirizzo info@notriv.com

La quota associativa pro-capite di € 20,00 verrà versata soltanto dopo che la richiesta sarà stata accolta.
I fondi raccolti verranno utilizzati per attuare l’Agenda definita ed approvata a Viggiano il 9 e 10 luglio 2016; in particolare:
1. ottenere mediante ricorso al TAR Lazio l’annullamento di 60 concessioni prive di titolo autorizzativo o con titolo inidoneo;
2. consentire la partecipazione del Coordinamento alla campagna per il Referendum sulla revisione della Costituzione per sostenere il fronte del NO;
3. sostenere una moratoria delle attività estrattive, sia in mare sia in terraferma, in vista dell’approvazione di una disciplina organica delle attività di prospezione, ricerca, estrazione e stoccaggio degli idrocarburi;
4. supportare le attività di studio e ricerca del Coordinamento Nazionale No Triv;
5. finanziare ogni ulteriore azione legale che il Coordinamento riterrà opportuno promuovere per la difesa dei beni comuni e per sostenere le iniziative giudiziarie di singoli cittadini o comitati.
Per le ragioni fin qui esposte -e non solo- Vi invitiamo a sostenere le attività del Coordinamento, a favorirne il radicamento in tutta la Penisola, aderendo all’Associazione e, soprattutto, partecipando alle scelte con idee e proposte, in forma individuale o associata.
Aderite numerosi! Partecipate e fate partecipare!

Coordinamento Nazionale No Triv


DOWNLOAD: CAMPAGNA ISCRIZIONI NO TRIV

DOWNLOAD: STATUTO COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV

DOWNLOAD: MODULO DI ADESIONE AL COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV 

IL REFERENDUM NO TRIV SI FARA’ !!!

REFERENDUMLa Corte Costituzionale dà ragione ai movimenti ed alle Regioni referendarie e ammette il quesito sul mare. Con il conflitto di attribuzione è possibile il recupero anche degli altri due quesiti.
Apprendiamo con grande soddisfazione che la Corte Costituzionale ha ammesso il quesito referendario sul mare, così come riformulato dalla Corte di Cassazione. I cittadini saranno chiamati a esprimersi per evitare che i permessi già accordati entro le 12 miglia possano proseguire anche oltre la scadenza, per tutta la “durata della vita utile del giacimento”. Rimane fermo il limite delle 12 miglia marine, all’interno delle quali non sarà più possibile accordare permessi di ricerca o sfruttamento.
La sentenza della Corte Costituzionale dimostra come le modifiche alla normativa apportate dal Governo in sede di Legge di Stabilità non soddisfacevano i quesiti referendari e, anzi, rappresentavano sostanzialmente un tentativo di elusione.
Tre dei sei quesiti depositati da 10 regioni il 30 settembre 2015 sono stati recepiti dalla Legge di Stabilità, il quarto viene ora ammesso dalla Consulta, mentre sugli ultimi due quesiti è stato promosso da sei Regioni un conflitto di attribuzione nei confronti del Parlamento. I due quesiti riguardano la durata dei permessi e il Piano delle Aree, abilmente abrogato dal Governo nella Legge di Stabilità. Il Piano obbliga lo Stato e i territori a definire quali siano le aree in cui è possibile avviare dei progetti di trivellazione. Si tratta di uno strumento di concertazione stato-regioni che risulta essere fondamentale soprattutto in vista del referendum confermativo delle riforme costituzionali che, con la riforma del titolo V, accentrano il potere in materia energetica nelle mani dello Stato.

Roma, 19 gennaio 2016

Coordinamento nazionale No Triv

MINARE IL REFERENDUM E RILANCIARE L’ATTIVITA’ PETROLIFERA (FOCUS SUL PIANO DELLE AREE)

CON LA LEGGE DI STABILITA’ 2016 IL GOVERNO HA ELIMINATO IL “PIANO DELLE AREE”: ECCO COME E’ ANDATA E PERCHE’

stabavatA fine 2014 il Governo inseriva nello Sblocca Italia, mediante una specifica disposizione contenuta nella Legge di Stabilità 2015, la previsione di uno strumento di programmazione e razionalizzazione delle aree da destinare alle attività “petrolifere”, rispondente alla necessità di armonizzare le scelte riguardanti nuovi progetti Oil&Gas con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che interessano i singoli contesti regionali.
Non bisogna dimenticare, infatti, che in una delle prime bozze dello Sblocca Italia, seguendo una logica avulsa da qualsiasi disegno programmatico, il Governo aveva previsto che potessero essere aperte alle attività estrattive persino il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno e l’area marina delle Isole Egadi.
Nelle intenzioni dei proponenti il varo di un Piano delle Aree avrebbe dovuto costituire un argine, seppur debole, a quegli imprevedibili cambi di rotta da parte del Governo di turno.

Questo era il comma 554, dell’Art. 1, inserito nella Legge 190/2014 (Legge di Stabilità 2015, in vigore dal 1 gennaio 2015):
554. All’articolo 38 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, il comma 1-bis e’ sostituito dal seguente: «1-bis. Il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, predispone un Piano delle Aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano, per le attività sulla terraferma, è adottato previa intesa con la Conferenza Unificata. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione».

L’articolo 1, comma 554, inserito nel corso del passaggio in Senato, richiedeva l’Intesa delle Regioni interessate nella definizione – da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, sentito il Ministero dell’Ambiente – di un Piano delle Aree in cui consentire le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale.
In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, peraltro, gli atti sarebbero stati rimessi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi sarebbero stati rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione.

Dopo le opportune valutazioni “necessarie” dello Stato, anche rispetto alla generalità dei giusti vincoli incidenti sulla sua elaborazione, il Piano avrebbe ridotto lo spazio nazionale destinato all’Oil & Gas, razionalizzando le aree destinate allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi sia in terraferma che in mare. Pertanto all’approvazione del Piano sarebbe stata subordinata la possibilità di richiedere i nuovi titoli concessori unici introdotti con lo Sblocca Italia.

Nel novembre del 2015, a circa un anno di distanza dalla conversine in legge dello Sblocca Italia, dopo il positivo pronunciamento della Corte Cassazione sui 6 quesiti depositati, entra nel vino l’azione referendaria No Triv.

Il Governo è costretto ad intervenire in anticipo per scongiurare la consultazione popolare e, con essa, gli effetti politici e normativi di una sconfitta del fronte governativo/petrolifero. Secondo l’Esecutivo il referendum e, con esso, il Piano delle Aree, andava sabotato!

E così il 13 dicembre 2015 negli emendamenti alla Legge di Stabilità 2016 vengono inserite “alla lettera” le abrogazioni proposte col referendum No Triv ma con integrazioni ed abrogazioni -non richieste- di alcune disposizioni oggetto di prossimo referendum. A meno di 30 giorni dall’inizio dell’esame dei quesiti da parte della Corte Costituzionale, il Governo interviene a gamba tesa sull’oggetto del contendere, apre la strada a rischiose ambiguità normative e, “soprattutto”, svincola le istanze delle multinazionali dai limiti della pianificazione che avrebbe dovuto essere messa a punto con il Piano delle Aree.
Negli emendamenti del Governo, presentati domenica 13 dicembre 2015 alla Camera-Commissione Bilancio, sottoposti poi al Senato “senza voto di fiducia” prima del passaggio “blindato” alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva della Legge di Stabilità 2016, il comma 1 bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia scompare definitivamente e, con esso, il “Piano delle Aree”.

L’intervento del Governo è inaccettabile: il Coordinamento Nazionale No Triv mette a disposizione del Parlamento il testo di sub-emendamenti correttivi per far sì che gli obiettivi del referendum vengano rispettati integralmente e non stravolti dalle disposizioni inserite in Legge di Stabilità.

Il 19 dicembre 2015 si votano alla Camera gli ultimi due emendamenti correttivi No Triv presentati e sostenuti da parte dei parlamentari presenti. Pur richiedendo ed ottenendo la votazione per parti separate, in modo da evitare mancate convergenze dell’aula e da “costringere” i parlamentari a prendere posizione su ogni singolo punto, la Camera respinge: su 440 votanti, 347 deputati si esprimono contrariamente al mantenimento della previsione del “Piano delle Aree”, sostenendo così l’emendamento governativo e l’abrogazione integrale del comma 1-bis/art. 38 dello Sblocca Italia.

Questo l’emendamento No Triv – sottoposto ai deputati e bocciato dal voto in Aula – per il mantenimento del Piano delle Aree, con tanto di previsione di compartecipazione Stato/Regioni alla sua redazione:
«1-bis. La Conferenza Stato Regioni, su proposta del Ministero dello Sviluppo Economico sentito il Ministero dell’Ambiente, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano di cui al primo periodo è adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare».


 

FOCUS SINTETICO: IL “PIANO DELLE AREE”

A cosa serve un Piano delle Aree per le attività “petrolifere”?
Ad evitare, ad esempio, che in futuro possano essere ripensate alcune scelte che hanno risparmiato dall’assalto delle trivelle alcuni tra i luoghi più suggestivi e fragili della Penisola; ad esempio, il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno, l’area marina delle Isole Egadi che, secondo una delle prime bozze dello Sblocca Italia, avrebbero potuto ospitare attività estrattive.
Come già accaduto, ad esempio, per il Golfo di Taranto, in assenza di un Piano delle Aree elaborato con la partecipazione fattiva e non di facciata delle Regioni, le aree finora interdette alle attività Oil & Gas e, più complessivamente, quelle di maggior pregio paesistico, naturalistico, economico (es: aree destinate a colture di pregio) potrebbero finire un giorno, per semplice decreto, sotto le grinfie delle compagnie petrolifere.
Non si comprende poi la ragione per cui per le sole attività petrolifere il Governo abbia avvertito la necessità di abrogare, in perfetta solitudine, questo delicato strumento di pianificazione mentre invece, per le energie rinnovabili, esistano dal 2010 (Governo Berlusconi) Linee Guida, licenziate dal MISE di concerto con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e preventivamente discusse ed approvate dalla Conferenza Unificata, allo scopo di “facilitare un contemperamento fra le esigenze di sviluppo economico e sociale con quelle di tutela dell’ambiente e di conservazione delle risorse naturali e culturali nelle attività regionali di programmazione ed amministrative”.
Se esistono Linee Guida -sovente disattese per installazioni multimegawatt- per gli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a maggior ragione dovrebbe essere reintrodotto un strumento di pianificazione per attività intrinsecamente insostenibili.

Quale avrebbe potuto essere l’utilità del Piano delle Aree?
Nelle intenzioni del legislatore il Piano delle Aree avrebbe dovuto funzionare da strumento di regolamentazione, programmazione e razionalizzazione delle attività estrattive nel nostro Paese. Come noto, il Piano non ha mai visto la luce e la sua stessa previsione è stata abrogata dal Parlamento in base ad un emendamento alla Legge di Stabilità 2016 presentato dal Governo.
Attraverso un processo decisionale in cui sarebbero state rese partecipi le Regioni ma in cui l’ultima parola sarebbe toccata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’interno delle aree teoricamente aperte alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio sarebbero state individuate le aree per le quali non avrebbero potuto essere avanzate istanze di alcun genere.
Il quesito referendario no triv n. 2 mira a rafforzare il ruolo delle Regioni, ad estendere la previsione del Piano anche al mare, entro ed oltre il limite delle 12 miglia, e a ribadire il concetto che in assenza di Piano non può essere richiesto e rilasciato alcun titolo secondo le modalità previste dallo Sblocca Italia.

Quali risultati concreti ha prodotto la previsione del Piano delle Aree?
Per stessa ammissione di alcuni operatori del settore, il Piano delle Aree e la connessa regolamentazione delle attività estrattive non sono mai stati presenti nell’elenco delle richieste avanzate al Governo dalle compagnie petrolifere. E infatti, non essendo mai stato approvato, l’aver previsto il Piano ha di fatto impedito la richiesta di titoli secondo le norme particolarmente favorevoli dello Sblocca Italia.
A richiedere, un anno fa, la previsione del Piano delle Aree furono alcune Regioni (Basilicata in testa) interessate a recuperare, seppur in minima parte ed in posizione di subalternità, il loro potere di decisione azzoppato dallo Sblocca Italia.
Fu quello il principale se non l’unico risultato ottenuto dai fautori della linea del dialogo con il Governo in luogo di quella dello scontro nelle aule dei tribunali. Ad un anno di distanza la risposta del Governo non si è fatta attendere: quello strumento, seppur imperfetto ma funzionale allo stop momentaneo delle richieste di istanze, è stato abrogato.

Cosa era subordinato all’approvazione del Piano delle Aree? Perché tanta attenzione da parte del Governo?
Il rilascio di nuovi titoli minerari. Le norme abrogate con la Legge di Stabilità 2016 prevedevano che nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi potessero essere rilasciati unicamente sulla base delle norme vigenti prima del 1° gennaio 2015.
L’abrogazione della obbligatorietà del Piano delle Aree era condizione necessaria per lo sviluppo di nuovi progetti nell’Oil&Gas. Il Governo ha pensato bene di andare in questa direzione, favorendo così chi ancora crede ed investe nello sviluppo delle energie fossili nel nostro Paese.

Quali erano i limiti della normativa sul Piano delle Aree (comma 554 art 1 Legge di Stabilità 2015) ora abrogata?
La debolezza dei meccanismi di partecipazione delle Regioni alle decisioni riguardanti la formulazione del Piano riguardante -ecco un secondo limite- unicamente le attività sulla terraferma. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, era previsto che dovesse cessare qualsiasi confronto tra Stato e Regioni e che l’ultima parola spettasse comunque al Governo.

Cosa si voleva e si vuole ottenere con il quesito referendario n. 2?
Superare i limiti della normativa sul Piano delle Aree.
Conferire maggiori poteri alle Regioni nella definizione del Piano e, quindi, nella individuazione delle aree, sia su terraferma sia in mare anche oltre il limite delle 12 miglia, da sottrarre alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio.
E’ inaccettabile e grave che una Regione non possa partecipare, in posizione di parità rispetto allo Stato, alla determinazione di scelte che necessariamente interferiscono con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che la interessano ed investono direttamente.
Scopo dell’abrogazione referendaria era ed è ancora quello di lasciar esprimere la Conferenza unificata sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e, per altro verso, di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, il Governo possa far ricorso all’esercizio del potere sostitutivo.
Il quesito, infine, riguarda anche la disciplina transitoria introdotta dalla legge di stabilità 2015, in base alla quale – nelle more dell’approvazione del Piano – il rilascio dei titoli abilitativi sarebbe consentito sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia.
Eliminando per via referendaria questa disposizione si avrebbe, per un verso, che le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi già autorizzate continuino ad essere esercitate e, per altro verso, però, che fino all’adozione del Piano non possano essere rilasciati nuovi titoli.

Cosa ha fatto il Governo con la Legge di Stabilità 2016?
Avendo fiutato il pericolo di trovare un ostacolo nell’ostruzionismo delle Regioni nell’approvazione del Piano e, quindi, di non poter rilasciare nuovi titoli, ha sciolto il nodo referendario “a monte”: anziché modificare la normativa ripristinando il rispetto del principio di leale collaborazione, ha abrogato la previsione del Piano in modo da impedire stabilmente alle Regioni di interferire nella individuazione delle aree del territorio nazionale da interdire alle attività estrattive.
Inoltre, essendo venuta meno la previsione del Piano, ha rimosso uno dei principali impedimenti al rilascio di nuovi titoli.
L’abrogazione voluta dal Governo e votata dal Parlamento ha il chiaro obiettivo di sabotare il referendum e di superare l’empasse in cui lo stesso Governo si era cacciato con le modifiche allo Sblocca Italia introdotte nella Legge di Stabilità 2015.
In sintesi, segna indiscutibilmente un punto importante a favore delle trivelle.

30 dicembre 2015

DOWNLOAD: FOCUS SINTETICO SULL’ELIMINAZIONE DEL PIANO DELLE AREE AREE

LEGGI ANCHE: REFERENDUM NO TRIV E LEGGE DI STABILITA’ 2016, FACCIAMO IL PUNTO

REFERENDUM NO TRIV E LEGGE STABILITA’: FACCIAMO IL PUNTO

idealIn attesa della pubblicazione della Legge di Stabilità 2016 sulla Gazzetta Ufficiale e della preannunciata Circolare MISE che andrà a chiarire taluni aspetti della nuova disciplina dei procedimenti in corso relativi ad istanze di ricerca e concessione di coltivazione off shore entro le 12 miglia marine, è possibile tracciare un primo bilancio provvisorio della campagna referendaria no triv avviata la scorsa estate da oltre 200 associazioni, movimenti e comitati, che ha spinto ben 10 Assemblee elettive regionali a deliberare la richiesta di referendum.
Dopo aver superato indenni il controllo di regolarità della Corte di Cassazione, il 13 gennaio prossimo i 6 quesiti saranno al vaglio della Corte Costituzionale che dovrà pronunciarsi sulla loro ammissibilità anche alla luce di una serie di norme che il Governo ha inserito con apposito emendamento nella Legge di Stabilità 2016 sotto la minaccia incombente del referendum.
Per valutare a pieno le immediate ricadute della Legge di Stabilità sul futuro energetico del nostro Paese, bisognerà attendere la richiamata circolare del MISE. Tuttavia, una volta entrate in vigore, le modifiche normative approvate dal Parlamento determineranno comunque un punto a favore della battaglia no triv; produrranno risultati certi, ancorché molto parziali e non appaganti, che vanno ascritti per intero alle capacità di intuizione, elaborazione e mobilitazione di quanti hanno individuato nel referendum lo strumento più efficace e immediato per cogliere obiettivi mai ottenuti per altra via se non, una volta sola, per concessione del Governo Berlusconi a seguito del disastro della Deepwater Horizon nel 2010.
Secondo dati del Ministero diffusi da “La Staffetta Quotidiana” (v. anche tavole) e secondo unanime opinione espressa da media ed analisti, la pressione referendaria ha prodotto la sospensione di numerosi procedimenti autorizzativi; in particolare di:

– 15 istanze di ricerca di cui 3 hanno avuto già una V.I.A. favorevole da parte del Ministero dell’ambiente, 11 hanno il procedimento di VIA in corso ed 1 deve ancora ottenere il parere da parte della CIRM. Attualmente sono in corso ben 41 istanze di permesso in mare;
– 8 istanze di concessione di coltivazione. Ben 5 di queste si trovano completamente all’interno della zona interdetta; 6 sono in corso di VIA, 1 in fase CIRM e di 1 (Ombrina Mare) si attende la pubblicazione del relativo decreto di concessione;
– 4 istanze di permesso di prospezione; tra queste spiccano le 2 della Spectrum Geo, sui cui si pronuncerà il TAR Lazio nel corso del 2016 a seguito del ricorso presentato dalla Provincia di Teramo e da alcuni Comuni abruzzesi e marchigiani.

1Con la Legge di Stabilità, che recepisce formalmente 3 dei 6 quesiti referendari, vengono meno i caratteri di “strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere” ed il “vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata”, prevista dallo Sblocca Italia già a partire dalla fase di ricerca degli idrocarburi.
Prendendo ad esempio una delle 55 istanze di ricerca su terraferma in corso, la “Corropoli”, rimasta incagliata nelle secche del rilascio dell’Intesa, se nel 2004 il soggetto proponente avesse potuto avvalersi dell’opportunità prevista nell’art. 38 comma 1 dello Sblocca Italia, avrebbe richiesto senz’altro il rilascio del titolo unico concessorio e l’esproprio dell’intera area interessata dall’istanza, pari a 172 kmq., fin dalla fase della ricerca.
Si deve alla spada di Damocle del referendum se oggi pericoli simili possano dirsi momentaneamente scampati.
2Infine, per evitare nell’immediato uno scontro istituzionale che sarà comunque inevitabile tra qualche mese in occasione del referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il Governo ha ripristinato il principio di leale collaborazione con le Regioni che, come nel recente passato, sono nuovamente chiamate ad esprimere un’Intesa “forte” sul rilascio dei titoli minerari.
Grazie alla minaccia del referendum, l’Intesa torna ad essere atto a struttura bilaterale, non più nella sola disponibilità dello Stato.
Appena un anno fa numerose Regioni si apprestavano a presentare ricorso alla Corte Costituzionale contro l’art 38 comma 1 dello Sblocca Italia e contro la Legge di Stabilità 2015. Si sarebbero poi ripetute in occasione della pubblicazione del Disciplinare-tipo ma senza ottenere da parte del Governo alcuna apertura al confronto e, men che meno, un’inversione di rotta.
Fin qui i fatti che necessitano di essere analizzati, soppesati e contestualizzati.
Il Coordinamento Nazionale No Triv ha manifestato fin da principio gravi e motivate perplessità sulle reali intenzioni del Governo, evidenziando le minacce insite nell’emendamento approvato in prima istanza alla Camera in Commissione Bilancio (in primis, abrogazione del Piano delle Aree tanto avversato dalle compagnie petrolifere e doppio binario per il rilascio dei titoli) e facendosi esso stesso promotore di adeguate contromosse sul piano normativo per ottenere, ad esempio, l’immediato ripristino del Piano delle Aree e, più in generale, per salvaguardare lo spirito e gli obiettivi del referendum mentre Governo e Parlamento hanno preferito battere altra strada per ingabbiarlo.
Del resto, a supporto di un’insospettabile sensibilità ecologista il Governo avrebbe potuto semplicemente riprodurre integralmente e fedelmente i quesiti referendari, inserendoli tout court nella Legge di Stabilità. Il che non è stato.
3Preoccupato per via di un’opinione pubblica che recenti sondaggi danno in larga maggioranza schierata su posizioni No Triv, l’Esecutivo è stato costretto ad un riposizionamento tattico per di tentare di eludere il referendum, rinviando a tempi più fausti lo scontro finale con le forze che compongono il cartello referendario e preventivando, da qui a un anno, un nuovo cambio di rotta, questa volta manifestamente in senso Sì Triv.
Intervenendo sulla Legge di Stabilità, il Governo ha tentato di disinnescare il primo di una serie di referendum che ne minacciano la tranquilla navigazione fino al referendum sulla revisione della Costituzione e, in prospettiva, fino alla scadenza naturale della legislatura: Italicum, riforma del mercato del lavoro, cattiva scuola, ecc.. Sciogliere tutti i nodi contemporaneamente sarebbe stato rischioso per chiunque.
Renzi ha pagato dazio: pur facendo di necessità virtù, rispondendo alla sfida No Triv ha evidenziato la sua vulnerabilità ed i suoi punti deboli. Il Presidente del Consiglio non è più in grado di garantire certezze alla City londinese ed agli investitori interessati a scommettere sul futuro prossimo dell’Oil&Gas in Italia.
Le compagnie più colpite dalla sospensione dei procedimenti saranno costrette a rivedere le loro previsioni al ribasso ed i loro progetti di investimento più di quanto avrebbero dovuto fare a causa della tendenza ribassista del prezzo del greggio.
Confidiamo dunque che alla ExxonMobil, andata via dalla Val D’Agri in Basilicata, possano seguire, anche per effetto del referendum, altre compagnie petrolifere, Rockhopper Exploration in testa.
4L’incertezza normativa generata dalla Legge di Stabilità è un dato di realtà con cui i mercati mal volentieri si stanno confrontando: l’Italia ha confermato la sua fama di Paese imprevedibile, in cui investire nell’Oil&Gas riserva enormi incognite; è quel Paese in cui, nonostante il piglio decisionista ed irriverente di Renzi, unito alla frammentazione delle opposizioni parlamentari, “quattro comitatini” possono indurre un Governo a rivedere i propri piani, a soprassedere dall’assumere decisioni impopolari ma vitali per l’establishment finanziario.
L’approvazione della Legge di Stabilità è oggettivamente la prima battuta d’arresto per il Presidente del Consiglio, considerato finora “affidabile” dai poteri forti e dalle lobbies del gas e del petrolio.
Al netto da ogni contrapposizione tra fautori e detrattori del referendum, tra minoranze e maggioranza parlamentare, tra chi è amante e cultore dell’estetica della lotta e chi invece ritiene -come noi- che i nodi politici debbano essere sciolti misurandosi sul campo e nel merito con gli avversari, e senza nulla voler anticipare rispetto a considerazioni il cui tempo è rinviato a dopo il 13 gennaio, l’esperienza degli ultimi mesi dimostra che la partecipazione, la pressione che in modo unitario e trasversale le associazioni, i movimenti ed i comitati possono esercitare sulle istituzioni, sono in grado di influenzare e determinare le scelte della “politica”.
Che l’iniziativa partecipata e condivisa dal basso dimostra di essere in grado di costruire relazioni sociali democratiche e di tracciare allo stesso tempo un orizzonte di senso comune.

Coordinamento nazionale No Triv

IL GOVERNO VUOLE SABOTARE IL REFERENDUM NO TRIV; UN CAVALLO DI TROIA NELLA LEGGE DI STABILITA’

BOCCIATI I SUB EMENDAMENTI CORRETTIVI PRESENTATI DAI NO TRIV. IL GOVERNO TRADISCE LO SPIRITO DEL REFERENDUM

Roma, 16 dicembre 2015

Comunicato Coordinamento nazionale No Triv

avatarsitostabilitaUn autentico inganno. Gli emendamenti presentati dal Governo alla legge si stabilità 2016 ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari. Le modifiche proposte dall’Esecutivo, tra abrogazioni e aggiunte normative, dissimulano in modo subdolo il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia marine, eludendo con ciò gran parte degli obiettivi del referendum No Triv.

Tradito ne è lo spirito complessivo.

I passaggi normativi del disegno governativo sono riassunti nella abolizione del “piano delle aree” (strumento di razionalizzazione delle attività Oil & Gas) e nella previsione per cui si fanno salvi tutti i procedimenti collegati a“titoli abilitativi già rilasciati” all’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento”. Un mix esplosivo, che avrebbe effetti devastanti sul referendum e sul futuro dei mari italiani, atteso che l’obiettivo principale del Governo è mantenere in vita e a tempo indeterminato tutti i procedimenti attualmente in corso entro le 12 miglia marine. La soppressione del “piano delle aree”costituisce, poi, il vero “cavallo di Troia” del Governo: il Coordinamento Nazionale No Triv lo aveva già evidenziato domenica 13 dicembre, formulando per l’occasionealcuni sub-emendamenti volti a correggere le proposte dell’Esecutivo.

Emendamenti che, tuttavia, sono stati bocciati alla Camera dei deputati in Commissione Bilancio.

Nulla è negoziabile rispetto all’obiettivo dei quesiti: non lo è il “piano delle aree”, in quanto strumento di razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; non lo è lo sfruttamento a tempo indeterminato dei giacimenti; non lo è la possibilità che i procedimenti entro le 12 miglia marine siano solo sospesi e non chiusi definitivamente; non lo è neppure l’istituzione di un doppio regime di titoli (permessi di ricerca e concessioni di coltivazione/titoli concessori unici) che consentono a discrezione delle società petrolifere di scegliere a proprio piacimento in che modo esercitare le attività petrolifere nel nostro Paese.

Il Coordinamento Nazionale No Triv è stato da sempre chiaro sul punto. Delle due l’una: o con le modifiche si accolgono tutti i quesiti referendari senza tradirne lo spirito o si va a referendum. Nessuno è autorizzato a mediare rispetto a questa alternativa, cercando un punto di incontro e accontentando, con un compromesso al ribasso, le Regioni e i loro delegati, attraverso la facile promessa di un maggiore loro coinvolgimento nelle scelte che in materia lo Stato effettuerà d’ora in avanti. Una promessa del tutto evanescente, destinata ad essere tradita dopo le elezioni amministrative del prossimo anno e dopo il referendum sulla revisione costituzionale, che com’è noto, riconduce nelle mani esclusive dello Stato ogni scelta in fatto di energia.

Gli emendamenti proposti dal Governo costituiscono un autentico atto di sabotaggio e uno schiaffo alla democrazia nel nostro Paese. Per questo chiediamo ai delegati delle Regioni di rispettare il mandato ricevuto loro dai rispettivi Consigli e a alle cittadine e ai cittadini italiani che hanno a cuore la proposta del referendum di percorrere assieme a noi e fino in fondo la strada referendaria.

IN ALLEGATO LA NOTA TECNICA REDATTA DAL PROF. ENZO DI SALVATORE

NOTA TECNICA – OSSERVAZIONI SULLE PROPOSTE EMENDATIVE DEL GOVERNO

AL VIA LE ATTIVITA’ DEL COSTITUENDO COMITATO REFERENDARIO NASCENTE DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE “VERSO IL REFERENDUM NO TRIV”

ROMA8Domenica 8 novembre si è chiusa con una straordinaria partecipazione civica, associativa e movimentista e con la definizione delle iniziali attività operative del costituendo comitato referendario a sostegno della futura campagna, il primo appuntamento assembleare italiano convocato dal Coordinamento nazionale No Triv e dalle centinaia di organizzazioni aderenti alla iniziativa, dopo il deposito in Cassazione dei quesiti referendari abrogativi contro le trivellazioni in mare e su terraferma.

Presso i locali dell’Ex Snia, al Parco delle Energie di Roma, l’assemblea ha dato il via ad un lavoro preparatorio teso alla costituzione di una organizzazione coordinata e democratica tra associazioni nazionali e locali, movimenti e comitati che sia espressione ampia della società civile e che articoli e condivida azioni comuni a sostegno della prossima “campagna” nazionale.

In attesa dei pronunciamenti della Corte di Cassazione e della Consulta sui sei quesiti promossi dalle centinaia di realtà associative, che hanno raggiunto il placet unanime della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive regionali a settembre, ed a cui hanno fatto seguito le dieci delibere per il referendum da parte di altrettante regioni, il costituendo comitato referendario ha riaffermando la necessità primaria di creare una ampia rete sociale partecipata e trasversale che conduca l’iniziativa, pianificando sin a da subito le prime strategie comuni.

Fondamentale sarà tenere sempre presente che l’unione delle tante lotte territoriali, la connessione con le organizzazioni impegnate nelle campagne referendarie di prossima definizione – a partire da quella per il “No”al referendum confermativo sulla Riforma Costituzionale – il funzionale rapporto con le organizzazioni politiche e sindacali sostenitrici, con i Delegati regionali e con la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali e delle Provincie autonome, rappresentano canali di relazione attorno ai quali muovere per la costruzione di un percorso unitario, democratico, partecipato e vincente, finalizzato al raggiungimento del quorum ed al successo del “Sì” alle abrogazioni proposte.

Ampio spazio durante la mattinata è stato dedicato alle relazioni degli intervenuti, ai quali si sono alternati gli interventi di organizzazioni sociali e politiche a sostegno dell’iniziativa.

Ai rappresentanti del Coordinamento nazionale No Triv, di WWF, Legambiente, hanno fatto seguito nelle relazioni esponenti del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, di Pancho Pardi per il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, di Marco Furfaro (SEL), Gianni Girotti (Movimento 5 Stelle), Alfonso Pecoraro Scanio (Fondazione Univerde), Piero Lacorazza (PD e Presidente del Consiglio regionale Basilicata), Annalisa Corrado (per Green Italia e Possibile), Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Maurizio Marcelli (FIOM) nonché di rappresentanti dell’universo associativo e movimentista italiano, da Marica Di Pierri (A Sud) a Stefano Iannillo (Rete per la Conoscenza), ai portavoce dei tanti comitati territoriali presenti da ogni regione italiana. Ai lavori ha preso parte anche Andrea Boraschi per Greenpeace.

Nella sessione pomeridiana, dedicata alla plenaria per l’elaborazione di proposte organizzative ed operative, si è predisposta una prima sintesi esecutiva che consentirà di procedere immediatamente e con passi sostanziali alle nuove iniziative pianificate verso il referendum: un referendum che è di tutti i cittadini italiani e col quale affermare l’opposizione convinta alle politiche energetiche fossili.

Un collegamento con la mobilitazione italiana per il clima e l’adesione alla marcia prevista a Roma il prossimo 29 novembre, in vista della COP21 di Parigi, rappresentano in questo senso un momento di coesione e di attenzione collettiva sul più ampio tema dei cambiamenti climatici.

La prossima convocazione di assemblee territoriali “Verso il referendum No Triv” e la declinazione nei diversi contesti regionali di una rete che coinvolga tutti i soggetti interessati alla costruzione di un percorso partecipato e trasversale, saranno passaggi essenziali per dare diffusione al processo collettivo avviato e precederà una nuova assemblea nazionale prevista per la prima metà di dicembre 2015.

Il Referendum è di tutti !!!

Roma, 9 novembre 2015
L’Assemblea “Verso il Referendum No Triv”

CONTATTI:
referendumnotriv@gmail.com

“VERSO IL REFERENDUM NO TRIV”. A ROMA, L’8 NOVEMBRE, ASSEMBLEA NAZIONALE PER ORGANIZZARE INSIEME LA STAGIONE REFERENDARIA

ROMA8La nascita, tre anni fa, a Pisticci Scalo in Basilicata, del Coordinamento Nazionale No Triv non ha natura esogena rispetto ai coordinamenti e alle reti locali e interregionali sviluppatisi dal basso nel corso dell’ultimo decennio nel nostro paese.

Solo l’anno precedente si era celebrata in Italia una coinvolgente e appassionata campagna referendaria per affermare il diritto all’acqua quale bene comune, per sottrarre questo bene alla privatizzazione e al profitto e per riaffermare (per la seconda volta dopo il 1987!) in maniera chiara e inequivoca il no all’opzione nucleare.

L’ossatura della composizione soggettiva dei movimenti che, in quella campagna referendaria, dal basso hanno saputo con caparbietà collegare, controbattere, unire, garantire presenza capillare sui territori, spendendosi con intelligenza ed efficacia, pur nella totale scarsità delle disponibilità economiche, fino alla vittoria, col raggiungimento e addirittura con un ampio superamento del quorum richiesto, anche per i No Triv era sostanzialmente la stessa.

Emblematico al riguardo l’incontro a carattere nazionale che si è avuto a Roma nel Novembre 2012 tra il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e il neonato Coord naz No Triv, in cui tutti i convenuti hanno ribadito non soltanto l’evidente complementarietà tra i due movimenti, ma la loro sostanziale e “naturale” integrazione.

Molti, tra i fondatori del Coord. No Triv, sono al contempo attivisti del Forum dei Movimenti per l’Acqua , così come lo sono per le rinnovabili pulite e decisamente per il no secco al nucleare.

Il flusso che lega e rilancia i movimenti per i beni comuni è ancora una volta lo stesso che è attento a interpretare le esigenze dei territori tentando di legarle a una proposta a carattere quantomeno interregionale.

Il Coord No Triv nasce non a caso nell’estate del 2012, in quanto la spinta alla coniugazione spontanea dal basso dei comitati di lotta contro le richieste di autorizzazione finalizzate alle attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi in terra e in mare, difficilmente sarebbe mai giunta a maturazione in virtù di un processo di spontanea aggregazione territoriale.

La vera spinta al confronto e all’impulso organizzativo proveniva (e proviene tuttora) dalla coniugazione tra crisi finanziaria internazionale e scelta normativa volta a facilitare l’illusione di facili e veloci introiti fiscali legati alla trasformazione del Welfare State in Estractive State.

Il famigerato art. 16 dell’ex “decreto per le Liberalizzazioni”, gli artt. 35 e 38 del “decreto sviluppo (Dl 83,ora L 134/2012); la bozza di SEN (Strategia Energetica Nazionale); la prima bozza di revisione costituzionale del Tit. V; sono le principali leve, tutte targate 2012, dell’accelerazione allo stravolgimento della forma Stato nel nostro paese, improntata appunto all’estrattivismo (fiscale) e alla centralizzazione autoritaria nelle mani dell’Esecutivo dei non eletti (Renzi è il terzo della serie).

Non deve pertanto risultare strano se oggi ci troviamo ad affrontare una battaglia referendaria riguardante in primis proprio l’art. 35 del Dl 83 ora L 134/2012. Il primo atto formale del nascente Coordinamento, nella calura di metà Luglio 2012 a Pisticci, fu, infatti, una lettera indirizzata a tutti i parlamentari italiani a non convertire in legge l’allora art. 35 del Dl 83. Il Coordinamento poi ha insistito, anche sollecitando proposte di legge parlamentare (che ci sono e non sono andate a buon fine!); partecipando a specifiche audizioni parlamentari; denunciando sui media e in ogni dove il furbesco aggiramento esercitato dal trio Monti/Passera/Clini per garantire ai petrolieri la realizzazione di 25 progetti, come Ombrina in Abruzzo, Vega B nel Canale di Sicilia (cui potrebbero aggiungersene altre decine).

Il percorso seguito dal Coord. No Triv è stato in questo lineare e coerente, conducendo anche in questi anni (già da fine 2012/inizi 2013) una campagna, in perfetta solitudine, contro i rischi di delegittimazione e sottrazione dei poteri concorrenti Stato/Regioni.

Lo Sblocca Italia

Il devastante approccio decisionista dello Sblocca Italia ha fatto il resto, mostrando la corda iperliberista e ballando sul baratro del cimitero della democrazia formale e sostanziale.

Cortei, manifestazioni in ogni dove, dossier, campagne stampa, efficaci servizi radio e TV; nascita di nuovi comitati territoriali e di nuovi coordinamenti (si pensi a Democrazia e Costituzione!), hanno alimentato le proteste.

La “questione energetica” (meglio dire i proventi fiscali attesi dalla trivellazione a tappeto), con tutte le conseguenze e le derivate (politiche, economiche, sociali) evidenziate dalle sofferenze dei territori da decenni aggrediti dalle multinazionali del settore, è esplosa nel paese, ben oltre i confini dei coordinamenti e dei movimenti (territoriali e/o nazionali che siano).

Dopo i disegni di legge andati a vuoto; dopo una campagna a tappeto per far deliberare in ogni dove i Comuni “in soggezione” contro lo Sblocca Italia, per sollecitare i rispettivi presidenti regionali a impugnare presso la Corte Costituzionale (quindi contro i truffaldini commi introdotti nella Legge di Stabilità 2015 in sostituzione del comma 1bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia; poi contro il Nuovo Disciplinare Tipo ambientale, con relativo sollecito al ricorso al TAR del Lazio), la richiesta politica di dare spazio nelle reti e nei movimenti alla necessità/opportunità di ricorrere allo strumento referendario si è arenata, nei movimenti, sulla soglia di un dibattito solo accennato, soffocato in partenza, ma sostanzialmente fermo a considerazioni di opportunità di tipo statistico (vedi al proposito l’esito delle assemblee Contro lo Sblocca Italia a Napoli il 7 Dicembre 2014; a Montesano sulla Marcellana il 18 Gennaio 2015; il report dell’assemblea nazionale Nosbloccaitalia a Pescara del 24 Maggio scorso).

In conclusione, (al netto di ogni iniziativa a carattere regionale, delle manifestazioni, delle interpellanze etc)  per evitare di trovarsi per oltre 30 anni le trivelle nelle acque territoriali, almeno per le richieste sbloccate dal governo Monti e accelerate da Renzi, e dopo che le associazioni ambientaliste nazionali storiche avevano posto fondati dubbi circa la mancanza dei tempi necessari alla raccolta delle 500 mila firme occorrenti per promuovere i referendum, Il Coord No Triv ha ritenuto di dover sollecitare il ricorso all’art. 75 della Costituzione e si è passati alla richiesta alle 5 Regioni necessarie.

Il Coord. No Triv , al termine di 3 anni di solleciti, ha proposto il referendum abrogativo di parte dell’art. 35 L 134/2012, per due sostanziali ordini di motivi:

  • Si tratta dell’ultimo strumento che la legge consente di adoperare prima che le autorizzazioni, sulla spinta dell’accelerazione impressa dalla richiesta di attribuzione del titolo concessorio unico, possano essere rilasciate alle compagnie petrolifere, rendendo la situazione irreversibile.
  • La scelta del governo Renzi di far approvare a maggioranza (senza i 2/3 richiesti) le leggi di revisione costituzionale comporta l’indizione (già annunciata) di un referendum confermativo (ai sensi dell’art. 138 Cost), da celebrarsi entro l’autunno del 2016. Lasciare “in solitaria” la campagna dei referendum confermativi istituzionali significherebbe non contrapporre, di fatto, alcun serio ostacolo contro l’arrogante imposizione di provvedimenti antidemocratici. Il referendum abrogativo No Triv, anche celebrato pochi mesi prima di quello confermativo istituzionale, potrebbe rappresentare comunque un valido contributo al rafforzamento delle ragioni della campagna in difesa della Costituzione.

La prospettiva della campagna referendaria si inserisce, quindi, nella situazione politica attuale quale elemento dinamico che aiuta a far saltare gli innumerevoli giochi politici orientati alla possibilità di far rimanere compatibili ambiguità e contraddizioni generate con effetto domino dal disposto normativo di Sblocca Italia e revisioni costituzionali.

Il progetto dell’Esecutivo ha iniziato a manifestare segni di implosione, dopo aver portato al limite la stessa tenuta delle relazioni sociali.

Il Referendum No Triv

Il fatto che (in numero ben superiore al necessario) le Regioni accettassero di deliberare per il varo del referendum abrogativo dell’art. 35 della L 134/2012, come richiesto dal Coord. No Triv, ha ovviamente suscitato meraviglia mista a soddisfazione, soprattutto perché un esito politicamente non scontato si è consumato praticamente a ridosso del limite temporale stabilito al 30 Settembre dalla Legge 352/70.

Inoltre, le assemblee legislative dei 20 Consigli regionali, lo scorso 11 Settembre a Roma, si esprimevano favorevolmente e all’unanimità anche per il varo di un pacchetto di altri quesiti abrogativi, incentrati sulla necessità di recupero e garanzia delle competenze regionali e implicitamente sulla richiesta di moratoria delle autorizzazioni.

La conferenza dei 6 presidenti di Regione a Bari, presso la Fiera del Levante, lo scorso 18 Settembre, ha suggellato politicamente la decisione delle assemblee consiliari regionali, aprendo di fatto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni Stato Regioni non solo in materia ambientale ed energetica.

Nessuno in tale contesto può chiamarsi a questo punto fuori dai giochi.

Qualora la Corte Costituzionale dovesse emettere giudizio di compatibilità per i quesiti presentati, la partita referendaria entrerebbe nel vivo e stare alla finestra vorrebbe dire rinunciare a ingigantire le crepe che la SEN sta mostrando dalla sua nascita; mentre invece occorre anche saper approfittare della situazione di sbandamento e ripensamento che governo e multinazionali sono costretti a subire all’ombra del calo del costo del barile.

Il combinato disposto referendario delinea con chiarezza la prospettiva di una moratoria delle attività onshore e offshore.

Sarà compito di tutte/i rendere più incisiva la comunicazione e il confronto sociale diffuso e costruttivo.

Dobbiamo confrontarci, approfondire con lucidità il quadro controverso ma in movimento in cui ci troviamo, per poter affrontare insieme la nuova sfida che ci attende.

Abbiamo bisogno di avviare un processo organizzativo adeguato, sapendo fare tesoro dei consensi ottenuti nel crescendo delle ultime settimane.

Per poter affrontare con serenità e decisione i prossimi mesi che ci separano dal probabile svolgimento del voto referendario, vediamoci tutte/i a Roma, Domenica 8 Novembre, dalle ore 10 alle ore 17 presso il C.S.O.A.“Parco delle Energie” EXSNIA, via Prenestina n° 173.

Si propone, in vista dell’incontro a carattere nazionale, aperto agli esponenti delle 200 associazioni e alle persone che hanno sottoscritto il nostro appello, nonché agli esponenti e rappresentanti delle altre associazioni ambientaliste e culturali, il seguente ordine del giorno, che si auspica possa essere utilmente arricchito e condiviso.

Di seguito, in termini generali, la proposta di O.d.G della giornata, che verrà sottoposta al vaglio dell’Assemblea:

a) Valutazione della proposta complessiva emergente dall’analisi dei singoli quesiti, e individuazione delle modalità di gestione della campagna referendaria;

 b) Formazione di uno (o più) gruppo/i di lavoro nazionale/i per:

– l’organizzazione complessiva della campagna referendaria;

– l’elaborazione di un vademecum informativo e dei materiali generali;

– l’organizzazione di un ufficio comunicazione e stampa;

 c) Formazione dei gruppi regionali per garantire il funzionamento delle reti locali in sinergia con le reti nazionali;

 d) Individuazione dei criteri di raccolta fondi per garantire un’adeguata operatività delle iniziative (manifesti, volantini, spostamenti per convegni, assemblee, ecc.);

 e) Formazione di un gruppo di coordinamento delle iniziative locali e nazionali per favorire il potenziamento sinergico tra lotte su singole vertenze e referendum, ed il collegamento con i coordinamenti che stanno sorgendo in tutta Italia sia per contrastare le riforme costituzionali sia per contribuire alla raccolta delle firme per altri referendum (Italicum, Scuola, Job Act, ecc.).

Roma, 26 ottobre 2015

Coordinamento Nazionale No Triv

Vi invitiamo a condividere l’invito alla partecipazione con chiunque voglia diventare protagonista di questo percorso e a comunicare all’indirizzo di posta elettronica referendumnotriv@gmail.com la presenza all’Assemblea Nazionale di domenica 8 novembre.

APPROFONDIMENTI: IL TESTO DEI QUESITI REFERENDARI NO TRIV PROPOSTI ALLE REGIONI

DOWNLOAD: ASSEMBLEA NAZIONALE VERSO IL REFERENDUM NO TRIV

 

CONTRO GLI IRRESPONSABILI IN PARLAMENTO UN SOLO STRUMENTO: IL REFERENDUM

senatoE’ approdata da pochi giorni in Senato la discussione del Collegato Ambientale (Disegno di Legge 1676). I lavori dell’Aula hanno prodotto finora risultati pessimi e tutti nel solco di una forte continuità della Strategia Energetica Nazionale.
E’ stato approvato, ad esempio, l’emendamento presentato dal senatore PD Vaccari, che sopprime le sanzioni penali (reclusione da sei mesi a tre anni) nei confronti di chiunque avvii la produzione di un impianto per operazioni in mare nel settore degli idrocarburi in carenza delle prescrizioni sancite ai sensi della direttiva 2013/30/UE.
Inoltre, giovedì 22 ottobre, stati respinti due emendamenti presentati da un’agguerrita pattuglia di senatori (il primo a firma di Blundo, Castaldi, Girotto, Nugnes; il secondo, invece, di De Petris, Bignami, Cervellini, Petraglia, De Cristofaro, Campanella, Uras, Vacciano, Bocchino, Stefano), volti ad abrogare quella parte dell’art 35 comma 1 del Decreto Sviluppo che, come noto, nel 2012 determinò la ripresa di numerosi procedimenti autorizzativi per ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare bloccati dal Decreto Prestigiacomo.
Ove approvati, i due emendamenti avrebbero consentito di ottenere il medesimo risultato cui puntano oltre 200 associazioni e comitati con uno dei 6 referendum depositati in Cassazione lo scorso 30 settembre.

Fin qui la cronaca. A seguire alcune doverose annotazioni a margine.

PRIMO. L’esito del voto dell’Assemblea di Palazzo Madama se per un verso rende ancor più necessario sostenere il referendum di primavera 2016, dall’altro dimostra oltre ogni ragionevole dubbio l’impraticabilità di qualsiasi iniziativa legislativa che transiti, nell’attuale fase politica, attraverso il Parlamento.

SECONDO. Il tema del referendum è entrato di forza e di diritto nel dibattito parlamentare. Dal resoconto stenografico della seduta n. 529 del 22 ottobre 2010 – Blundo (M5S): “Signor Presidente, colleghi, oggi siamo chiamati a votare l’emendamento 2.501. Si tratta di un emendamento – come ha detto ieri la sottosegretaria Degani – che può fare di questo provvedimento davvero una realtà innovativa. Teniamo presente che in esso si chiede di ripristinare il limite delle 12 miglia dalla costa per le prospezioni. Sono duecento le associazioni che hanno chiesto il referendum per ottenere il ripristino del limite, per evitare, cioè, che avvengano prospezioni entro le 12 miglia dalla costa. Sono dieci le Regioni il cui Consiglio, a maggioranza assoluta, ha approvato una richiesta di referendum in merito e parliamo di otto Consigli regionali a maggioranza di centrosinistra e due di centrodestra. Mi riferisco alle Regioni Puglia, Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise, Campania, Sardegna e Liguria. Allora, colleghi, riflettiamo perché veramente con questo disegno di legge possiamo dimostrare di essere in linea con loro. Vogliamo far venire nel nuovo Senato i consiglieri regionali e oggi il Parlamento potrebbe davvero esprimersi nel rispetto delle loro richieste. Le Regioni chiedono, infatti, un referendum per ottenere la stessa cosa, e cioè il ripristino di un limite per le prospezioni di 12 miglia di distanza dalla costa. Oggi, inoltre, i dieci Presidenti coinvolti si incontreranno, alle ore 16,30, a Milano per parlare del referendum di abrogazione dell’articolo 35 …”. Al netto di ogni giudizio di valore, il referendum (rectius, i sei referendum) sono dunque un fatto con cui tutti siamo chiamati a misurarci, dentro e soprattutto fuori dalle istituzioni.

TERZO. L’esito delle votazioni del 22 ottobre in Senato ed ancor più l’approvazione del Disegno di Legge 1429 sulla revisione del Titolo V della Costituzione hanno reso evidente lo scontro in atto tra Stato e Regioni è cancellato ogni residua possibilità di dialogo/confronto tra i diversi livelli istituzionali sui temi delle politiche energetiche ed ambientali.

QUARTO. Va sempre ricordato che le scelte che più contano per il futuro del Paese continuano a passare attraverso le decisioni di una maggioranza parlamentare formatasi grazie ad una legge elettorale dichiarata parzialmente incostituzionale. Nel caso specifico, a votare contro gli emendamenti no-triv sono stati in 100.

La misura è colma. I nodi sono tutti politici.

Il referendum non è, a seconda che si appartenga al partito dei “falchi” o delle “colombe”, la clava con cui tutto si abbatte o la bacchetta magica con cui tutto si cambia ma, in questa particolare congiuntura, è uno dei pochi strumenti che possono essere attivati, assieme a pochi altri, in modo immediato e concreto, per arrestare la deriva antidemocratica in atto nel nostro Paese.

L’alternativa è morire di trivelle, nel bel mezzo di un sogno di un Paese che ancora non c’è.

 

Enrico Gagliano – Abruzzo Beni Comuni, Associazione aderente al Coordinamento Nazionale No Triv

IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI

costAlla luce degli ultimi passaggi parlamentari sulla riforma costituzionale, riproponiamo “il Documento di Crotone”; nato e sottoscritto da centinaia di Associazioni, Movimenti, Comitati italiani a seguito dell’iniziativa pubblica promossa da Coordinamento nazionale No Triv dal titolo “Difesa dei Beni Comuni e revisione della Costituzione”, tenutasi nella città calabrese il 12 e 13 luglio 2014.

Ribadiamo così la nostra ferma opposizione ed il nostro dissenso ad una “riforma” che si pone in palese violazione del principio autonomistico e democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato.


 

IL DOCUMENTO DI CROTONE; IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE, DELLA DEMOCRAZIA, DEI TERRITORI 

È in corso un attacco alla nostra Costituzione, alla nostra democrazia, ai nostri territori.
Il quadro complessivo delle riforme costituzionali, unitamente alla riforma della legge elettorale, delinea una svolta autoritaria, che vanifica il sistema delle garanzie costituzionali e lascia presagire uno scenario istituzionale, a seguito del quale i cittadini avranno meno capacità decisionale.

Noi non siamo contrari ad una ipotesi di revisione della Costituzione, ma siamo contrari a questa revisione, che compromette la democrazia, minandola negli organi di rappresentanza territoriale, e che favorisce la blindatura della casta partitica in Parlamento.
Il disegno di legge di revisione costituzionale attualmente in discussione interviene principalmente su due questioni: il bicameralismo e l’assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni. Si tratta di due questioni strettamente connesse.

Il riordino delle competenze legislative previsto andrà a vantaggio dello Stato e a sicuro detrimento del ruolo delle Regioni. Se la riforma vedrà la luce, lo Stato potrà ergersi a decisore unico delle sorti dell’ordinamento locale, dei beni culturali e paesaggistici, del turismo, dell’energia, del governo del territorio, delle infrastrutture strategiche e di altre materie ancora.
La ratio sottesa alla proposta è quella di impedire che le Regioni possano in futuro legiferare su tali materie, partecipare ai procedimenti amministrativi, sostenere proposte alternative equo-sostenibili, opporsi alla realizzazione di numerosi progetti (come le grandi opere inutili e le infrastrutture strategiche), che le collettività locali e regionali contestano da tempo, per le evidenti implicazioni che hanno sui beni comuni e, in primo luogo, sulle risorse naturali.
È sufficiente pensare alla materia energetica.
Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito l’energia alla competenza concorrente dello Stato e della Regione, la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. L’intesa della Regione si configura, infatti, come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé la competenza sulla materia energetica. Con il disegno di legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà, invece, meno. In questo modo, i progetti energetici potrebbero non richiedere più l’assenso della Regione.
Si pensi alla miriade di progetti petroliferi che il Governo ha in serbo di realizzare in Basilicata, in Abruzzo, in Sicilia, in Puglia o in Campania: in questi e in altri casi lo Stato farà sicuramente da sé.

Lo stesso può dirsi per le materie che residueranno in capo alle Regioni, posto che in ogni tempo lo Stato potrà esercitare la specialissima prerogativa che la riforma gli riserva: quella di privare la Regione della possibilità di legiferare anche nelle materie residuali solo perché così piace allo Stato, e cioè “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

D’altra parte, il duro colpo che alla democrazia regionale e locale verrà inferto non potrà trovare rimedio neppure attraverso la partecipazione delle Regioni e dei Comuni in seno al nuovo Senato. Nonostante, infatti, che il nuovo art. 57 Cost. dichiari che i senatori rappresentano le “istituzioni territoriali”, le modalità di elezione individuate (attraverso i Consigli regionali) e il limitato numero di seggi a disposizione di ciascuna Regione (da attribuire “in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”) finiranno, nei fatti, per favorire la presenza in seno al Senato dei partiti più grandi e rafforzare finanche l’egemonia degli stessi nella Camera dei Deputati, agevolati, in questo, da una legge elettorale in corso di approvazione profondamente ingiusta e antidemocratica.

In conclusione, la riforma costituzionale del Governo Renzi si pone in palese violazione del principio autonomistico e del principio democratico, qualificati come principi fondamentali della nostra forma di Stato. Per questa ragione ci opponiamo fermamente alla revisione costituzionale in corso e invitiamo i parlamentari tutti a non votare il disegno di legge e i cittadini a sostenere le ragioni del nostro dissenso.