Processo Petrolgate 2

Oggi, 18 dicembre 2019, il Coordinamento Nazionale No Triv è stata riconosciuta la legittimità di costituzione di parte civile nel Processo Petrolgate 2, che si sta celebrando nel Tribunale di Potenza per l’ipotesi di reato di disastro ambientale.
Il processo vede imputato il dirigente Eni Enrico Trovato.
Ringraziamo l’Avv. Giuseppe Vendegna del Foro di Potenza per la sua professionalità.

ESENZIONE IMU PER TRIVELLE IN MARE E’ NUOVA VERGOGNA NAZIONALE

idealGOVERNO VARA “CONDONO” PER L’ACCOPPIATA ENI-EDISON: PERSI FINO A 200 MILIONI DI EURO OGNI ANNO

SOLO PER CONTENZIOSO SU VEGA “A” ADDIO A 30 MILIONI DI EURO

Con La Risoluzione n. 3/DF del 1° giugno 2016 il Ministero delle Finanze ha di fatto esentato per il futuro i proprietari delle piattaforme in mare dal pagamento dei tributi locali; ciò in quanto assenti in Catasto.

Il che è tre volte vergognoso.

Punto primo: dopo il verdetto 3618 con cui la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Eni al pagamento di circa 33 milioni di euro al Comune di Pineto a titolo di ICI, il Ministero ha messo le mani avanti “aggiustando” la norma a beneficio delle due società petrolifere che hanno beneficiato più di tutte della proroga sine die delle concessioni entro le 12 miglia, introdotta con la Legge di Stabilità del 2016 ed oggetto del referendum del 17 aprile.

Punto secondo: mentre le famiglie e le imprese italiane subiscono una pressione fiscale che è giunta al livello record del 44%, attraverso un condono mascherato il Governo ha accordato un ingiusto privilegio ai soliti intoccabili. Il 16 giugno, quindi, mentre milioni di italiani verseranno il primo acconto per l’IMU 2016, pochi privilegiati non saranno più tenuti a farlo.

Punto terzo: le oltre 100 piattaforme off shore avrebbero portato ogni anno nelle casse dei Comuni dai 100 ai 200 milioni di euro, spettanze arretrate a parte. Da oggi in avanti il gettito sarà pari a zero.

Sono numerosi i Comuni che hanno contenziosi aperti per diversi milioni di euro (per citarne alcuni, Scicli, Torino di Sangro, Termoli, Porto S. Elpidio, ecc.) ma sarebbero stati molti di più senza il provvidenziale salvagente del Governo.

E’ chiaro che il caso di Pineto avrebbe rappresentato un pericoloso precedente per altre amministrazioni locali sul cui territorio insistono collegamenti stabili (oleodotti e gasdotti) con le piattaforme off shore: di qui la scelta del Ministero delle Finanze che è intervenuto cambiando le regole a partita in corso.

Solo per Vega A, Eni ed Edison hanno -o meglio, dopo la risoluzione del Ministero, avevano- un conto di oltre 30 milioni di euro da regolare con il Comune di Scicli.

Solo Edison ne aveva un secondo da 9 milioni con il Comune di Porto Sant’Elpidio ed terzo da 11 milioni con quello di Termoli; in questo caso aveva provveduto perfino a pagare quanto dovuto “ancorché in via provvisoria in pendenza di giudizio”.

Con il condono voluto dal Governo, di tutto questo è stato fatto tabula rasa.

Eni ed Edison sentitamente ringraziano.

Roma, 4 giugno 2016

Coordinamento Nazionale No Triv

PERCHE’ DOBBIAMO VOTARE SI’ AL REFERENDUM NO TRIV DEL 17 APRILE

SI1) CON I QUESITI REFERENDARI ABBIAMO GIA’ OTTENUTO RISULTATI IMPORTANTI, ADESSO FACCIAMO UN ALTRO PASSO

L’esecutivo del governo Renzi per mesi ha fatto di tutto (a livello lecito e sottobanco, mettendo in campo un mix di strumenti normativi e di ricatti basati su logiche di scambio) per evitare ad ogni costo che si potesse giungere a questo importante appuntamento referendario. La determinazione con cui l’attuale compagine governativa, in maniera a volte subdola e/o sfacciatamente vergognosa, ha finora perseguito la finalità di ostacolare l’idea stessa che milioni di italiani potessero dire la loro in materia di perforazioni per la prospezione, ricerca, coltivazione di idrocarburi, ha infatti aspetti davvero grotteschi, come il ricorso alla Legge di Stabilità per eludere principi e prassi decisorie che fino a poco tempo fa sembravano inderogabili pilastri del cosiddetto “Sblocca Italia”.

E’ il caso della scomparsa “per magia”, tramite semplice emendamento, dei principi di “strategicità, indifferibilità, urgenza, pubblica utilità”, che rappresentavano l’anima stessa del decreto legge “Sblocca Italia” (poi Legge n 164/2014).

E’ il caso della titolarità all’esproprio già prima dell’esito delle attività di prospezione e ricerca, così come della facoltà di assoggettare quote considerevoli di territorio per costruire infrastrutture funzionali agli impianti ed alle attività di trasformazione e trasporto degli idrocarburi al di fuori delle aree di concessione.

E’ altresì il caso dell’abolizione del diritto di decisione da parte dello stesso presidente del consiglio, al termine di tempi ristretti e di un iter che esclude l’intesa “in senso forte” tra Stato ed Enti locali in sede di Conferenza dei Servizi. Lo stesso Piano delle Aree (dove le Companies potrebbero avanzare richieste o meno) è stato semplicemente cancellato, così lasciando alle multinazionali la facoltà non solo di continuare ad avanzare richieste di permessi e concessioni in modo selvaggio e senza criteri condivisi da Enti locali e territori, ma addirittura concedendo loro la facoltà di avvalersi di un doppio regime legislativo per l’ottenimento dei titoli.

Insomma, di 6 quesiti referendari ammessi il Novembre scorso dalla Corte di Cassazione, la Corte Costituzionale ne ha salvato solo uno, a seguito appunto degli emendamenti in Legge di Stabilità, che pur assorbendo 3 dei quesiti proposti, ne lasciava elusi altri due, attualmente impugnati per “conflitto di attribuzione” da sei delle 10 Regioni che avevano depositato i quesiti a Settembre. Ad oggi si attende il provvedimento di ammissibilità il prossimo 9 Marzo.


2) LE CONDIZIONI PER DARE UNA SPINTA CONTRO IL FOSSILE SONO FAVOREVOLI

Chi da anni avverte il peso sulla propria vita, sulla propria pelle, nel condizionamento delle scelte economiche, in quanto vive e lavora a ridosso di centri oli, raffinerie, hub portuali, pozzi petroliferi, centri e/o pozzi di stoccaggio di petrolio e di gas; quanti vivono con sotto i piedi oleodotti e gasdotti; quanti bevono e coltivano la terra con acque provenienti da falde inquinate da centinaia di sostanze chimiche, da metalli pesanti, da idrocarburi; i pescatori, i lavoratori del settore turistico/alberghiero, oggi non si chiedono SE appoggiare questo referendum, ma COME continuare ad accumulare forza sociale e politica per voltare pagina, per chiudere con leucemie, tumori, avvelenamento di acqua, aria, suolo, cibo, per andare finalmente oltre il modello energetico fondato sulle fossili.

La combinazione, negli ultimi mesi, della campagna planetaria di pressione dal basso verso i lavori della conferenza internazionale sul clima a Parigi (COP 21), con la forte sensibilizzazione provocata dalla lettera enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”, ha fatto da detonatore per le lotte territoriali contro le grandi opere, in un contesto internazionale di accelerazione dell’iniziativa bellica, di forte e veloce cambiamento degli assetti geopolitici, mentre resta perdurante la tendenza al ribasso storico del costo unitario di produzione del barile.


3) IL VOTO DEL 17 APRILE FAVORISCE UNA GRANDE COALIZIONE SOCIALE PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ENERGETICA FONDATA SULLE RINNOVABILI PULITE

Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana.

Lo sanno bene le centinaia di comitati e di associazioni, i comitati che lottano contro le piattaforme a mare, così come contro la Tap, contro le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, contro centrali e pozzi di stoccaggio che provocano sismicità indotta per decreto ministeriale, contro le raffinerie che emettono sostanze nocive, contro i depositi di stoccaggio a rischio di incidente rilevante e di inquinamento della falda; lo sanno i produttori ortofrutticoli, gli allevatori, così come le reti per l’opzione Combustione Zero Rifiuti Zero. Se alle centinaia di associazioni a carattere nazionale si sono aggiunti i comitati No Tav della Val di Susa, così come il Forum nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom, non è certo in virtù di una squallida operazione di sommatoria aritmetica delle piccole convenienze locali.

Di certo chi conosce gli equilibri sociali, politici, culturali, economici, di chi gestisce (tra l’altro senza mandato elettorale!) le sorti di circa 60 milioni di italiani, sa bene che il referendum “questo referendum”, rappresenta la porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia ed il gioco sporco che il governo Renzi sta conducendo con estrema arroganza e sicumera in nome della TTIP, delle lobbies inceneritorie, finanziarie, delle multinazionali, o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, affermazione del valore d’uso attraverso esercizio diffuso, decentrato e diretto, dal basso, di più democrazia. Non abbiamo scelto noi il quesito su cui far convergere, in questa delicata fase di transizione autoritaria e centralizzatrice dei poteri, l’intelligenza e la potenza delle reti del conflitto e della proposta per quello che fino a pochi anni or sono si definiva comunemente “un altro mondo è possibile!”.

Abbiamo comunque uno strumento di convergenza comune, una tabella che indica con chiarezza il percorso praticabile. Sappiamo bene che ci attende un percorso duro ed irto di ostacoli, ma dobbiamo essere fieri di quanto siamo riusciti a fare finora; ancor più di quanto stiamo facendo, senza smettere di essere ambiziosi! Portare al voto 26 milioni di italiane/i (tanti ne occorrono per il quorum!), sapendo tra l’altro che i sondaggi danno il Sì al 40% (nemmeno per lo scorso referendum su Acqua Pubblica e Nucleare a Febbraio davano tanto!), vuol dire sintonizzarsi fraternamente, solidarizzare, crescere concentrandosi sull’obiettivo. Vuol dire mettere a disposizione non un freddo dispositivo di propaganda, ma attivare un sentire comune, attivare saperi e progettualità essenziali per la sfida della transizione.

La transizione alle rinnovabili pulite non può essere una delega in bianco alla miglior convenienza delle lobbies energetiche. E’ anzitutto controllo consapevole esercitato dal basso in condizioni di condivisione e di formazione/autoformazione costante; è espropriazione del monopolio alienato della scienza e pratica della soddisfazione a misura di bisogni collettivi individuati.


4) LA SPINTA REFERENDARIA COSTRINGE MOLTE COMPAGNIE A RINUNCIARE

Soltanto fino a poche settimane fa sarebbe stato azzardare immaginare che, dopo la pioggia di richieste di permessi, alcune compagnie potessero abbandonare il campo. La spinta referendaria, letta come recepimento formale di una pressione materiale costante e crescente dovuta ai crescenti cicli di lotta sviluppatisi nell’intero paese, in terra ed in mare, ha creato, contrariamente ai servili desiderata dell’esecutivo centrale, un quadro di forte incertezza normativa. Adesso è un fatto che il governo ha dovuto emanare un apposito decreto di azzeramento per il permesso in Adriatico “Ombrina mare due” della Rockhopper, una delle più discusse e controverse concessioni a mare, che nonostante ripetute mobilitazioni di massa, ricorsi, leggi regionali, sembrava ineluttabilmente in fase di avvio operativo.

Stessa sorte per l’odiato permesso chiesto dalla compagnia Petroceltic di fronte alle isole Tremiti; per un permesso della Appennine Energy nello Jonio, dove inoltre, in questi giorni, la Shell abbandona i giacimenti nel golfo di Taranto, inviando al Ministero dello Sviluppo Economico la lettera con cui rinuncia al permesso di cercare il petrolio nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria, con le istanze riguardanti i due permessi di ricerca d7482fr-sh e d7482fr-sh.


5) I TERRITORI CONTINUANO A CONTARE

In pochi mesi il processo messo in atto dalla strategia referendaria ha consentito di ottenere un vero e proprio capovolgimento dell’impianto centralizzatore e decisionista del famigerato “Sblocca Italia”. Un primo banco di prova riguarda il recupero delle competenze regionali nelle procedure di Via per il progetto di movimentazione e stoccaggio di petrolio e di gas a Taranto, in Puglia, provenienti dal nuovo Centro Oli di “Tempa Rossa”, in Basilicata, e destinati alla raffinazione off shore.

La giunta regionale pugliese torna, grazie all’assorbimento dei quesiti referendari negli emendamenti alla Legge di Stabilità, ad avvalersi di poteri e competenze, mentre i cittadini ed i movimenti dispongono nuovamente di un importante interlocutore istituzionale, che nel peggiore dei casi potrà essere destinatario di azioni di conflitto e di pressione. Come ai tempi delle mobilitazioni per sollecitare le amministrazioni comunali a deliberare per chiedere ai rispettivi presidenti di giunta regionale l’impugnazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia, il referendum agisce da esplicito catalizzatore motivazionale all’azione deliberante di giunte e consigli comunali contro numerose richieste di permessi, come sta accadendo in diversi comuni campani e lucani in questi giorni, dove sono i sindaci a convocare esponenti di comitati No Triv e movimenti a loro sostegno.


6) RENZI TEME LA DEBACLE PER LE “SUE” RIFORME ISTITUZIONALI

Abbiamo poco tempo per riuscire ad incidere in modo adeguato ed efficace. Il Governo, obbligato a stabilire una data per la celebrazione del referendum No Triv, non a caso sceglie la prima domenica utile per legge. Oltre a sacrificare senza batter ciglio l’equivalente dell’ammontare annuale delle royalties (non meno di 350 milioni di Euro!), pur di evitare l’election day, sta tentando di sabotare i tempi per il normale dispiegamento di una campagna elettorale degna di questo nome. In realtà il presidente del Consiglio non vuole che la strada per il referendum confermativo istituzionale, stabilito ad Ottobre 2016, tra cui la revisione del Titolo V della Costituzione (di cui lo Sblocca Italia è una sostanziale anticipazione), possa in alcun modo essere ostacolato da altri fenomeni di grande catalizzazione del dissenso.

Il referendum del 17 Aprile rappresenta in realtà un potente momento di accumulo positivo di energie sociali, di saperi, di creatività, di veloce incremento di relazioni operative tra reti consolidate.

Lo stesso Renzi ha più volte dichiarato che in caso di sconfitta del “suo” referendum istituzionale abbandonerebbe il suo ruolo attuale e la stessa politica. Allora, diamo una mano al campione del decisionismo neoliberista a lasciare campo libero ad una grande coalizione per il bene comune! Il quadro è quindi complesso e dinamico. Gli elettori hanno voglia e necessità, dopo anni di lotte, di potersi esprimere non solo nel merito dei quesiti ammessi, ma dell’intera Strategia Energetica Nazionale. Raggiungere il quorum in tempi così brevi e sapendo coinvolgere vittoriosamente 26 milioni di cittadine/ italiane/i, significherebbe saper guidare dal basso un intero processo di trasformazione sociale e politica di un paese ammuffito ed intristito da una crisi asfittica, con effetti trascinanti anche per le lotte di altri paesi europei.

IL GOVERNO NON RIESCE AD EVITARE IL REFEREMDUM NO TRIV SUL MARE. ORA, SUI DUE QUESITI RIMASTI INSODDISFATTI, SI PROMUOVA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINNANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE

platMatteo Renzi non riesce a evitare il referendum sul petrolio. Almeno il quesito sulle estrazioni in mare ha motivo di svolgersi. Lo stabilisce l’ordinanza che la Cassazione ha adottato oggi (ieri ndr) alla luce delle modifiche volute dal Governo e approvate dal Parlamento nella legge di stabilità prima della pausa natalizia.

“È un ulteriore passo in avanti”, dichiara Enzo Di Salvatore, costituzionalista del fronte contrario alle trivelle. ” E questo prova che i dubbi che il Coordinamento Nazionale No Triv nutriva sulle reali intenzioni del Governo sul mare fossero fondati”.

E ora parte la battaglia anche sui quesiti referendari di fatto respinti dalla Cassazione. L’obiettivo finale è ottenere che la Corte Costituzionale, chiamata dire l’ultima parola sui referendum la settimana prossima, bocci le modifiche apportate dal Parlamento sulle norme in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Per fare questo, però, occorre che le Regioni sollevino un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Insomma, la questione non è affatto chiusa, nonostante tutti gli sforzi del governo per modificare la normativa in modo da evitare il braccio di ferro referendario […] La Cassazione aveva dinanzi a sé due strade: chiudere la stagione referendaria oppure trasferire il referendum sulla nuova normativa varata con la legge di stabilità. In risposta, la suprema corte – che prima delle modifiche parlamentari aveva ammesso tutti i sei quesiti – ha confermato il suo ok sulla richiesta di referendum sulle estrazioni in mare, bocciando tutte le altre. Una questione che riguarda non solo’Ombrina mare’, attività di ricerca e trivellazioni al largo dell’Abruzzo sospesa dal governo solo per un anno e comunque fino al rilascio della concessione ancora mancante. “Un bluff”, sottolineano dal comitato ‘No triv’. Il referendum sulle trivellazioni in mare, anche entro le 12 miglia dalla costa, riguarda anche altri progetti al largo dell’Emilia Romagna, nel golfo di Taranto, in Sicilia. Dunque un casus belli non da poco.

Ma sugli altri quesiti bocciati il comitato ‘No triv’ non si dà per vinto. “La decisione della Cassazione sulle proroghe dei titoli già concessi e sulla questione del piano estrazioni ci lascia insoddisfatti”, spiega Di Salvatore all’Huffington Post. Su questi due temi “l’idea è di sollevare un conflitto di attribuzione – continua – per trascinare in giudizio il Parlamento perché le modifiche apportate al decreto Sblocca Italia (che decide sulle estrazioni, ndr.) attraverso la legge di stabilità restano elusive. E su questo si può pronunciare la Corte Costituzionale: se la Corte le annulla rivivono le norme sulle proroghe e sul piano e dunque si può andare a referendum anche su questo, visto che la Cassazione aveva già dato il suo ok a fine novembre”.
La prossima settimana sarà la Corte Costituzionale a decidere.

ARTICOLO ORIGINALE DI ANGELA MAURO, PER HUFFINGTON POST ITALIA: LA CASSAZIONE BOCCIA RENZI, AMMESSO IL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI IN MARE


 

ALCUNE PRECISAZIONI SUL REFERENDUM NO TRIV DOPO LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE – FACCIAMO CHIAREZZA : Una nota di Enzo Di Salvatore

I quesiti referendari erano SEI:

TRE QUESITI sono stati soddisfatti con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità 2016: il Parlamento ha accettato di modificare le norme sulla strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere. Questo costituisce un innegabile successo, in quanto la dichiarazione di strategicità delle opere avrebbe comportato il dimezzamento dei termini processuali nei ricorsi e una disciplina poco garantista per gli enti territoriali circa la loro partecipazione ai lavori della conferenza di servizi. Cancellata è anche l’assurda previsione del “vincolo preordinato all’esproprio” già a partire dalla fase della ricerca degli idrocarburi: con ciò il diritto di proprietà del privato è salvo. Il Parlamento ha inoltre accettato di cancellare quelle norme che consentivano al Governo di sostituirsi alle Regioni in caso di mancato accordo sui progetti petroliferi e sulle infrastrutture necessarie alla realizzazione di tali progetti: oggi non è più possibile arrivare ad una decisione sui progetti petroliferi se non aprendo una trattativa con le Regioni.
UN QUESITO è stato riammesso dalla Cassazione: si tratta del quesito sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le 12 miglia. Il Parlamento ha accettato di modificare la norma del codice dell’ambiente, che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, prevedendo, però, che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza e senza chiarire che i procedimenti in corso dovessero ritenersi definitivamente chiusi e non solo sospesi. La Cassazione ammette che la modifica del Parlamento non soddisfa la richiesta referendaria, in quanto non corrisponde alle reali intenzioni dei promotori del referendum. Aver riammesso il quesito comporterà che, in caso di esito positivo del referendum, occorrerà rispettare la volontà dei cittadini, e cioè: 1) dall’abrogazione referendaria deriverà un vincolo per il legislatore che non potrà rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia; 2) dall’abrogazione referendaria deriverà l’obbligo per la pubblica amministrazione (il ministero dello sviluppo economico) di chiudere definitivamente i procedimenti in corso, finalizzati al rilascio dei permessi e delle concessioni.
DUE QUESITI restano ancora insoddisfatti e rispetto ad essi c’è ancora spazio per promuovere un ricorso davanti alla Corte costituzionale: si tratta del quesito relativo alla durata dei permessi e delle concessioni e del quesito sul “piano delle aree”.

In relazione alla durata dei titoli: la Cassazione ha dichiarato che non si debba più procedere a referendum. Ma questa decisione nasce da una errata interpretazione delle norme. La Cassazione, infatti, non spiega perché mai la proroga della durata dei permessi e delle concessioni costituisca un problema per la ricerca e le estrazioni in mare (e che quindi si debba andare a referendum), mentre non costituisce un problema per la ricerca e le estrazioni in terraferma (e che quindi non si debba andare a referendum). La decisione è contraddittoria e non pone rimedio all’elusione della proposta referendaria. Per quanto riguarda il piano delle aree, la decisione della Cassazione non poteva, forse, essere diversa: i promotori del referendum davano per scontato che il “piano delle aree” fosse cosa buona e giusta perché dal 1927 ad oggi il rilascio dei permessi e delle concessioni è sempre avvenuto in modo – per così dire – “selvaggio”, e cioè senza una pianificazione. In Italia si può cercare ed estrarre praticamente ovunque, senza che si tenga conto del fatto che esistono aree interessate da agricoltura di pregio, aree di interesse naturalistico, aree fortemente antropizzate, e così via. Il piano avrebbe dovuto stabilire dove fosse possibile (e dove no) cercare ed estrarre. Lo Sblocca Italia prevedeva, tuttavia, che il piano dovesse essere elaborato dal ministero dello sviluppo economico con la partecipazione fittizia degli enti locali e delle regioni e che, in attesa dell’elaborazione del piano, fosse possibile rilasciare permessi e concessioni. La proposta referendaria mirava: 1) a cancellare la partecipazione fittizia delle regioni e degli enti locali alla elaborazione del piano; 2) a vietare il rilascio di nuovi permessi e di nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato il piano. Ebbene, il Parlamento ha soppresso la norma che prevedeva il piano e, in questo modo, è caduto anche il quesito referendario: non c’è più l’oggetto sul quale far votare i cittadini.

Per questa ragione è assolutamente urgente recuperare il quesito sul piano delle aree. E per farlo occorre che I DELEGATI DELLE REGIONI CHE HANNO PROMOSSO IL REFERENDUM PROMUOVANO ORA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DINANZI ALLA CORTE COSTITUZIONALE NEI CONFRONTI DEL PARLAMENTO.
Se la Corte ammetterà il conflitto e deciderà che vi è stata effettivamente elusione dei quesiti sulla durata dei titoli e sul piano, la sua decisione sarà in condizione di annullare le modifiche del Parlamento su questi due punti. Ciò vuol dire che rivivranno le norme sulle quali era stato proposto il referendum e, a quel punto, il referendum si potrà celebrare su TRE QUESITI: IL MARE, LA DURATA DEI PERMESSI E DELLE CONCESSIONI E IL PIANO DELLE AREE.

MINARE IL REFERENDUM E RILANCIARE L’ATTIVITA’ PETROLIFERA (FOCUS SUL PIANO DELLE AREE)

CON LA LEGGE DI STABILITA’ 2016 IL GOVERNO HA ELIMINATO IL “PIANO DELLE AREE”: ECCO COME E’ ANDATA E PERCHE’

stabavatA fine 2014 il Governo inseriva nello Sblocca Italia, mediante una specifica disposizione contenuta nella Legge di Stabilità 2015, la previsione di uno strumento di programmazione e razionalizzazione delle aree da destinare alle attività “petrolifere”, rispondente alla necessità di armonizzare le scelte riguardanti nuovi progetti Oil&Gas con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che interessano i singoli contesti regionali.
Non bisogna dimenticare, infatti, che in una delle prime bozze dello Sblocca Italia, seguendo una logica avulsa da qualsiasi disegno programmatico, il Governo aveva previsto che potessero essere aperte alle attività estrattive persino il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno e l’area marina delle Isole Egadi.
Nelle intenzioni dei proponenti il varo di un Piano delle Aree avrebbe dovuto costituire un argine, seppur debole, a quegli imprevedibili cambi di rotta da parte del Governo di turno.

Questo era il comma 554, dell’Art. 1, inserito nella Legge 190/2014 (Legge di Stabilità 2015, in vigore dal 1 gennaio 2015):
554. All’articolo 38 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, il comma 1-bis e’ sostituito dal seguente: «1-bis. Il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, predispone un Piano delle Aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano, per le attività sulla terraferma, è adottato previa intesa con la Conferenza Unificata. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione».

L’articolo 1, comma 554, inserito nel corso del passaggio in Senato, richiedeva l’Intesa delle Regioni interessate nella definizione – da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, sentito il Ministero dell’Ambiente – di un Piano delle Aree in cui consentire le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale.
In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, peraltro, gli atti sarebbero stati rimessi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi sarebbero stati rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione.

Dopo le opportune valutazioni “necessarie” dello Stato, anche rispetto alla generalità dei giusti vincoli incidenti sulla sua elaborazione, il Piano avrebbe ridotto lo spazio nazionale destinato all’Oil & Gas, razionalizzando le aree destinate allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi sia in terraferma che in mare. Pertanto all’approvazione del Piano sarebbe stata subordinata la possibilità di richiedere i nuovi titoli concessori unici introdotti con lo Sblocca Italia.

Nel novembre del 2015, a circa un anno di distanza dalla conversine in legge dello Sblocca Italia, dopo il positivo pronunciamento della Corte Cassazione sui 6 quesiti depositati, entra nel vino l’azione referendaria No Triv.

Il Governo è costretto ad intervenire in anticipo per scongiurare la consultazione popolare e, con essa, gli effetti politici e normativi di una sconfitta del fronte governativo/petrolifero. Secondo l’Esecutivo il referendum e, con esso, il Piano delle Aree, andava sabotato!

E così il 13 dicembre 2015 negli emendamenti alla Legge di Stabilità 2016 vengono inserite “alla lettera” le abrogazioni proposte col referendum No Triv ma con integrazioni ed abrogazioni -non richieste- di alcune disposizioni oggetto di prossimo referendum. A meno di 30 giorni dall’inizio dell’esame dei quesiti da parte della Corte Costituzionale, il Governo interviene a gamba tesa sull’oggetto del contendere, apre la strada a rischiose ambiguità normative e, “soprattutto”, svincola le istanze delle multinazionali dai limiti della pianificazione che avrebbe dovuto essere messa a punto con il Piano delle Aree.
Negli emendamenti del Governo, presentati domenica 13 dicembre 2015 alla Camera-Commissione Bilancio, sottoposti poi al Senato “senza voto di fiducia” prima del passaggio “blindato” alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva della Legge di Stabilità 2016, il comma 1 bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia scompare definitivamente e, con esso, il “Piano delle Aree”.

L’intervento del Governo è inaccettabile: il Coordinamento Nazionale No Triv mette a disposizione del Parlamento il testo di sub-emendamenti correttivi per far sì che gli obiettivi del referendum vengano rispettati integralmente e non stravolti dalle disposizioni inserite in Legge di Stabilità.

Il 19 dicembre 2015 si votano alla Camera gli ultimi due emendamenti correttivi No Triv presentati e sostenuti da parte dei parlamentari presenti. Pur richiedendo ed ottenendo la votazione per parti separate, in modo da evitare mancate convergenze dell’aula e da “costringere” i parlamentari a prendere posizione su ogni singolo punto, la Camera respinge: su 440 votanti, 347 deputati si esprimono contrariamente al mantenimento della previsione del “Piano delle Aree”, sostenendo così l’emendamento governativo e l’abrogazione integrale del comma 1-bis/art. 38 dello Sblocca Italia.

Questo l’emendamento No Triv – sottoposto ai deputati e bocciato dal voto in Aula – per il mantenimento del Piano delle Aree, con tanto di previsione di compartecipazione Stato/Regioni alla sua redazione:
«1-bis. La Conferenza Stato Regioni, su proposta del Ministero dello Sviluppo Economico sentito il Ministero dell’Ambiente, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività di cui al comma 1. Il piano di cui al primo periodo è adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare».


 

FOCUS SINTETICO: IL “PIANO DELLE AREE”

A cosa serve un Piano delle Aree per le attività “petrolifere”?
Ad evitare, ad esempio, che in futuro possano essere ripensate alcune scelte che hanno risparmiato dall’assalto delle trivelle alcuni tra i luoghi più suggestivi e fragili della Penisola; ad esempio, il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno, l’area marina delle Isole Egadi che, secondo una delle prime bozze dello Sblocca Italia, avrebbero potuto ospitare attività estrattive.
Come già accaduto, ad esempio, per il Golfo di Taranto, in assenza di un Piano delle Aree elaborato con la partecipazione fattiva e non di facciata delle Regioni, le aree finora interdette alle attività Oil & Gas e, più complessivamente, quelle di maggior pregio paesistico, naturalistico, economico (es: aree destinate a colture di pregio) potrebbero finire un giorno, per semplice decreto, sotto le grinfie delle compagnie petrolifere.
Non si comprende poi la ragione per cui per le sole attività petrolifere il Governo abbia avvertito la necessità di abrogare, in perfetta solitudine, questo delicato strumento di pianificazione mentre invece, per le energie rinnovabili, esistano dal 2010 (Governo Berlusconi) Linee Guida, licenziate dal MISE di concerto con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e preventivamente discusse ed approvate dalla Conferenza Unificata, allo scopo di “facilitare un contemperamento fra le esigenze di sviluppo economico e sociale con quelle di tutela dell’ambiente e di conservazione delle risorse naturali e culturali nelle attività regionali di programmazione ed amministrative”.
Se esistono Linee Guida -sovente disattese per installazioni multimegawatt- per gli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a maggior ragione dovrebbe essere reintrodotto un strumento di pianificazione per attività intrinsecamente insostenibili.

Quale avrebbe potuto essere l’utilità del Piano delle Aree?
Nelle intenzioni del legislatore il Piano delle Aree avrebbe dovuto funzionare da strumento di regolamentazione, programmazione e razionalizzazione delle attività estrattive nel nostro Paese. Come noto, il Piano non ha mai visto la luce e la sua stessa previsione è stata abrogata dal Parlamento in base ad un emendamento alla Legge di Stabilità 2016 presentato dal Governo.
Attraverso un processo decisionale in cui sarebbero state rese partecipi le Regioni ma in cui l’ultima parola sarebbe toccata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’interno delle aree teoricamente aperte alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio sarebbero state individuate le aree per le quali non avrebbero potuto essere avanzate istanze di alcun genere.
Il quesito referendario no triv n. 2 mira a rafforzare il ruolo delle Regioni, ad estendere la previsione del Piano anche al mare, entro ed oltre il limite delle 12 miglia, e a ribadire il concetto che in assenza di Piano non può essere richiesto e rilasciato alcun titolo secondo le modalità previste dallo Sblocca Italia.

Quali risultati concreti ha prodotto la previsione del Piano delle Aree?
Per stessa ammissione di alcuni operatori del settore, il Piano delle Aree e la connessa regolamentazione delle attività estrattive non sono mai stati presenti nell’elenco delle richieste avanzate al Governo dalle compagnie petrolifere. E infatti, non essendo mai stato approvato, l’aver previsto il Piano ha di fatto impedito la richiesta di titoli secondo le norme particolarmente favorevoli dello Sblocca Italia.
A richiedere, un anno fa, la previsione del Piano delle Aree furono alcune Regioni (Basilicata in testa) interessate a recuperare, seppur in minima parte ed in posizione di subalternità, il loro potere di decisione azzoppato dallo Sblocca Italia.
Fu quello il principale se non l’unico risultato ottenuto dai fautori della linea del dialogo con il Governo in luogo di quella dello scontro nelle aule dei tribunali. Ad un anno di distanza la risposta del Governo non si è fatta attendere: quello strumento, seppur imperfetto ma funzionale allo stop momentaneo delle richieste di istanze, è stato abrogato.

Cosa era subordinato all’approvazione del Piano delle Aree? Perché tanta attenzione da parte del Governo?
Il rilascio di nuovi titoli minerari. Le norme abrogate con la Legge di Stabilità 2016 prevedevano che nelle more dell’adozione del Piano i titoli abilitativi potessero essere rilasciati unicamente sulla base delle norme vigenti prima del 1° gennaio 2015.
L’abrogazione della obbligatorietà del Piano delle Aree era condizione necessaria per lo sviluppo di nuovi progetti nell’Oil&Gas. Il Governo ha pensato bene di andare in questa direzione, favorendo così chi ancora crede ed investe nello sviluppo delle energie fossili nel nostro Paese.

Quali erano i limiti della normativa sul Piano delle Aree (comma 554 art 1 Legge di Stabilità 2015) ora abrogata?
La debolezza dei meccanismi di partecipazione delle Regioni alle decisioni riguardanti la formulazione del Piano riguardante -ecco un secondo limite- unicamente le attività sulla terraferma. In caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, era previsto che dovesse cessare qualsiasi confronto tra Stato e Regioni e che l’ultima parola spettasse comunque al Governo.

Cosa si voleva e si vuole ottenere con il quesito referendario n. 2?
Superare i limiti della normativa sul Piano delle Aree.
Conferire maggiori poteri alle Regioni nella definizione del Piano e, quindi, nella individuazione delle aree, sia su terraferma sia in mare anche oltre il limite delle 12 miglia, da sottrarre alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio.
E’ inaccettabile e grave che una Regione non possa partecipare, in posizione di parità rispetto allo Stato, alla determinazione di scelte che necessariamente interferiscono con le politiche energetiche, di governo del territorio e di tutela dell’ambiente che la interessano ed investono direttamente.
Scopo dell’abrogazione referendaria era ed è ancora quello di lasciar esprimere la Conferenza unificata sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e, per altro verso, di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’Intesa, il Governo possa far ricorso all’esercizio del potere sostitutivo.
Il quesito, infine, riguarda anche la disciplina transitoria introdotta dalla legge di stabilità 2015, in base alla quale – nelle more dell’approvazione del Piano – il rilascio dei titoli abilitativi sarebbe consentito sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia.
Eliminando per via referendaria questa disposizione si avrebbe, per un verso, che le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi già autorizzate continuino ad essere esercitate e, per altro verso, però, che fino all’adozione del Piano non possano essere rilasciati nuovi titoli.

Cosa ha fatto il Governo con la Legge di Stabilità 2016?
Avendo fiutato il pericolo di trovare un ostacolo nell’ostruzionismo delle Regioni nell’approvazione del Piano e, quindi, di non poter rilasciare nuovi titoli, ha sciolto il nodo referendario “a monte”: anziché modificare la normativa ripristinando il rispetto del principio di leale collaborazione, ha abrogato la previsione del Piano in modo da impedire stabilmente alle Regioni di interferire nella individuazione delle aree del territorio nazionale da interdire alle attività estrattive.
Inoltre, essendo venuta meno la previsione del Piano, ha rimosso uno dei principali impedimenti al rilascio di nuovi titoli.
L’abrogazione voluta dal Governo e votata dal Parlamento ha il chiaro obiettivo di sabotare il referendum e di superare l’empasse in cui lo stesso Governo si era cacciato con le modifiche allo Sblocca Italia introdotte nella Legge di Stabilità 2015.
In sintesi, segna indiscutibilmente un punto importante a favore delle trivelle.

30 dicembre 2015

DOWNLOAD: FOCUS SINTETICO SULL’ELIMINAZIONE DEL PIANO DELLE AREE AREE

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REFERENDUM NO TRIV E LEGGE STABILITA’: FACCIAMO IL PUNTO

idealIn attesa della pubblicazione della Legge di Stabilità 2016 sulla Gazzetta Ufficiale e della preannunciata Circolare MISE che andrà a chiarire taluni aspetti della nuova disciplina dei procedimenti in corso relativi ad istanze di ricerca e concessione di coltivazione off shore entro le 12 miglia marine, è possibile tracciare un primo bilancio provvisorio della campagna referendaria no triv avviata la scorsa estate da oltre 200 associazioni, movimenti e comitati, che ha spinto ben 10 Assemblee elettive regionali a deliberare la richiesta di referendum.
Dopo aver superato indenni il controllo di regolarità della Corte di Cassazione, il 13 gennaio prossimo i 6 quesiti saranno al vaglio della Corte Costituzionale che dovrà pronunciarsi sulla loro ammissibilità anche alla luce di una serie di norme che il Governo ha inserito con apposito emendamento nella Legge di Stabilità 2016 sotto la minaccia incombente del referendum.
Per valutare a pieno le immediate ricadute della Legge di Stabilità sul futuro energetico del nostro Paese, bisognerà attendere la richiamata circolare del MISE. Tuttavia, una volta entrate in vigore, le modifiche normative approvate dal Parlamento determineranno comunque un punto a favore della battaglia no triv; produrranno risultati certi, ancorché molto parziali e non appaganti, che vanno ascritti per intero alle capacità di intuizione, elaborazione e mobilitazione di quanti hanno individuato nel referendum lo strumento più efficace e immediato per cogliere obiettivi mai ottenuti per altra via se non, una volta sola, per concessione del Governo Berlusconi a seguito del disastro della Deepwater Horizon nel 2010.
Secondo dati del Ministero diffusi da “La Staffetta Quotidiana” (v. anche tavole) e secondo unanime opinione espressa da media ed analisti, la pressione referendaria ha prodotto la sospensione di numerosi procedimenti autorizzativi; in particolare di:

– 15 istanze di ricerca di cui 3 hanno avuto già una V.I.A. favorevole da parte del Ministero dell’ambiente, 11 hanno il procedimento di VIA in corso ed 1 deve ancora ottenere il parere da parte della CIRM. Attualmente sono in corso ben 41 istanze di permesso in mare;
– 8 istanze di concessione di coltivazione. Ben 5 di queste si trovano completamente all’interno della zona interdetta; 6 sono in corso di VIA, 1 in fase CIRM e di 1 (Ombrina Mare) si attende la pubblicazione del relativo decreto di concessione;
– 4 istanze di permesso di prospezione; tra queste spiccano le 2 della Spectrum Geo, sui cui si pronuncerà il TAR Lazio nel corso del 2016 a seguito del ricorso presentato dalla Provincia di Teramo e da alcuni Comuni abruzzesi e marchigiani.

1Con la Legge di Stabilità, che recepisce formalmente 3 dei 6 quesiti referendari, vengono meno i caratteri di “strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere” ed il “vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata”, prevista dallo Sblocca Italia già a partire dalla fase di ricerca degli idrocarburi.
Prendendo ad esempio una delle 55 istanze di ricerca su terraferma in corso, la “Corropoli”, rimasta incagliata nelle secche del rilascio dell’Intesa, se nel 2004 il soggetto proponente avesse potuto avvalersi dell’opportunità prevista nell’art. 38 comma 1 dello Sblocca Italia, avrebbe richiesto senz’altro il rilascio del titolo unico concessorio e l’esproprio dell’intera area interessata dall’istanza, pari a 172 kmq., fin dalla fase della ricerca.
Si deve alla spada di Damocle del referendum se oggi pericoli simili possano dirsi momentaneamente scampati.
2Infine, per evitare nell’immediato uno scontro istituzionale che sarà comunque inevitabile tra qualche mese in occasione del referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il Governo ha ripristinato il principio di leale collaborazione con le Regioni che, come nel recente passato, sono nuovamente chiamate ad esprimere un’Intesa “forte” sul rilascio dei titoli minerari.
Grazie alla minaccia del referendum, l’Intesa torna ad essere atto a struttura bilaterale, non più nella sola disponibilità dello Stato.
Appena un anno fa numerose Regioni si apprestavano a presentare ricorso alla Corte Costituzionale contro l’art 38 comma 1 dello Sblocca Italia e contro la Legge di Stabilità 2015. Si sarebbero poi ripetute in occasione della pubblicazione del Disciplinare-tipo ma senza ottenere da parte del Governo alcuna apertura al confronto e, men che meno, un’inversione di rotta.
Fin qui i fatti che necessitano di essere analizzati, soppesati e contestualizzati.
Il Coordinamento Nazionale No Triv ha manifestato fin da principio gravi e motivate perplessità sulle reali intenzioni del Governo, evidenziando le minacce insite nell’emendamento approvato in prima istanza alla Camera in Commissione Bilancio (in primis, abrogazione del Piano delle Aree tanto avversato dalle compagnie petrolifere e doppio binario per il rilascio dei titoli) e facendosi esso stesso promotore di adeguate contromosse sul piano normativo per ottenere, ad esempio, l’immediato ripristino del Piano delle Aree e, più in generale, per salvaguardare lo spirito e gli obiettivi del referendum mentre Governo e Parlamento hanno preferito battere altra strada per ingabbiarlo.
Del resto, a supporto di un’insospettabile sensibilità ecologista il Governo avrebbe potuto semplicemente riprodurre integralmente e fedelmente i quesiti referendari, inserendoli tout court nella Legge di Stabilità. Il che non è stato.
3Preoccupato per via di un’opinione pubblica che recenti sondaggi danno in larga maggioranza schierata su posizioni No Triv, l’Esecutivo è stato costretto ad un riposizionamento tattico per di tentare di eludere il referendum, rinviando a tempi più fausti lo scontro finale con le forze che compongono il cartello referendario e preventivando, da qui a un anno, un nuovo cambio di rotta, questa volta manifestamente in senso Sì Triv.
Intervenendo sulla Legge di Stabilità, il Governo ha tentato di disinnescare il primo di una serie di referendum che ne minacciano la tranquilla navigazione fino al referendum sulla revisione della Costituzione e, in prospettiva, fino alla scadenza naturale della legislatura: Italicum, riforma del mercato del lavoro, cattiva scuola, ecc.. Sciogliere tutti i nodi contemporaneamente sarebbe stato rischioso per chiunque.
Renzi ha pagato dazio: pur facendo di necessità virtù, rispondendo alla sfida No Triv ha evidenziato la sua vulnerabilità ed i suoi punti deboli. Il Presidente del Consiglio non è più in grado di garantire certezze alla City londinese ed agli investitori interessati a scommettere sul futuro prossimo dell’Oil&Gas in Italia.
Le compagnie più colpite dalla sospensione dei procedimenti saranno costrette a rivedere le loro previsioni al ribasso ed i loro progetti di investimento più di quanto avrebbero dovuto fare a causa della tendenza ribassista del prezzo del greggio.
Confidiamo dunque che alla ExxonMobil, andata via dalla Val D’Agri in Basilicata, possano seguire, anche per effetto del referendum, altre compagnie petrolifere, Rockhopper Exploration in testa.
4L’incertezza normativa generata dalla Legge di Stabilità è un dato di realtà con cui i mercati mal volentieri si stanno confrontando: l’Italia ha confermato la sua fama di Paese imprevedibile, in cui investire nell’Oil&Gas riserva enormi incognite; è quel Paese in cui, nonostante il piglio decisionista ed irriverente di Renzi, unito alla frammentazione delle opposizioni parlamentari, “quattro comitatini” possono indurre un Governo a rivedere i propri piani, a soprassedere dall’assumere decisioni impopolari ma vitali per l’establishment finanziario.
L’approvazione della Legge di Stabilità è oggettivamente la prima battuta d’arresto per il Presidente del Consiglio, considerato finora “affidabile” dai poteri forti e dalle lobbies del gas e del petrolio.
Al netto da ogni contrapposizione tra fautori e detrattori del referendum, tra minoranze e maggioranza parlamentare, tra chi è amante e cultore dell’estetica della lotta e chi invece ritiene -come noi- che i nodi politici debbano essere sciolti misurandosi sul campo e nel merito con gli avversari, e senza nulla voler anticipare rispetto a considerazioni il cui tempo è rinviato a dopo il 13 gennaio, l’esperienza degli ultimi mesi dimostra che la partecipazione, la pressione che in modo unitario e trasversale le associazioni, i movimenti ed i comitati possono esercitare sulle istituzioni, sono in grado di influenzare e determinare le scelte della “politica”.
Che l’iniziativa partecipata e condivisa dal basso dimostra di essere in grado di costruire relazioni sociali democratiche e di tracciare allo stesso tempo un orizzonte di senso comune.

Coordinamento nazionale No Triv

IL PUNTO SUL REFERENDUM, ALLA LUCE DELLE MODIFICHE NORMATIVE INTRODOTTE IN LEGGE DI STABILITA’ 2016

radioApproda oggi in Senato la Legge di stabilità 2016, approvata dalla Camera nella notte tra sabato e domenica.

In attesa del via libera definitivo, atteso entro il 25 dicembre, facciamo il punto sugli emendamenti del Governo, inseriti nel testo per scongiurare il Referendum No Triv.

Nel file audio una breve intervista ad Enzo Di Salvatore, andata in onda questa mattina su Radio 1 Rai, durante la trasmissione  “Voci del Mattino”.

IL GOVERNO VUOLE SABOTARE IL REFERENDUM NO TRIV; UN CAVALLO DI TROIA NELLA LEGGE DI STABILITA’

BOCCIATI I SUB EMENDAMENTI CORRETTIVI PRESENTATI DAI NO TRIV. IL GOVERNO TRADISCE LO SPIRITO DEL REFERENDUM

Roma, 16 dicembre 2015

Comunicato Coordinamento nazionale No Triv

avatarsitostabilitaUn autentico inganno. Gli emendamenti presentati dal Governo alla legge si stabilità 2016 ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari. Le modifiche proposte dall’Esecutivo, tra abrogazioni e aggiunte normative, dissimulano in modo subdolo il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia marine, eludendo con ciò gran parte degli obiettivi del referendum No Triv.

Tradito ne è lo spirito complessivo.

I passaggi normativi del disegno governativo sono riassunti nella abolizione del “piano delle aree” (strumento di razionalizzazione delle attività Oil & Gas) e nella previsione per cui si fanno salvi tutti i procedimenti collegati a“titoli abilitativi già rilasciati” all’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento”. Un mix esplosivo, che avrebbe effetti devastanti sul referendum e sul futuro dei mari italiani, atteso che l’obiettivo principale del Governo è mantenere in vita e a tempo indeterminato tutti i procedimenti attualmente in corso entro le 12 miglia marine. La soppressione del “piano delle aree”costituisce, poi, il vero “cavallo di Troia” del Governo: il Coordinamento Nazionale No Triv lo aveva già evidenziato domenica 13 dicembre, formulando per l’occasionealcuni sub-emendamenti volti a correggere le proposte dell’Esecutivo.

Emendamenti che, tuttavia, sono stati bocciati alla Camera dei deputati in Commissione Bilancio.

Nulla è negoziabile rispetto all’obiettivo dei quesiti: non lo è il “piano delle aree”, in quanto strumento di razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; non lo è lo sfruttamento a tempo indeterminato dei giacimenti; non lo è la possibilità che i procedimenti entro le 12 miglia marine siano solo sospesi e non chiusi definitivamente; non lo è neppure l’istituzione di un doppio regime di titoli (permessi di ricerca e concessioni di coltivazione/titoli concessori unici) che consentono a discrezione delle società petrolifere di scegliere a proprio piacimento in che modo esercitare le attività petrolifere nel nostro Paese.

Il Coordinamento Nazionale No Triv è stato da sempre chiaro sul punto. Delle due l’una: o con le modifiche si accolgono tutti i quesiti referendari senza tradirne lo spirito o si va a referendum. Nessuno è autorizzato a mediare rispetto a questa alternativa, cercando un punto di incontro e accontentando, con un compromesso al ribasso, le Regioni e i loro delegati, attraverso la facile promessa di un maggiore loro coinvolgimento nelle scelte che in materia lo Stato effettuerà d’ora in avanti. Una promessa del tutto evanescente, destinata ad essere tradita dopo le elezioni amministrative del prossimo anno e dopo il referendum sulla revisione costituzionale, che com’è noto, riconduce nelle mani esclusive dello Stato ogni scelta in fatto di energia.

Gli emendamenti proposti dal Governo costituiscono un autentico atto di sabotaggio e uno schiaffo alla democrazia nel nostro Paese. Per questo chiediamo ai delegati delle Regioni di rispettare il mandato ricevuto loro dai rispettivi Consigli e a alle cittadine e ai cittadini italiani che hanno a cuore la proposta del referendum di percorrere assieme a noi e fino in fondo la strada referendaria.

IN ALLEGATO LA NOTA TECNICA REDATTA DAL PROF. ENZO DI SALVATORE

NOTA TECNICA – OSSERVAZIONI SULLE PROPOSTE EMENDATIVE DEL GOVERNO

NELLE MODIFICHE ALLA LEGGE DI STABILITA’ IL CONTENUTO DEI QUESITI DEL REFERENDUM NO TRIV

stabavatIl Governo presenta emendamenti alla legge di stabilità col fine esplicito di scongiurare il Referendum No Triv. Gli emendamenti ricalcano le richieste del Coordinamento Nazionale No Triv e del comitato “Verso il Referendum”, nato dall’Assemblea tenutasi lo scorso 8 novembre a Roma.

Le modifiche normative inserite nei sei quesiti referendari No Triv sarebbero, a questo punto, riproposte in blocco nella legge di Stabilità 2016 di prossima approvazione, con la sola esclusione della limitazione della durata delle concessioni in mare, sulla quale già in serata il Coordinamento No Triv ed Enzo Di Salvatore, costituzionalista e padre dei quesiti referendari che hanno avuto il via libera dalla in Cassazione, hanno presentato un sub-emendamento correttivo.

Se il Parlamento accoglierà gli emendamenti del governo, si avranno:

  • il blocco dei procedimenti in corso entro le 12 miglia;
  • l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere;
  • la cancellazione del vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata già a partire dalla ricerca degli idrocarburi;
  • la limitazione delle attività di ricerca e di estrazione attraverso l’eliminazione delle proroghe;
  • la garanzia della partecipazione degli enti territoriali ai procedimenti per il rilascio dei titoli.

Approvati gli emendamenti, anche il discusso progetto petrolifero “Ombrina mare” potrebbe essere definitivamente bloccato. Ma è una corsa contro il tempo. “Se Ombrina mare si bloccherà” – dichiara Enzo Di Salvatore – “lo sarà grazie alle modifiche proposte con il referendum che il governo vuole scongiurare. Ovviamente è tutto da verificare: dipende da quando arriverà la concessione su Ombrina rispetto all’entrata in vigore di tali norme contenute nella legge di stabilità. In ogni caso, con l’approvazione dell’emendamento che fa proprio il quesito referendario sul decreto sviluppo si chiuderebbero tanti altri procedimenti, tra i quali “Vega B” nel canale di Sicilia e, almeno in parte, quelli per le ricerche di gas e petrolio nell’Adriatico in favore della Spectrum Geo, che interesserebbero 30mila kmq di mare Adriatico“.

Per il Coordinamento No Triv un punto, tuttavia, resta assai dolente e assolutamente inaccettabile: il fatto che un emendamento del Governo miri ad eliminare la previsione del piano delle aree, volto a razionalizzare l’esercizio delle attività petrolifere. Questo comporta che sarebbe possibile chiedere il rilascio dei titoli concessori unici senza un piano. Ma un secondo sub-emendamento, elaborato anch’esso dal Coordinamento No Triv e da Di Salvatore, mira a reintrodurlo.

“E’ chiaro” – precisa il Coordinamento Nazionale No Triv – “che gli emendamenti del Governo hanno il solo scopo di evitare il referendum. E ciò non è ovviamente sufficiente. Si approvino pure gli emendamenti, ma si apra da subito la discussione politica sul futuro energetico del nostro Paese. Occorre che si giunga presto ad una disciplina organica e sistematica del settore e che si favorisca velocemente la transizione energetica”.

Roma, 13 dicembre 2015

Coordinamento nazionale No Triv